LUTTO 4 Giugno Giu 2016 1111 04 giugno 2016

Muhammad Ali è morto, ritratto di un mito

Campione e icona. Tra boxe e sociale. Persino nella lotta con il Parkinson. Muhammad Ali se n'è andato. Lui che era il Più Grande. Le immagini.

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Spegnete le lampade, sciogliete le corde, soffocate i gong. È morto Muhammad Ali . E la boxe, che da tempo era ricordo, non sa più che fare di sé.
Il campione del secolo, l'icona del secolo, l'uomo più riconoscibile del Ventesimo Secolo ha smesso di tremare (guarda le immagini della carriera). Il mondo lo sapeva, da un giorno tratteneva il respiro. Doveva solo finire questo calvario di un islamico speciale, così diverso da ogni altro uomo nel mondo.
GRANDE NELLA MALATTIA. Grande, immenso sul quadrato, più grande ancora nella sofferenza della malattia. C'è una scena, all'inizio di Rocky 5, quando lui si ritrova in camerino dopo la battaglia col russo Ivan Drago, e le mani gli partono, si mettono a ballare e lui piange. È tratta pari pari dalla realtà che successe dopo la fine del terzo incontro con Joe Fraizer, il Thrilla in Manila.
La sindrome di Parkinson era cominciata, ma lui avrebbe continuato altri anni, anche malato avrebbe sconfitto colossi duri come Ron Lyle, Ernie Shavers. Si sarebbe ripreso il titolo per la terza volta contro Leon Spynks.

  • Ali vs Frazier, The thrilla in Manila.

GLI ULTIMI MATCH COMBATTUTI DA INFERMO. Gli ultimi due match no, quelli non contano, quelli contro il suo ex sparring Larry Holmes e poi con Trevor Berbick non valgono. Non perché avesse 40 anni, il fatto è che non era malato, non era vecchio: era infermo, già parlava a fatica e si aiutava con farmaci devastanti.
Da allora sempre più tremava e taceva. Non credeva, non accettava che la sindrome di Parkinson gliel'avesse regalata il pugilato: «Ci sono milioni di ammalati, e nessuno di loro boxava». Tremava e taceva, «ma la mia mente è più accesa oggi di ieri».
Tremava e taceva, a volte si addormentava davanti a tutti, ma quando d'improvviso si metteva a russare, allora no, vi stava prendendo in giro, «Ci sei cascato!».
DA GIOVANE PAZZO A VECCHIO SAGGIO. Tremava e taceva. Ma nel suo silenzio dirompente c’era qualcosa di accettato più che imposto, che lo faceva sembrare un vecchio saggio, lui che esplose nel mondo come un giovane pazzo. Quelle sinfonie di pugni e di parole e di poesie e di trovate e di sberleffi e di crudeltà tenere e di astuzie.
Quelle coreografie di giganti che andavano giù come vecchi grattacieli, quello scuotere il mondo tirandogli in faccia la verità, «non debbo piacere a voi bianchi», «nessuno più mi chiamerà negro».
Tremava e taceva, sempre più avvolto nella nuvola del silenzio, dei ricordi, di quello che era, di ciò che non è più. Del suo corpo di quercia tremante, sconvolta da un vento che non c'è, sta dentro un semidio che si spegne.

Una vita passata a superarsi

Tutta una vita a superarsi. Il più grande pugile di tutti i tempi, superato dal più grande eroe politico di tutti i tempi, superato dal più grande nero di tutti i tempi, superato dal più grande profeta di colore di tutti i tempi, superato dal più grande malato di tutti i tempi: quello che tremando accende il mondo con una fiaccola olimpica, e dopo averlo eccitato, sfidato, battuto, lo (di)strugge.
HA DISTRUTTO TUTTI. Sarebbe bastata la metà della sua arte a iscriverlo nella storia, ma Ali ha distrutto tutti i pugili prima e dopo di lui, compreso se stesso; e poi, da malato era ancora più autorevole, capace di buttare via tutto, di cancellare l’epica di quando era il più sano, il più forte, il più bello.

