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CALCIO 10 Maggio Mag 2016 1527 10 maggio 2016

Milan, da Bee ai cinesi: perché ora si fa sul serio

Tempi stretti, lavoro oscuro e advisor internazionali: la trattativa può decollare.

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Dentro o fuori in poco più di un mese.
Fininvest ha ratificato l'ok di Silvio Berlusconi alla trattativa in esclusiva per la cessione del Milan alla cordata cinese.
In un comunicato a dire il vero piuttosto scarno e contorto sono state poste le basi per il rush finale di un dialogo che potrebbe riscrivere la storia del club rossonero.
I DUBBI DI SILVIO. Il condizionale è d'obbligo, considerate pure le recenti dichiarazioni del Cav sulla difficoltà di separarsi dalla sua creatura e sulla volontà di lasciare il Milan in mani italiane. Inevitabile, a questo punto, ritenere che stia andando a buon fine il pressing portato avanti dalla famiglia per convincere Berlusconi a separarsi dalla società che gli appartiene da oltre 30 anni.
DIFFERENZE COL PIANO BEE. I motivi che inducono a credere che la trattativa sia fondata su buone basi emergono dal confronto con l'operazione portata avanti nei mesi scorsi da Bee Taechaubol per fare il suo ingresso nel club.

Da Mr. Bee un rinvio dopo l'altro

Il thailandese Bee Taechaubol.

Innanzitutto, i termini della trattativa. L'esclusiva, seppur non vincolante, per la cessione del Milan riguarda una quota decisamente superiore a quel 48% per il quale si discusse a oltranza col magnate thailandese.
Erano i primi di giugno 2015 quando Fininvest manifestò pubblicamente l'intenzione di trattare la cessione del Milan solo e soltanto con Bee.
DUE MESI PER TAECHAUBOL. Al thailandese, il cui interesse per il Milan era stato manifestato per la prima volta ad apile, fu concessa un'escusiva di due mesi, un lasso di tempo superiore a quello odierno, dovuto pure, forse, alle minori garanzie offerte dal broker rispetto agli investitori cinesi.
Il 6 giugno l'accordo fu reso noto: Berlusconi conservava la maggioranza, a Mr. Bee andava il 48% per 480 milioni. Peccato che il closing fissato un mese più tardi con la firma delle parti e l'impegno del thailandese per reperire i soldi finì col rivelarsi la prima di una lunga serie di scadenze non rispettate dallo stesso Bee.

L'advisor Galatioto garantisce i rossoneri

Sal Galatioto.

Paradossalmente, infatti, pur non sapendo chi materialmente si cela dietro la cordata, le rassicurazioni sulla controparte sembrano essere decisamente superiori di fronte a quelle fornite dal precedente investitore.
Al di là dei nomi spesi sulla stampa e che vagheggiano il convolgimento, tutto da dimostrare, di imprenditori come Jack Ma e Li Ka Sheng, a rassicurare il Milan sulla solidità degli investitori c'è la figura di Sal Galiatoto.
L'INTERMEDIARIO CHE MANCAVA. Il mediatore italoamericano, da questo punto di vista, rappresenta quell'intermediario che Bee non ha mai avuto. E può vantare un palmares di primo piano.
Ex Lehman Brothers, con la sua Galatioto Sports Partners ha partecipato, in qualità di advisor, a più di 70 passaggi di proprietà di club statunitensi. Tra le tante operazioni spicca la cessione dei Golden State Warriors, la squadra di basket più forte del pianeta, passata da Chris Cohan al duo Joe Lacob - Peter Guber. Un'assicurazione sulla serietà della trattativa che con Bee non c'è mai stata, se si pensa che a mediare per lui con Berlusconi fu l'ex europarlamentare di Forza Italia Licia Ronzulli.

Poca esposizione e tempi serrati per il consorzio cinese

Silvio Berlusconi con la figlia Barbara.

La tempistica dell'operazione rappresenta un altro punto a favore dei cinesi. La tiritera con Bee si è protratta per mesi e mesi prima della definitiva uscita di scena del broker .
Diversi gli ultimatum imposti da Berlusconi, di fronte al quale sono apparse evidenti le difficoltà di Bee di raccogliere il denaro necessario per il buon esito dell'operazione, vale a dire i 480 milioni per il 48% del club.
AL LAVORO NELL'OMBRA. Per non parlare dell'esposizione mediatica differente nelle due vicende. Se Bee non esitò nel farsi ritrarre ad Arcore in compagnia di Berlusconi, finendo pure con l'indispettire l'ex premier, nessuno membro del consorzio cinese è mai uscito finora allo scoperto.
Malgrado si parli di un'offerta tra 500 e 700 milioni di euro per il 70% del club, debiti inclusi.
Fininvest, nella primavera del 2015, aveva definito Taechaubol un investitore credibile, salvo poi rimanere scottata dalle sue titubanze. Ora la cautela sembra essere inevitabilmente aumentata, di pari passo con la concretezza dell'ultimo progetto di matrice orientale.

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