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SPORT 11 Maggio Mag 2016 1043 11 maggio 2016

Cina, il piano per scalare le gerarchie del calcio

Dietro la trattativa col Milan c'è il diktat di Jinping. Che vuole fare del Dragone una potenza calcistica. Il suo piano, tra diritti tivù e investimenti milionari.

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Il presidente della Cina, Xi Jinping.

A che punto è la scalata dei capitali cinesi al calcio milanese? Difficile dare una risposta, soprattutto perché gli scenari cambiano da un giorno all’altro.
Fino a una decina di giorni fa pareva che da Pechino fosse partita un’Opa su Milan e Inter, e le cronache sportive italiane davano come prospettiva imminente il passaggio in mani cinesi di entrambi i club.
Ma l’evoluzione dei fatti nei giorni successivi ha reso il tutto un po’ meno immediato. Probabile si tratti solo di schermaglie e che adesso le trattative intraprendano la fase in cui bisogna mantenere tutto sottotraccia. Di sicuro, come insegna la farsa Milan-Mister Bee andata in onda un’estate intera l’anno scorso e poi a gennaio (giusto il mese del calciomercato invernale), la pubblicità non è di per sé garanzia di serietà di una trattativa.
LA STRATEGIA DI XI JINPING. Proprio sul versante rossonero si è registrato il 10 maggio un passo in avanti, con l’apertura ufficiale di un tavolo affidato alla mediazione della statunitense Galatioto Sport Partners. Il tempo dirà.
Piuttosto, bisogna interrogarsi sul perché di questo interesse cinese per i club milanesi, e su quale sia il contesto in cui esso s’inserisce.
Per l’acquisizione di Inter e Milan sono stati fatti i nomi di due colossi quali Suning e Alibaba. Soggetti espressi da un sistema economico tutto particolare come quello cinese, praticamente irripetibile, in cui vengono a mescolarsi dirigismo di stato e capitalismo privato.
E a benedire ogni operazione in tale direzione è il vertice del partito-stato, in questa fase storica occupato da un personaggio, Xi Jinping, che si è messo in testa un’idea meravigliosa: fare del suo Paese la più grande potenza calcistica del XXI secolo.
UN PIANO DI AMPIO RESPIRO. Tutto ciò avverrebbe nel quadro di un’economia globale in cui l’entertainment è il principale polo di rotazione.
E in un’economia dell’entertainment il calcio, ossia il principale gioco globale, è la leva che consente di mobilitare le risorse più gigantesche e di esercitare il soft power.
Il presidente auspica che questo obiettivo venga raggiunto, non perde occasione per ribadirlo, e la sua moral suasion si trasforma per i player dell’economia cinese in un dovere patriottico.
Parte così un piano di ampio respiro nel quale i giganti dell’economia si sentono investiti dal compito di realizzare un interesse nazionale. E in uno scenario futuribile i due club appartenenti a una capitale in decadenza del calcio europeo possono entrare in un disegno ben preciso: fare dell’Italia uno dei centri di diffusione del Secolo cinese del calcio, e di Milano la sua piazzaforte.

Verso il potenziamento del campionato. Ma l'espansione passa dall'Europa

Il presidente del Milan Silvio Berlusconi.

Il piano si basa su tre pilastri. Il primo riguarda il potenziamento del torneo nazionale, che deve essere portato al rango dei massimi campionati europei. Si spiegano così sia l’impegno delle grandi holding cinesi nella proprietà dei club (il quadro è delineato molto bene da Nicholas Gineprini nel libro Il secolo cinese. Storia ed economia del calcio in Cina, Urbone editore), sia la caccia a calciatori d’alto livello provenienti dai principali campionati europei.
Il secondo riguarda lo sviluppo in patria di un movimento vasto e competitivo. La Cina dispone potenzialmente di un serbatoio inesauribile, e il decollo di una scuola calcistica nazionale avrebbe l’effetto di spostare in modo pesante gli equilibri della competizione internazionale.
Ma la realizzazione dei primi due pilastri rimarrebbe inefficace se non ne venisse aggiunto un terzo: la tradizione.
UN PUNTO DI RIFERIMENTO. Chiunque voglia sviluppare un movimento nei Paesi emergenti sa che questi ultimi scontano uno svantaggio competitivo lungo un secolo. Esso è dato dalla tradizione del calcio internazionale per come si è consolidata nel '900 lungo l’asse euro-sudamericano.
I campionati di maggior richiamo, gli eroi che hanno alimentato la mitologia del pallone, i confronti fra le grandi nazionali sono tutti elementi che appartengono a quell’asse e continuano a riempire l’immaginario.
Per quanto attratti da campionati domestici di crescente qualità, gli appassionati dei Paesi emergenti continueranno a seguire ancora per decenni il calcio della tradizione e a farne un punto di riferimento.
Per questo, in un processo di espansione cinese, è necessario annettersi la vecchia Europa e il vecchio Sudamerica.
LE MOSSE DI DALIAN WANDA GROUP. È seguendo la linea di questo ragionamento che si spiegano alcune mosse recenti, come l’acquisizione dell’Espanyol da parte di Rastar Group. O la sponsorizzazione accordata da Ledman alla Segunda Liga portoghese. E soprattutto le mosse di Dalian Wanda Group, il conglomerato guidato dall’uomo più ricco della Cina, Wang Janlin, che ha comprato il 20% dell’Atletico Madrid e ne ha finanziato la costruzione dell’accademia.
Dalian Wanda Group è anche il nuovo proprietario di Infront, e attraverso la società capitanata dal nipote di Joseph Blatter controlla i diritti televisivi della Serie A italiana.
Quest’ultima, nella fase attuale, è un prodotto al tempo stesso svalutato e appetibile. Ha perso valore e competitività nel confronto coi principali campionati nazionali d’Europa, ma conserva una tradizione che se ben rigenerata può far presa sul pubblico globale.
Annettere la Serie A può essere un affare straordinario. E farlo attraverso i due club milanesi sarebbe il massimo possibile.

Twitter @Pippoevai

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