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MOTORI 19 Marzo Mar 2016 1030 19 marzo 2016

Formula 1, l'Italia in pista che non tifa Ferrari

La Toro Rosso. Aldo Costa, uomo della svolta Mercedes. E poi Steiner della Haas. Il tricolore del Circus non è solo Maranello. Tra ingegneri, progettisti e tecnici.

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La fabbrica della scuderia Toro Rosso a Faenza.

Dici Italia e pensi Ferrari.
Ma il Mondiale di Formula 1, al via il 18 marzo 2016 a Melbourne con le qualifiche del Gran premio d'Australia, attende al varco diversi nostri connazionali che col Cavallino nulla hanno a che fare.
Ognuno pronto a dar battaglia per ostacolare, nel suo piccolo, la rincorsa della scuderia di Maranello ai quei titoli che mancano ormai da nove anni, per quanto rigaurda i piloti, e da otto per quel che concerne i costruttori.
ALTRO CHE NAZIONALE DI F1. Tutto ciò avviene in barba all'assioma che rappresenta la Ferrari come una sorta di Nazionale dei motori, impossibile da non sostenere per chi sta di qua dalle Alpi.
Eppure non sono pochi quelli che ogni giorno danno anima e corpo per mettere i bastoni tra le ruote alla Rossa.
Tra ingegneri, progettisti e tecnici di pista, a mancare sono soltanto i piloti.
ITALIANI IN FERRARI, UNA CHIMERA. Da cinque anni nessun team punta sugli italiani e il serbatoio che tra gli Anni 80 e 2000 aveva discretamente rifornito la griglia di partenza dei Gp, sembra essersi drammaticamente esaurito.
La suggestione, poi, di vedere un italiano alla guida della Ferrari, è ferma alla fantascientifica ipotesi di un passaggio di Valentino Rossi dalle due alle quattro ruote.
Se la pista non regala soddisfazioni, diversa è storia ai box, dove la pattuglia tricolore può essere orgogliosa dei suoi alfieri.
TORO ROSSO EREDE DELLA MINARDI. Ci si dimentica spesso che la Toro Rosso, quest'anno al via con l'ambizione di fare le scarpe alla casa madre Red Bull, ha la factory basata a Faenza, che da Maranello dista appena un centinaio di chilometri.
L'eredità della Minardi è stata in parte annacquata dal fiume di denaro riversato dal del magnate 'bibitaro' Dietrich Mateschitz, ma il cuore pulsante della scuderia resta profondamente ancorato alla Romagna, in primis, e all'Italia.
BOX ZEPPI DI GIOVANI ITALIANI. Lo dimostrano casi come quello di Marco Matassa, da quasi un anno e mezzo tecnico di pista dello spagnolo Carlos Sainz jr. dopo l'ingresso in Toro Rosso nel 2007 come ingegnere di sistema.
Dal 2011, Matassa ha lavorato come vice responsabile per la gestione in pista di Sebastien Buemi prima e di Daniel Ricciardo poi.
L'anno dopo è salito ulteriormente di livello, diventando il tecnico di macchina dell'australiano: con la partenza di Ricciardo, gli è stata affidata la responsabilità della monoposto di Daniil Kvyat, prima che il passaggio di quest'ultimo alla casa madre lo destinasse al figlio del rallysta campione del mondo.
Lavora agli stessi box il ferrarese Giovanni Pavinati, celebre per essere stato, nel 2013, il meccanico più giovane a essere assunto in una scuderia di F1.

Aldo Costa, dal 2001 nemico giurato del Cavallino

Aldo Costa con Nico Rosberg e Lewis Hamilton.

