Agnelli
SPORT E BUSINESS 17 Gennaio Gen 2017 1327 17 gennaio 2017

Andrea Agnelli, il presidente che rompe con la storia della Juventus

Il numero uno bianconero rinnova il logo tra le polemiche. Obiettivo: trasformare il club in azienda globale. Così accantona un altro simbolo. Dopo Del Piero e Conte. E diventa sempre più dominus incontrastato.

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«Quando leggo un quotidiano e l’occhio mi cade involontariamente sulla lettera "J" il cuore mi sussulta, ricevendo una grande emozione». Chissà se le parole dello zio Gianni saranno tornate in mente ad Andrea Agnelli durante la presentazione del nuovo, discusso, logo della Juventus. Una cesura col passato, quella condensata dall'unica lettera stilizzata in bianco e nero, che ha spaccato la tifoseria, con le ragioni del marketing a far da contrappeso ai malumori degli affezionati sostenitori dello storico simbolo della Vecchia Signora.

UNA SVOLTA DOPO OLTRE UN SECOLO. Riconoscibilità globale, proiezione verso i mercati asiatici, piena trasformazione del marchio Juve in un brand che oltrepassa i confini dello sport: sono tante le motivazioni utilizzate per giustificare una scelta che, nel bene o nel male, rappresenta una svolta epocale dopo quasi 120 anni di storia. Mai, infatti, il vessillo della juventinità si era tanto discostato dall'originale.

Una rivoluzione che porta impresso il nome di Andrea Agnelli, una volta di più ideologo della ricostruzione juventina. Ambasciatore della rinascita dopo l'onta della Serie B e la difficile risalita firmata Cobolli Gigli-Blanc, in nemmeno sette anni il quarto Agnelli al timone del club ha accentuato in maniera crescente il proprio potere decisionale, fino a farsi portavoce di scelte controverse che lo hanno trasformato nell'unico dominus della squadra da cinque anni consecutivi campione d'Italia.

LA TRADIZIONE ACCANTONATA. Parlare di iconoclastia potrà sembrare ardito, ma la continuità sabauda che da sempre ha contraddistinto la Juventus sembra aver trovato il suo censore nel figlio di Umberto. «Bisogna cambiare prima di essere costretti a farlo», si sono sentiti ripetere allo sfinimento i suoi collaboratori. Nulla, in tal senso, è stato lasciato al caso, nemmeno la presentazione del logo al Museo della Scienza e Tecnologia di Milano invece che a Torino.

Immune ai mugugni della tifoseria, per la quale ha sempre serbato un occhio di riguardo, ha scelto nuovamente di recidere il cordone ombelicale con la tradizione. Proprio come, in passato, non si era fatto scrupoli nel disfarsi di una simbologia troppo ingombrante. Basti pensare ad Alessandro Del Piero, bandiera ventennale accompagnata alla porta senza complimenti dal giovane capo, a soli due anni dal suo insediamento.

IL GRANDE FREDDO CON DEL PIERO. La storia è nota, ma vale la pena rinfrescare la memoria: i tira e molla sul rinnovo del capitano al tramonto di una carriera trascorsa con indosso la sola maglia bianconera, le remore della società nell'accettare la presenza di un leader difficile da mettere in panchina, la scelta unilaterale di Alex di firmare in bianco sorprendendo la proprietà, la conseguente decisione di Agnelli, comunicata a soci nel corso di un anonimo consiglio d'amministrazione, di pensionare Del Piero al termine della stagione 2011-12. Nessuna partita, nessun ruolo dirigenziale e rapporti sempre più gelidi tra le due prime donne del mondo Juve.

Antonio Conte e Alessandro Del Piero in una foto del 2011.

Molti tifosi non hanno mai completamente perdonato questo trattamento al presidente. Lo stesso presidente che non mostrò sorpresa e, forse, neppure troppo dispiacere di fronte alle clamorose dimissioni di Antonio Conte nell'estate 2014 per, si disse, malcelate incongruenze di mercato. Quel che è certo è che la vulcanica personalità del mister leccese, unita all'ascendente esercitato sulla tifoseria, non sembrava essere fatta su misura per i progetti di un manager decisamente più a suo agio con l'aziendalista Massimiliano Allegri.

L'ETERNO SCONTRO CON LA FIGC. La rottura col passato passa anche per l'infinito muro contro muro con la federazione e quel Palazzo che la storia della Juventus aveva sempre attraversato senza fare troppo rumore. Dalla scritta «30 sul campo» all'infinito contenzioso con la Figc dopo Calciopoli, il tradizionale conservatorismo juventino ha finito col trasformarsi in un'opposizione manifesta al sistema calcio italiano, poi ammorbita da una parziale riconversione sulla presidenza Carlo Tavecchio. Non a caso, la richiesta di revisione del processo sportivo che condannò la Juve alla Serie B fu vista da molti come uno strappo dal consueto basso profilo che storicamente aveva contraddistinto la famiglia Agnelli.

Nella sua prima conferenza stampa da presidente, ad aprile 2010, Agnelli spiegò con toni lievi di voler dare «un contributo importante alla società del mio cuore». Ha cambiato molte persone, ha preso gente con cui aveva già lavorato, come Claudio Albanese, direttore della comunicazione del club. Ha scelto Beppe Marotta, Fabio Paratici e Pavel Nedved. Ma soprattutto ha inaugurato la «nuova casa» della Juventus col battesimo dello Juventus Stadium a settembre 2011.

IL MANTRA DELL'INNOVAZIONE. «La sfida dei prossimi anni per il calcio italiano sarà come non perdere ulteriore terreno in Europa. Dobbiamo smettere di pensare a proteggere e porci l'obiettivo di innovare. Dobbiamo capire qual è il modello che il calcio italiano si vuole dare, quale la mission da affidare alle squadre principali, quale il piano per essere competitivi». Agnelli ha costruito una nuova Juventus, azienda ancora prima che squadra. Un’azienda che ora viaggia a gonfie vele dopo essere stata traumatizzata da Calciopoli e dalle sue conseguenze sportive ed economiche. Un'azienda della quale lui si è fatto prima garanzia.

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