FAVOLA SPORTIVA 3 Maggio Mag 2016 1800 03 maggio 2016

Leicester campione, perché in Italia non può succedere

Diritti tivù sproporzionati, tycoon stranieri diffidenti, stadi non di proprietà e zero fair play. La Serie A non è pronta al successo di una piccola.

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I giocatori del Leicester festeggiano la rete del pareggio contro il Manchester United.

Sognare si può, o meglio si deve.
La mattina dopo l'impresa compiuta dal Leicester di Claudio Ranieri (guarda le foto) lo stupore misto a incredulità lascia spazio alla gloriosa narrazione di una storia di sport che ha pochi precedenti nell'ultimo secolo.
E riscrive la sceneggiatura di una Cenerentola moderna, coi colossi della Premier league inglese lasciati a bocca asciutta dalla trionfale cavalcata di Jamie Vardy e compagni.
È il momento delle 'piccole', si sente ora ripetere a tambur battente, e il pensiero corre veloce a chi sogna di emulare il trionfo delle Foxes.
SIAMO FERMI AL VERONA. Un miracolo sportivo che l'Italia rincorre da più di 30 anni, da quando l'Hellas Verona si aggiudicò lo scudetto nel 1985. Sei anni più tardi, la Sampdoria campione d'Italia sorprese le corazzate Milan e Inter, portando a casa l'ultimo tricolore firmato da un underdog.
Ferma restando l'eccezionalità di un'impresa per la quale ogni analisi deve fare i conti coi crismi dell'irrazionalità, difficile credere che il nostro Paese sia pronto a vivere nel breve termine una favola in stile Leicester.
E le ragioni sono diverse.

1. Diritti tivù mal distribuiti: in Serie A ballano 82 milioni tra Juve e Frosinone

I tifosi del Frosinone sugli spalti del Matusa il 16 maggio 2015, giorno della prima storica promozione in Serie A.

Nell'immediatezza del trionfo, Claudio Ranieri, intercettato dai microfoni Rai, ha celebrato con la consueta sobrietà quel titolo che gli ha definitivamente tolto di dosso la fastidiosa etichetta di eterno secondo.
E alla domanda sulle chanche di un «Leicester italiano» ha risposto: «Difficile. Forse bisognerebbe ripartire meglio i soldi dei diritti tivù».
Già, i diritti tivù. È proprio questo, secondo molti, lo scoglio più duro per ridurre il gap tra grandi e piccole e redistribuire la ricchezza, alimentando così l'utopia di una lega più equilibrata.
In Italia la procura di Milano ha aperto un'inchiesta sull'assegnazione dei diritti per il triennio 2015-2018, rimettendo una volta di più in discussione il contestato meccanismo di ripartizione della legge Melandri.
FORBICE DA RIDURRE. Dei 924,3 milioni attuali, il 40% (circa 370 milioni) è diviso in parti uguali tra i 20 club, che incassano quindi circa 18,4 milioni a testa.
Un altro 30% viene versato alle società in base al bacino d’utenza, il restante 30% in base ai risultati sportivi.
Qualora la riforma cui si sta lavorando andasse in porto, la percentuale fissa salirebbe al 50%, con conseguente calo degli altri due spicchi al 25% ciascuno.
Una modifica che ridurrebbe la forbice tra le società in quanto a ricavi: la parte fissa passerebbe da 18,4 a 23 milioni.
IL RAPPORTO È DI 4,6 A 1. Secondo le elaborazioni del sito Calcioefinanza.it, col sistema attuale il rapporto tra chi incassa di più e chi incassa di meno è di 4,6 a 1: si va dai 104,4 milioni della Juventus ai 22,4 del Frosinone.
La modifica della legge Melandri ridurrebbe le distanze: il rapporto tra prima e ultima calerebbe a 3,6 a 1, con differenze meno marcate, dai 94,8 milioni della Juventus capolista ai 26,3 del Frosinone.
PREMIER, ALMENO 74,5 MILIONI A TESTA. Oltre Manica, invece, i diritti sono per il 50% ripartiti in parti uguali.
Solo questo criterio garantisce 74,5 milioni di euro di ricavi all’anno per ogni club. Il 25% viene assegnato in base al numero di volte in cui un match viene trasmesso in diretta.
La restante percentuale viene infine assegnata in base al piazzamento in classifica al termine del campionato ed equivale a 1,7 milioni di euro per ogni posizione occupata.

2. Investitori stranieri diffidenti verso di noi: colpa dei magri ritorni

Joey Saputo.

