PERSONAGGIO 10 Giugno Giu 2016 1100 10 giugno 2016

Ali, confessioni immaginarie di una leggenda

I primi passi sul ring. Trionfi epici e sconfitte brucianti. Il Parkinson. La morte. Come Ali racconterebbe se stesso, secondo Del Papa. I funerali a Louisville. Foto.

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Questa è la morte. La mia morte.
Ha questa forma, questo odore e io non posso più resistere. Toglimi i guantoni Angelo, io non lo faccio un alto round con Joe, quello è pazzo, non sta in piedi, non ci vede più, l'ho ridotto una cosa dissotterrata dai cani, eppure non cede. Toglimi i guantoni Angelo, che devo morire.
Io non volevo che andasse tutto così. Io non lo sapevo quando a 12 anni mi hanno rubato la bici e sono andato a piangere in una palestra di uno sbirro bianco, anche lui si chiamava Joe, però non Frazier: Martin. Joe Martin si chiamava: «Se non vuoi farti più fregare la bicicletta, bisognerà che impari a combattere, non a piagnucolare».
E io l'ho fatto. E poi sono andato alle Olimpiadi, a Roma, e le ho vinte facile. E di notte dopo sono andato in giro da solo per quella strana città che mi parlava di gladiatori, di guerrieri, e ogni pietra era intrisa di sangue. E mi parlava di morte e dei trionfi che mi aspettavano.
IL GROSSO ORSO NERO. Dopo sono tornato in America, da Angelo Dundee, quell'italiano pure lui, che si chiamava Mirena: «Ho vinto le Olimpiadi, adesso mi alleni o no?».
E lui mi aveva cresciuto, e quattro anni dopo eccomi per il titolo contro il grosso orso nero, Sonny Liston. E l'ho fatto nero.
È inutile che dicano, io ero più svelto, più bravo e lui alla fine di quella settima ripresa pareva invecchiato di 20 anni.
A proposito, quanti ne aveva davvero? Trentadue? Trentasette? Comunque ho scosso il mondo!
Un anno dopo la rivincita è durata un minuto, non me ne frega niente se lui ha fatto la commedia, se ha scommesso contro se stesso, se la mafia lo tampinava, io so che il pugno gliel'ho dato e anche se lui si è buttato non aveva una sola possibilità con me (guarda la gallery).

  • Contro Sonny Liston.

Quello stesso giorno ho cambiato nome. Cassius non era male, ma era da bianchi. Muhammad Ali era il nome musulmano più comune: io l'ho reso un suono universale.
Il mio suono nero. Il mio blues, il mio soul, il mio jazz per riscattare la mia gente dal razzismo.
Adesso non c'era più bisogno d'inventare la leggenda della medaglia d'oro buttata nel fiume dopo l'ennesima umiliazione.
Di colpo, nero era bello. Per tutti. E io tutti li battevo: bianchi, neri, mulatti.
Ma era troppo facile, non capivano cosa gli fosse arrivato addosso, quando se ne rendevano conto era tardi ed erano riconoscenti di essere stati cancellati da me.
E il mio nome volava.
UNA NOTTE AFRICANA. «Ali! Ali!» riecheggiava perfino nelle baracche di canne e sterpaglie dell'Africa più profonda. Quella dello Zaire, dove ho mangiato Foreman, il più feroce di tutti.
Avrebbe fatto volare Tyson come fece con Frazier. Ricordate? Un pugno solo, sotto il mento, e Joe ha fatto un saltello con tutti i suoi 102 chili.
L'ho steso in otto round, big George. L'ho pestato prima, a botte di parole, io ero l'Africa, lui un intruso.
«Ali. Boma-yè», uccidilo, urlavano. Quando lui, tetro come la morte, è salito sul quadrato aveva già perso.
Una notte arcana e spaventosa. Una notte africana.
È venuto giù il diluvio dopo. Tutto allagato. Hanno detto le stesse cose di Liston. Non sanno niente di pugilato. Mi sono fatto massacrare per quattro o cinque round da George, ma a ogni campana mettevo in serbo la vittoria.
Dopo sono andato a giocare coi bambini africani.

  • Contro Foreman.

Altra storia con Joe. La prima volta, l'8 marzo del 1971.
Che ritorno, ragazzi! Pareva la resurrezione. Frank Sinatra a bordo ring che faceva il fotografo. Il mondo sotto al ring.
Mi riprendevo quello che era mio, quello che nessuno aveva potuto togliermi coi guantoni. Il mio titolo.
Ci aveva pensato l'America, perché non volevo partire in guerra, neanche per finta. Ricordate? «Nessun viet cong mi ha mai chiamato negro».
Non so se l'avessi pronunciata davvero quella frase, dicevo di tutto e mi mettevano in bocca di tutto. Ma era così da me, in fondo.
Non sapevo niente di Vietnam, tutto quello che sapevo è che io non potevo andarci. Non era giusto. Non lo era in nessun modo. Era una guerra dei bianchi, dicevano i fratelli, i Musulmani Neri.
Oh sì, una bella setta anche quella, adesso lo posso ben dire. Radicali, razzisti, perfino Joe Louis l'aveva osservato, con quella tipica saggezza jazz, saggezza negra: «Se trattiamo i bianchi come non vorremmo che loro ci trattassero, non andiamo a finire da nessuna parte».
ERAVAMO DÈI. Ma io ero Ali e andavo avanti. Sapevo poco di Islam, ma sapevo di me stesso e mi bastava.
E ho detto no alla Commissione, e loro mi hanno tolto il titolo e anche mi hanno sbattuto dentro. Perché io ci sono stato in galera, sai?
Pochi giorni ma ci sono stato. Servivo i pasti ai compagni. Il Campione che fa lo sguattero.
Quando tutto si è ribaltato, anche i soldati, che prima mi consideravano traditore, erano con me al 90%.
Sporca guerra del cazzo in Vietnam. Ma adesso, davanti a Joe era la mia guerra. Smoking Joe, che faceva uscire il fumo dai guantoni.
Accidenti se ha fumato, quella sera! Mi ha proprio cotto di botte. Ci siamo massacrati l'un l'altro e lui non sarebbe stato più lo stesso. Però all'ultimo ha azzeccato quella mazzata e io sono rotolato.
Ho scosso il mondo al contrario, quella sera.
Eravamo dèi, ma lui un po' più di me quella sera.