  • Ali vs Foreman, il Rumble in The Jungle.

Il Più Grande. Non si è nascosto: si è dato al mondo più di prima e dopo averlo scosso con la potenza lo ha scosso, più forte, con la fragilità. Non c'era servaggio nella sua umiltà, così come non c'era alterigia nella sua superbia quando trionfava: al netto delle vanterie, delle sbruffonate, pareva consapevole d'essere strumento, di avere solo affittato i suoi superpoteri, c'è persino un fumetto che lo racconta sul ring contro Superman: il bianco e il nero, ancora.
STRUMENTO DI SE STESSO. Ali era lo strumento di se stesso, in ogni sua vittoria c'è un momento di crisi, un refolo di malinconia che subito va via ma intanto affiora: come se presagisse ciò che arriva. Ciò che non puoi evitare. Ali era schiavo solo del suo destino, trasportare l'America da quello che era a quel che non sarà più. Lo fa da un quadrato dai lati di corda.
Quelle sinfonie di pugni. Quelle coreografie di violenza mai cieca, a volte feroce, sempre elegante, terribilmente efficace. Ali ha frantumato muri umani più duri di lui, li ha smantellati anche se il prezzo da pagare è stato troppo alto.
UN DONO DIVINO SENZA REPLICA. Quelle sinfonie di pugni. Quelle armonie del corpo che a vederle ancora oggi sembrano un miracolo, l’elargizione di un Dio di buon umore che volle compiacersi regalandoci la forza, il coraggio, l’eleganza, la bellezza e l'invincibilità, tutte in un uomo solo, nero, un semidio. Un dono divino, finito il quale non ci sarà replica. Ma lui, il predestinato, ha creduto di poter disporre anche del Tempo, ed è stato punito; tutta la sua fede non ha potuto salvarlo.

La metamorfosi del secondo avvento

E infine ha indossato il silenzio. Ha dovuto trasformarsi in un altro uomo, un monumento vivente, quasi vivente, così come, tornando a combattere per il «secondo avvento», s'era tramutato in un altro pugile: la violenza dov’era la velocità, la sopportazione al posto dell’invulnerabilità.
ADEGUARSI AI TEMPI. Era vero e non era vero che avesse perso i fulmini: erano i tempi che cambiavano, preparando i pugili-punk, occorreva attrezzarsi, cambiare a propria volta, come un jazzista che diventa un hard rocker. Ma niente è impossibile a chi è un predestinato. A patto di non pretendere il Tempo, le ali per volare per sempre.
Tremava e taceva. Neppure John Cage potè tanto col silenzio. Guardalo danzare sull’aria coi suoi 100 chili di forza, e non crederai a questa storia che, dannazione, è vera, e non crederai a un Dio, chiamalo Allah, chiamalo come vuoi, che si stanca del suo capolavoro e per dispetto lo sforma come una bambola vecchia. Un Dio che permette tanta offesa crudele.
IL CAMPIONE RIMANE NEI FILMATI. No, non si può credere a un Dio che ci costringe a piangere mentre guardiamo Ali che trema e non si arrende. Continuiamo a cercare il Campione, nei vecchi filmati, nelle imprese ormai eterne. Nelle guerre cruente, vinte anche quando perdute.
Ali è campione nel mondo anche da uomo malato, esce dalle corde con la corona per la terza volta. E poi tutto precipita e il martire che impugna la torcia alle Olimpiadi è solo fronda nel vento, orgoglio irredento, eco infinita dell'uomo che più di ogni altro si avvicinò a Dio prima che Dio, offeso, gli togliesse tutto.

  • Muhammad Ali accende il braciere olimpico ad Atlanta 1996.