Vichai Srivaddhanaprabha, proprietario del Leicester City, è un miliardario thailandese la cui azienda principale, la King Power (main sponsor della squadra), è il principale operatore thailandese attivo nel commercio al dettaglio attraverso i duty free.
Secondo Forbes ha un patrimonio stimato attorno ai 2,9 miliardi di dollari
.
Subito dopo la promozione in Premier league, nell'estate del 2014, annunciò: «Non perderemo l’occasione di sfidare le prime cinque squadre del campionato fin da subito. Abbiamo una possibilità di batterle? Sì, ce l’abbiamo».
L'ECCEZIONE BOLOGNA. Proclami inimmaginabili per la ben più morigerata Serie A, che già fatica ad attrarre investitori stranieri per i top club, figurarsi per le piccole.
Un'eccezione c'è e si chiama Bologna: il canadese Joey Saputo di denari ne ha tanti, la sua famiglia è la 338esima più ricca al mondo, con 4,4 miliardi di dollari.
Il Leicester in due anni ha speso sul mercato 73 milioni, il Bologna non arriva a 30. Saputo non ha mai nascosto le proprie ambizioni di risalita, ma di fronte ai magri ritorni offerti dalla Serie l'italo-canadese continuerà a immettere liquidità?

3. In Inghilterra niente polemiche o dietrologie: zero alibi per le sconfitte

L'arbitro Irrati sospende Lazio-Napoli per i cori razzisti della Curva Nord dell'Olimpico.

Se c'è una cosa che la favola del Leicester insegna è che il denaro serve, ma non è tutto.
D'altra parte il monte ingaggi del club, 62,2 milioni, è stato quest'anno il quart'ultimo della Premier league.
Aiutano, invece, la capacità di progettazione e il clima che si respira nella contesa per il primato.
La maturità del sistema inglese sta pure nell'assoluta assenza di alibi per gli sconfitti.
VINCE IL FAIR PLAY. Capita di rado di sentire gli allenatori delle big Louis van Gaal (Manchester United), Guus Hiddink (Chelsea) o Manuel Pellegrini (Manchester City) adombrare sospetti sull'operato arbitrale o gettare dubbi sul reale andamento di un match.
Nessuna polemica, nessun alibi né ricorso alla moviola. Anche così le squadre posso consolidarsi e regalarsi soddisfazioni insperate. Mentre in Italia ancora si dibatte si sudditanza psicologica.
CAREZZE VIA TWITTER. Non è un caso che subito dopo il triplice fischio finale tra i primi a congratularsi col Leicester ci sia stato il profilo ufficiale del Tottenham.
A memoria, non si ricordano precedenti in Italia. Meno veleni, dunque, e più spazio alla competizione. A differenza del nostro Paese dove, giova ricordarlo, la salita in Serie A di Carpi e Frosinone fu salutata dagli strali del vicepresidente federale Claudio Lotito, preoccupato dai piccoli introiti garantiti dalle provinciali.

4. Stadi vuoti e pochi ricavi: solo Juve e Udinese hanno impianti di proprietà

Un modellino dello Juventus Stadium.

Proprietà, diritti televisivi, ma anche stadi.
L'ultimo ingrediente per facilitare l'ascesa di un club medio-piccolo è la possibilità di trarre ricavi dal proprio impianto.
In Italia soltano Juventus e Udinese sono riuscite a realizzare stadi di proprietà, anche se finora i bianconeri friulani sembrano aver tratto pochi benefici dalla neonata Dacia Arena
Per farsi un'idea basti pensare agli impianti dei suddetti Carpi e Frosinone, o del neopromosso Crotone, che mai e poi mai potranno assicurare non soltanto gli incassi, ma pure il clima infuocato di un King Power Stadium.
MONTI INGAGGI MOLTO MINORI. In Inghilterra, poi, sono quattro le squadre con un monte ingaggi superiore ai 200 milioni di euro a stagione (Chelsea, Manchester United, Manchester City, Arsenal). Altre due superano i 100 (Liverpool e Tottenham).
Da noi solo tre hanno un monte ingaggi che supera i 100 milioni di euro: Juventus, Roma e Milan.
A seguire Inter (94 milioni) e Napoli (72 milioni). Se il Leicester fosse una squadra italiana si piazzerebbe al sesto posto di questa speciale graduatoria, con una decina di milioni in più rispetto alla Lazio e una decina in meno rispetto al Napoli.
IL NOSTRO LEICESTER? IL CHIEVO... Viceversa, la quartultima squadra per stipendi in Italia è il Chievo: probabilmente finirà al nono posto dopo una stagione di relativa tranquillità, ma senza staccarsi troppo dalla zona retrocessione.
L'enorme differenza tra il monte ingaggi del Chievo e del Leicester (quasi un terzo quello dei veronesi) fa sì che le squadre italiane di bassa classifica siano costrette ad accontentarsi di giocatori con poche prospettive.
E accontentarsi, ahimè, di un nono posto.


Twitter @LorenzoMantell

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