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SPORT 3 Aprile Apr 2016 1200 03 aprile 2016

De Laurentiis, come è lontano l'amore di Napoli

Gli dicono «pappone» perché munge i tifosi. La sua sfacciata romanità non aiuta. Il club vince, ma De Laurentiis non attecchisce. Il suo profilo su pagina99.

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Se non vivi a Napoli e cerchi un modello vincente nella città, che a leggere le stereotipate cronache italiane sembra un posto a metà tra la giungla e il far west, ti viene spontaneo pensare alla squadra che fu di Maradona.
Da lontano è ovvio individuare nel calcio il settore in cui eccelle, con un club secondo in campionato e ormai da cinque anni ai vertici del panorama nazionale e in discreta posizione in Europa.
È il Napoli di Aurelio De Laurentiis, produttore cinematografico che nell’estate del 2004 acquistò una società con i libri in tribunale.
EPPUR NON PIACE AI TIFOSI. Ripartì dalla serie C, le dovette temporaneamente cambiare nome - Napoli Soccer - e nel 2008 era già in Europa a giocarsela col Benfica.
Quattro anni dopo rischiò di eliminare dalla Champions i futuri campioni del Chelsea in una sfida persa ai supplementari.
Quel che però da fuori risulta di ardua comprensione è che a Napoli De Laurentiis è tutt’altro che idolatrato. Anzi.
La tifoseria è profondamente divisa, quasi spaccata in due tra chi gli è riconoscente e chi lo detesta.
Il soprannome che già da qualche anno lo accompagna non è dei più lusinghieri: pappone, che può essere declinato al più digeribile 'pappa'. Magnaccia, insomma.
Le prostitute sfruttate sarebbero i tifosi del Napoli munti al botteghino o al momento di sottoscrivere abbonamenti per le pay tivù.
UNA LUNGA LISTA DI LAMENTELE. Non è semplice scandagliare l’universo dell’avversione che un segmento rilevante della città nutre per Aurelio De Laurentiis.
Non gli perdonano quel che in altri settori lo ergerebbe a modello da imitare: la sua forza imprenditoriale, i bilanci quasi sempre in attivo.
Di volta in volta, a seconda dell’umore del momento, gli hanno contestato: i lauti dividendi del consiglio di amministrazione a carattere familiare del Napoli (ora bruscamente ridimensionati); la mancanza di un centro giovanile degno di questo nome in grado di evitare la fuga dei talenti pallonari (per poi accusarlo quando acquista dall’Atalanta un promettente calciatore di 21 anni, Alberto Grassi, considerato acerbo per puntare allo scudetto); le cessioni a suon di bigliettoni di giocatori acquistati a un terzo della somma incassata (Lavezzi, Cavani e presto o tardi potrebbe essere il turno di Higuain); non aver realizzato, nella città che aspetta la riqualificazione di Bagnoli dai tempi di Godot, uno stadio avveniristico al posto del leggendario San Paolo; la mancanza di radici: il quartier generale di Castel Volturno (la squadra non si allena più in città) è in affitto, il Napoli è una società liquida che potrebbe essere venduta dalla sera alla mattina, non ci sono proprietà immobiliari; non rischiare mai l’efficienza dei bilanci per un azzardo che possa consentire di coronare il desiderio-ossessione dei napoletani: ’o scudetto.
DE LAURENTIS TROPPO 'NON NAPOLETANO'. Che pure al momento è distante pochi punti. Ma il nodo è più profondo.
Quel che non viene tollerato di De Laurentiis è la sua sfacciata a-napoletanità, la sua ostentata non adesione all’adorazione del presepe: «Nun me piace». Qualcosa che va al di là dell’accento romano che pure risulta molto fastidioso da queste parti.
È una non appartenenza che in tempi di recrudescenza oleografica - basti pensare che Massimo Troisi è stato sostituito con Alessandro Siani - viene considerata lesa maestà. Napoli è divisa in due. Ma è sbagliato pensare che la linea di demarcazione sia il censo o il grado di istruzione.