Tutt'altra esperienza per Aldo Costa, che del Cavallino rampante è diventato nemico giurato nel 2011, dopo esserne stato per anni fiore all'occhiello del reparto corse.
Costa, responsabile del progetto e sviluppo della Mercedes bicampione del mondo, è entrato nel Circus da giovanissimo, scelto da Giancarlo Minardi come capo progettista del suo team, prima di essere promosso direttore tecnico nel giro di un anno.
Lo sbarco in Ferrari è del 1995, appena prima della nomina ad assistente del capo progettista Rory Byrne, quello che ha disegnato, per intenderci, le vetture con cui Michael Schumacher ha conquistato i suoi sette Mondiali tra Benetton e Ferrari.
CON LUI MERCEDES VINCENTE. È stato cardine del team che, nel primo decennio del 2000, ha a vinto otto campionati costruttori e sei piloti.
Capo progettista, responsabile della direzione autotelaio e infine direttore tecnico dal 2008, incarico ricoperto fino al maggio 2011.
È stato allora che le strade di Costa e della Ferrari si sono divise, dopo cinque deludenti Gp e un gap incolmabile dalla Red Bull.
Pochi mesi dopo ecco l'approdo in Mercedes, dove, superate le incertezze iniziali, si è reso protagonista del capolavoro della W05, la prima monoposto a consegnare un alloro iridato alla casa di Stoccarda.
Con lui, in Mercedes, gli italiani sono una dozzina.
UN ITALIANO PER L'ESPERIMENTO HAAS. Nome dal sapore teutonico, ma origini italianissime per uno tra gli artefici di una delle novità più attese della stagione.
La debuttante scuderia Haas è pronta a puntare, infatti, sui servigi del team principal Gunther Steiner, ingegnere 50enne nato a Merano e scelto come uomo guida della monoposto americana che scenderà in pista con un telaio italianissimo, realizzato dalla stessa Dallara per la quale molti, da anni, preconizzano una nuova discesa in pista.
UNA SQUADRA B DEL CAVALLINO. I motori, mancano a dirlo, vengono da Maranello, in virtù di una connection stabilita tra la scuderia di Gene Haas e il Cavallino rampante, che si è adoperato prepotentemente per soccorrere il team in difficoltà al suo ingresso nel Circus.
In caso di collaborazione prolungata e proficua con la Ferrari, alcuni osservatori ipotizzano che Haas possa in breve diventare una sorta di squadra B: un po' quello che la Toro Rosso rappresenta per la Red Bull.

Folta rappresentanza tricolore in McLaren

Diversi italiani anche nella McLaren caduta in disgrazia: tra loro Giuseppe Pesce, ingegnere di 42 anni che lavora nella stanza dei bottoni di Londra.
Responsabile di uno dei gruppi di sviluppo del dipartimento di aerodinamicache, si è formato tra Torino e la capitale inglese.
Per anni ha lavorato in Ferrari prima di lasciare l’Italia e passare alla scuderia inglese fondata nel 1963 e con otto titoli costruttori in bacheca.
CRISI SENZA FINE DI PILOTI. Se le grandi aziende impegnate in prima persona non si contano (Brembo, Marelli e Pirelli, solo per citarne alcune) diverso è il discorso per i piloti.
Dal 2011 a oggi non c'è traccia di tricolori al via dei Gran premi.
«Quando c’era il mio team in Formula 1», ha spiegato Giancarlo Minardi, «di piloti italiani ne ho fatti correre a iosa. Non voglio citare solo Fisichella e Trulli, ma anche Nannini, Martini e tanti altri».
Per Minardi, talent scout tra gli altri anche di Fernando Alonso e Mark Webber, la ragione è semplice: «Quando dicevo che un secondo team era fondamentale per l’Italia da corsa sono stato deluso dalle reazioni. Anzi, invece che aiutarci e darci spazio, ci davano addosso. Oggi la risposta è sotto gli occhi di tutti: da cinque anni non abbiamo più un pilota italiano in griglia e nonostante gli sforzi che sta facendo la Fda, la Ferrari driver academy, ci vorrà ancora del tempo per rivederne uno ai nastri di partenza».
STRADA CHIUSA SENZA SPONSOR. D'altra parte le poche risorse economiche sono concentrate nelle mani della Ferrari, senza santi in paradiso, e correre in F1 costa assai caro: in mancanza di sponsor non si va da nessuna parte.
I sedili si affittano anche a 8-10 milioni di euro. Altrimenti la F1 te la scordi.


Twitter @LorenzoMantell

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