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CALCIO 23 Giugno Giu 2016 1347 23 giugno 2016

Brexit, cosa rischia il calcio inglese

Con la vittoria del Leave si va verso limiti stringenti per tutti gli stranieri. E un campionato impoverito.

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N'Golo Kanté.

La vittoria del Leave al referendum sulla Brexit costerà caro anche al calcio inglese.
Non mancheranno, infatti, ripercussioni per la Premier League dall'uscita del Regno Unito dall'Europa.
Il campionato che muove il maggior volume d'affari del pianeta ha una massiccia presenza di stranieri, attratti dal blasone dei club e dall'enorme liquidità immessa dai magnati internazionali.
Secondo l'osservatorio calcistico del Centro internazionale di studi dello sport (Cies), nel 2015 i giocatori nati al di fuori del Regno Unito hanno rappresentato il 66,5% degli effettivi dell'intero campionato.
LIMITI PER GLI EXTRACOMUNITARI. Fino ad ora, diversamente dai calciatori provenienti dallo Spazio economico europeo (vale a dire i 28 Paesi dell’Unione più altri, come Svizzera e Norvegia, che hanno scelto di aderire ai principi cardini dell’Unione, tra cui la libera circolazione delle persone), le regole per gli extracomunitari erano decisamente più stringenti.
SERVONO PRESENZE IN NAZIONALE. Per ottenere un permesso di lavoro necessario per entrare a far parte di una squadra della Premier League occorreva aver disputato, nei 24 mesi precedenti al trasferimento, almeno il 30% delle partite della propria Nazionale, se la Nazionale in questione è tra le prime 10 del ranking Fifa; almeno il 45% se la Nazionale ha un ranking compreso tra l’11esimo e il 20esimo posto; almeno il 50% se la Nazionale ha un ranking tra il 21esimo e il 30esimo posto; almeno il 75% se la Nazionale ha un ranking tra il 31esimo e il 50esimo posto. Ora, a rigor di logica, verrà meno la differenza tra giocatori provenienti dagli Stati dell'Unione ed extracomunitari.
DUE TERZI DEGLI EUROPEI A RISCHIO. Il Guardian ha elaborato uno studio secondo il quale, nella peggiore delle ipotesi, cioè se le regole che fino a oggi sono state applicate ai calciatori extracomunitari fossero applicate a tutti gli stranieri, circa due terzi degli europei attualmente in Premier League non rispetterebbe i criteri stabiliti dalla Football association per ottenere un permesso di lavoro in Gran Bretagna. Secondo la Bbc, sarebbero 122 su 168 gli atleti potenzialmente 'fuorilegge'.
L'ALLARME DELLA PREMIER LEAGUE. Quasi impossibile prendere in considerazione una retroattività della norma che preveda l'allontanemento dei suddetti campioni, resta il fatto che per le big inglesi la sessione di mercato potrebbe tramutarsi in un percorso a ostacoli.
Karren Brady, vice-presidente del West Ham, ha parlato di effetti potenzialmente devastanti per l'economia e la competitività del movimento calcistico inglese. Anche per questo la la Premier League si era già pronunciata a gran voce favore del Remain. Per fare un esempio, se questa normativa fosse stata applicata in passato, giocatori come Eric Cantona e Cristiano Ronaldo non avrebbero mai calcato i campi della Premier League. O, in epoca più recente, il Leicester di Claudio Ranieri non avrebbe mai potuto tesserare N'Golo Kanté.

Club impoveriti dal crollo della sterlina

David Beckham.

I primi effetti si potranno già vedere nelle prossime settimane, perché con la vertiginosa svalutazione della sterlina (-8% nella sola giornata del 24 giugno) i club inglesi non potranno più imperversare nel mercato estivo, o quanto meno il loro potere d'acquisto verrà fortemente ridimensionato. La scelta di uscire dall'Unione equivale, a livello calcistico, a un'auto-ridimensionamento autarchico, che potrebbe anche allontanare gli investitori stranieri. Perché in una notte la Premier League, dall'essere il campionato più globalizzato del mondo, visto e venduto nei quattro angoli del pianeta, si è trasformato in un torneo di carattere nazionale, smarrendo anche la sua proverbiale capacità di attrazione.
UN AUTOGOL CLAMOROSO. Proprio per scongiurare questa eventualità, alla vigilia del voto, l'amministratore della Premier League, Richard Scudamore, a nome dei 20 club della massima divisione, aveva auspicato una vittoria di chi voleva restare in Europa. Perché uno dei segreti del successo del calcio inglese è sempre stata la sua capacità di trasformarsi in prodotto d'esportazione per eccellenza, superando confini e culture. Una sorta di multiculturalismo applicato al pallone, elogiato da David Beckham nel suo endorsement per la causa pro-Ue. Il risultato del referendum è stato così un clamoroso autogol, proprio alla vigilia dell'entrata in vigore del ricchissimo contratto per la cessione dei diritti tivù (circa 8 miliardi di euro per i prossimi tre anni).
QUATTORDICI PROPRIETÀ STRANIERE. Con 14 proprietari di club stranieri, l'epilogo referendario appare ancor più stridente, senza dimenticare la composizione internazionale delle squadre. Finora in Inghilterra non c'era un limite di calciatori extracomunitari tesserabili dai club, mentre tutti i giocatori europei (in possesso del passaporto UE) potevano avvalersi del diritto alla libera circolazione riconosciuta ai Paesi comunitari. Un regolamento altamente restrittivo come quello precedentemente ipotizzato sarebbe destinato a escludere i giovani talenti senza esperienza internazionale. Insomma, uno stop per tutti i baby calciatori. Nell'immediato, con ogni probabilità, tutto resterà come prima, ma tra qualche anno le normative potrebbero cambiare: tutto dipenderà dagli accordi che Londra sottoscriverà con Bruxelles.

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