Il 27 luglio 2012, cinquantadue anni dopo i suoi primi, acerbi, olimpici trionfi, Ali compare, candido fantasma, per un attimo alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Londra. Bianco monumento sorretto dall'immancabile Lonnie, marmo bianco, bianca assenza, unica cosa nera le macchie blindate degli occhiali che impediscono uno sguardo ormai fisso, vuoto, Ali non pare accorgersi di niente mentre il pubblico trattiene il respiro dinanzi a tanto strazio e poi urla il suo nome. Ali! Ali!
UNA VISIONE CRUDELE. Ma il semidio non c'è più, c'è un rimorso planetario, forse un ricatto, c'è un'eco, c'è un presagio di morte. Ali, dopo avere sconvolto forse per l'ultima volta il mondo, scompare con la velocità che era solo sua, e che non ha più; forse non c'è mai stato, giusto una visione, crudele, terribile, una allucinazione collettiva che nessuno vorrebbe avere patito.

Fu la boxe a entrare in lui

Tremava e taceva. Ali non si rifugiò nella boxe, fu la boxe ad entrare in lui; non è stato un suonato e non ha accettato una fine da suonato, da pugile sconfitto, anche se era ridotto peggio degli altri, anche se la sua malattia era la più lenta, sadica e inesorabile.
Viveva della sua luce riflessa, stella nera, implosa che sopravvive a se stessa, che manda ancora luce. L'energia dal passato può scaldare in eterno, la follia di una vita non finirà perduta.
UN LENTO DECLINO. Semi di Ali, delle sue gesta, delle imprese impossibili continueranno a spandersi, ad accendere un altro insospettabile coraggio.
Tremava e taceva. Sempre più solo. Si è fatto attendere nel paradiso dei pugili, lo aspettavano tutti, Joe Luis e Marciano, Sugar Ray Robinson e Archie Moore. Joe Frazier, l'altra parte di sè lo chiamava. E lui si faceva attendere. Lo aspettavano, perché qui, su questa terra, non tornerà mai più un'epoca come quella, e di quell'epoca, di tutte le epoche, di tutti i tempi, Ali resta il Re.
Ma Ali non si decide. Si fa attendere. Ogni tanto si affaccia, lo riportano fuori.

  • Tutta la velocità e l'agilità di Muhammad Ali.

Le sue ultime apparizioni sono oltre l'ingiuria, oltre l'angoscia. Ormai non trema più, non tace più, è un totem sconvolto, dalla maschera tragica e spaventosa. Vederlo così non ha senso, non pare reale.
Quel pupazzo macabro non può essere lui, non può essere Ali, più indifeso di un bambino, di un demente, di un animale. Non può essere lo stesso Superuomo che ha pestato e accarezzato il mondo, lo ha incantato, appassionato, eccitato, agitato, turbato. Non può essere quel ragazzo che rideva sempre, e si commuoveva, e inveiva, ma poi gli prendeva un altro scoppio di risa, e ti abbracciava, perché era tutto un gioco, perché era tutto vita. Anche le sconfitte. Anche i trionfi.
COME NESSUN ALTRO. Ali, pugile come nessuno, eroe della gente come nessuno, è stato cancellato come nessuno dalla malattia.
Oltre la sofferenza, è rimasta solo una cosa rantolante, una grande, pesante ombra tremante. L'umiliazione insostenibile ha cacciato la meraviglia insostenibile, il buio più oscuro ha preso il posto della luce che abbagliava, un frastuono di silenzio ha inghiottito quel rap inesausto, e un dolore cupo, rassegnato, atroce avvolge chiunque s'imbatta in questa visione che non si può vedere, non si può accettare, che induce a voltare lo sguardo, a scuotere la testa, sconfitti dalla malinconia dell'ingiustizia, da quella rabbia impotente che si prova di fronte a qualcosa di cui nessuno ha colpa, ma che davvero offende tutti, che ingiuria oltre ogni dire, che non lascia speranze, se non quella di una fine pietosa, arrivata il 4 giugno 2016.
Spegnete ogni ring su questa terra, Cassius ha perso le Ali per volare. Se arrivati a questo punto della storia non piangete, per come Dio ha giocato sporco quella volta, per come ha steso chi più gli assomigliò, allora vuol dire che non avete cuore.

Twitter @MaxDelPapa

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