  • Contro Frazier.

Adesso, qui a Manila, ci sono 40 gradi e l'umidità ci cola dai guantoni, abbiamo quattro anni e mille battaglie di più e io lo credevo finito, ma lui non vuole saperne di morire.
Angelo toglimi i guantoni e andiamo a casa, che sto morendo.
E poi vedo l'asciugamano volare sul tappeto come uno spirito che evapora, vedo Joe che scende le scalette e torna negli spogliatoi. Ha la testa deformata dai miei colpi e i lineamenti non li ha più.
Però neanche io sono più io. Non lo sarò oltre.
Me lo sento, steso sul lettino, c'è quello scarto impercettibile tra mente e corpo e so che non passerà mai. Joe, ci siamo menomati.
Se solo questa maledetta fiaccola smettesse di tremare. Pensa se mi do fuoco da solo, mentre accendo le Olimpiadi. Ma debbo farcela, come ce l'ho sempre fatta in vita mia.
Mi guardassero pure tremare, non m'importa. Io non mi nascondo. Non l'ho mai fatto. L'importante è farcela. Anche dopo, quando il doc, Ferdie Pacheco, con quella faccia da pretone italiano, mi aveva fatto vedere le radiografie del cervello: proprio qui, Muhammad, c'è il flash che ti ha bruciato.
LA BOXE È UNA NEMESI. È come se avessi il Parkinson. È finita bello, non puoi andare avanti. E invece io non mi sono nascosto e sono andato avanti.
Tipi duri. Ron Lyle, Ernie Shavers.
Quelli potevano staccare la testa dal collo di un gorilla. Io li ho fatti fuori, anche da malato.
Magari le prendevo per tutto l'incontro, ma mi bastava la combinazione giusta, un minuto del vecchio me, e loro si afflosciavano.
Li ho battuti anche tremando. Anche Ken Norton, quello che mi aveva spaccato la mascella la prima volta.
Beh, veramente, alla bella, nel 1976, avrebbe vinto lui. Ma io ormai ero un Totem e i giudici lo sapevano. Se n'è andato via piangendo Kenny e aveva ragione, ma cosa avrei dovuto fare?
Tanto, la boxe è una Nemesi. Quello che rubi, un giorno ti verrà strappato via dalla carne.

  • Contro Norton.

Due anni dopo ho giocato a perdere con quel fallito di Leon Spinks, poi l'ho messo a posto nella rivincita. Tanto per diventare tre volte campione.
Quindi mi sono ritirato, portandomi via la boxe. Sì, lo so che le ultime due erano pagliacciate, ma avevo speso troppo e il Fisco non è un pugile, lui è peggio.
Così mi sono fatto maciullare dal mio ex sparring, Larry Holmes. Ormai tremavo tanto che tremava anche lo specchio, se mi ci guardavo. Ed ero pieno di porcherie, per reggere.
Un anno dopo, contro Berbick, stavo meglio, e infatti ho combattuto meglio. Ho anche vinto la prima ripresa. Ma ero un vecchio malato di Parkinson che faceva a pugni con un giovane peso massimo, che diavolo volevate di più?
E poi ho fatto una promessa: «Finora il mondo ha visto un pugile. Adesso vedrà me».
Ho mantenuto, ancora una volta. Sono diventato ambasciatore, uomo di pace, viaggiatore. Capi di stato, rockstar, perfino pontefici hanno fatto la fila per incontrarmi. Dove andavo fermavo il traffico.
Non era più solo nera la mia gente, la mia causa adesso era l'umanità. L'uomo ha oscurato il più grande pugile di tutti i tempi.
E adesso sono qua che accendo le Olimpiadi di Atlanta. Se solo questa maledetta fiaccola stesse un attimo ferma.
NON C'È PIÙ TRISTEZZA. Adesso io sono in pace. Io sono la pace. Non mi muovo più, non parlo. Non esco, basta premi, celebrazioni, poi mi addormento e non sta bene.
Sono stato solo al funerale di Joe, un attimo poi mi hanno fatto sparire.
Ma non è vero che Allah è stato crudele con me, sono io che ho punito la mia superbia.
Io parlavo e ora taccio. Io ero un fulmine e ora sono pietra. Io ero il più grande e ora sono un bambino. Il più grande fra tutti i bambini. Ho bisogno di tutto. Ma posso ricordare.
Posso pregare e sentire: tranne George, sono tutti di là. Mi chiamano. Cosa aspetto, non lo so neppure io.
Però non tremo più. Solo il mio cuore si muove, solo lui non vuole smettere di battere.
Adesso vengo, adesso è ora.
Non ho mai sentito così tanta immensità. Più ancora di quando esaltavo il mio corpo vivo nella tensione del combattimento.
Allora ero un superuomo, adesso sono l'assenza di un uomo ma non c'è tristezza in me, perché dentro questo tramonto di luce mi disperdo e tutto è amore.

Twitter @MaxDelPapa

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