Un uomo che vuole occuparsi di tutto, e pensa di sapere tutto

Uno dei più fieri critici della gestione De Laurentiis è Maurizio de Giovanni, lo scrittore napoletano più venduto (Elena Ferrante la lasciamo nel suo mistero e poi ne L’amica geniale non ha mai citato un pallone nemmeno per sbaglio).
L'AFFRONTO DELLA MANCATA PASSIONE. Su De Laurentiis si è consumato lo strappo tra il creatore del commissario Ricciardi e il quotidiano Il Mattino di cui era editorialista.
Avvenne a settembre 2015, in piena contestazione per il mancato acquisto di un calciatore di nome Soriano (non Osvaldo).
Il direttore Barbano cassò le due righe di De Giovanni che indugiavano su De Laurentiis, insinuando che non fosse tifoso del Napoli, e la collaborazione finì lì.
Perché Achille Lauro avrà avuto mille difetti, dava una scarpa sì e una scarpa no in attesa del voto, ma per il Napoli soffriva.
Dal lunedì al sabato governava e orchestrava il sacco edilizio denunciato da Rosi in Mani sulla città, però la domenica se ne stava a bordo campo con i piedi immersi in due secchi d’acqua e una pezza bianca in fronte.
Per non parlare di Corrado Ferlaino, il presidente che riscattò 15 anni di gestione caratterizzati da patimenti e contestazioni con l’acquisto di Maradona e l’inizio dell’età dell’oro cui è seguita, e segue tuttora, l’età della nostalgia. Era il 1984, in pieno pentapartito, Napoli poteva contare su pezzi grossi della Dc e del Psi (da Pomicino a Gava a Di Donato), aveva Vincenzo Scotti come sindaco e il Banco di Napoli era una florida realtà non ancora spogliata e annessa da quel che diventerà Banca Intesa.
LA CITTÀ CHE NON CONTA PIÙ. Insomma, Maradona non arrivò in una città povera e priva di potere come i revisionisti del pallone provano a sostenere. Aurelio De Laurentiis si muove in una città che non è rappresentata nel governo nazionale, se non con un paio di irrilevanti sottosegretari. Del Banco di Napoli è rimasto qualche sportello ornamentale e poco più.
Per carità, i difetti a De Laurentiis non mancano. Fatica a interiorizzare il principio ''conta fino a dieci prima di rispondere''.
È convinto di essere onnisciente: quando andava al San Lorenzo, noto ristorante del centro di Roma di proprietà di un napoletano, pretendeva di spiegare come si cucina la spigola al forno.
Nelle sue aziende non c’è posto per ruoli intermedi. Il Napoli, di fatto, è una grande ditta individuale, con tutti i limiti che questa scelta comporta. Un manager come Fassone, che pure è stato alla Juventus e all’Inter, a Napoli non ha toccato palla. Tutto passa per il grande capo. Tutto controlla lui, persino le spese di giornata. La delega è un concetto che proprio non riesce ad assimilare.
NON GLI PIACE NEMMENO LA PIZZA. Ora, da qualche anno, si è convinto di aver capito anche il calcio.
Lui che, quando comprò il Napoli, non sapeva nemmeno quante sostituzioni fossero previste. «Un uomo complesso», lo definisce chi lo ha conosciuto.
Carlo Verdone ha descritto come quasi umiliante il rito della presentazione del copione per convincere il De Laurentiis cinematografico a produrre il film.
Una figura in grado di coniugare sia l’Aldo Fabrizi sia il Vittorio Gassman di C’eravamo tanti amati. E proprio questo, nonostante tutto, è uno dei crucci di De Laurentiis: non riuscire a farsi amare.
Nemmeno in piena lotta per lo scudetto. E allora tanto vale essere se stessi fino alla fine. L’ultimo coming out - o sarebbe più corretto dire l’ultimo oltraggio - è di 15 giorni fa: la pizza napoletana non gli piace, «cola da tutte le parti»; preferisce quella romana, bassa e biscottata. Peggio che dire: «Ancora a Maradona state?».


Questo articolo è un estratto del nuovo numero di Pagina99 in edicola da sabato 2 aprile, il cui servizio di apertura è dedicato alla città partenopea: Oltre Napoli. Tra start up locali e colossi globali, prove tecniche di Vesuvio Valley.

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