Tavecchio, Conte può arrivare a Mondiale
OPINIONI 15 Marzo Mar 2016 1300 15 marzo 2016

Conte e quell'orgoglio azzurro che non c'è più

In fuga dalla Nazionale dopo due anni. Perché il ruolo di ct è più oneri che onori.

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Andata e ritorno in 19 mesi.
Tanto è passato tra l'approdo di Antonio Conte sulla panchina della Nazionale e l'annuncio del suo addio dato dal presidente Tavecchio e spiegato con poche righe sulla pagina Facebook del tecnico.
Farà l'Europeo, Conte, poi se ne andrà, chiudendo il suo breve ciclo di due anni.


A spingerlo all'addio c'è il Chelsea di Abramovich, e un'offerta da 18 milioni in tre anni che non può competere con tutti gli sforzi fatti dalla Figc per assicurargli (anche grazie agli sponsor) un ingaggio da 4,1 milioni.
NON SOLO SOLDI. Ma ridurre il discorso a una questione di soldi sarebbe sbagliato.
Conte ha voglia di allenare, l'ha spiegato chiaramente il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio; sperava di poterlo fare con la Nazionale, cambiando metodo e impostazione, ma si è scontrato con una realtà diversa che per due anni l'ha costretto a passare più tempo a vagare per stadi di quanto non ne abbia impiegato sul campo.
Il fallimento del progetto stage è una delle cause dell'addio di Conte, almeno quanto la carenza di talento che sta vivendo il calcio italiano, incapace negli ultimi otto anni di tirar fuori una squadra Under 21 in grado di qualificarsi alle Olimpiadi.
Conte è un uomo ambizioso, sicuro dei suoi mezzi, ma abbastanza realista per capire che non è semplice arricchire il proprio palmarés quando sei costretto a schierare Pellé e Zaza in attacco.
È molto più probabile riuscirci con un club che fattura 420 milioni di euro e un presidente con un patrimonio sopra i 7 miliardi.
LA PREMIER HA PIÙ CHARME DELLA NAZIONALE. «Chi non riconosce l'importanza della maglia azzurra è inopportuno e inadatto a indossarla», aveva detto a novembre 2015, durante la presentazione delle nuove divise, lanciando una frecciata a Lorenzo Insigne e Domenico Berardi.
«Sono orgoglioso, sono in un top club», affermò nell'estate del 2014, quando fu presentato come nuovo ct.
Ora, di quell'orgoglio, non c'è più traccia. Ora la panchina azzurra è più onere che onore.
Una volta dalla Nazionale si veniva cacciati, adesso si scappa.
Soprattutto se si ha l'opportunità di misurarsi con un campionato che dalla prossima stagione concentrerà in sé i migliori allenatori del mondo.
Immaginatevi le sfide tra il Chelsea di Conte e il Manchester United di José Mourinho, tra il Manchester City di Pep Guardiola e il Liverpool di Jurgen Klopp e capirete perché la Premier league 2016/17 ha un fascino con cui la Nazionale italiana di oggi non può competere. E pazienza per quel sentimento di orgoglio nazionale che va a farsi benedire.
COME LIPPI, MA SENZA LA STAMPA CONTRO. Dopo Marcello Lippi, un altro tecnico che ha scritto la storia recente della Juventus dice addio all'Azzurro dopo appena due anni.
Quella volta finì con un Mondiale vinto nonostante gli scandali di Calciopoli. Conte, invece, gode di un credito infinito da parte della stampa, anche se su lui c'è l'ombra del calcioscommesse e dovrà andare a processo per frode sportiva. Non resta che augurarsi un epilogo simile a quello del 2006, magari senza la coda di un fallimentare ritorno di fiamma come il Lippi-bis di Sudafrica 2010.
E poi sotto a chi tocca: Di Francesco, Allegri, Ancelotti, Ventura, Capello, Donadoni, Ranieri. L'Italia è piena di allenatori bravi. Pure troppo per il livello medio dei giocatori. Pure troppo per ciò che serve alla Nazionale.

Twitter @GabrieleLippi1

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