Coppa D'africa
3 Febbraio Feb 2017 1500 03 febbraio 2017

Coppa d'Africa, emblema di un calcio in perenne precarietà

Issa Hayatou, per cinque mesi n.1 della Fifa ad interim, guida la Federazione del Continente nero dal 1988. Tra dirigenti inadatti, crescita zero, scarsi risultati e un torneo che i club europei mal sopportano. Il ritratto.

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Nella vita bisogna sapersi accontentare. E a Issa Hayatou, grande capo del calcio africano, può essere sembrata una sufficiente gratificazione presentarsi da ex presidente Fifa alla 31esima edizione della Coppa d’Africa. Nonostante abbia detenuto la carica per meno di cinque mesi. E nonostante la sua presidenza sia stata un interim, una tappa tra la rovinosa caduta del potere blatteriano e l’elezione di un altro svizzero che pare forgiato alla scuola della vecchia Dc dorotea: Gianni Infantino.

EX NAZIONALE DI BASKET. Per il signor Issa va bene anche così: nessun libro di storia del calcio mondiale potrà omettere quei cinque mesi scarsi da presidente Fifa. È il massimo che questo signore camerunense prossimo ai 71 anni, figlio di un sultano locale e dall’eclettico passato sportivo (nazionale di basket e detentore di due record nazionali in atletica leggera, sui 400 e 800 metri), potesse permettersi a questo punto della carriera dirigenziale.

PIÙ FORTUNATO DEI COLLEGHI. Presidente della confederazione calcistica africana (Caf) dal 1988, componente del Comitato olimpico internazionale (Cio) dal 2001, può guardare comunque al curriculum personale con un certo orgoglio. Del resto, quando ha provato a prendersi la presidenza della Fifa attraverso l’ordinario procedimento elettorale, gli ha detto male. Era il 2002 e il suo tentativo di sfidare il potere del colonnello Sepp Blatter venne sonoramente bocciato dal voto: 139 a 56. Tutto sommato, può dirsi fortunato. Altri dirigenti che hanno cercato di strappare il potere all’ex presidente svizzero, come il qatariota Mohammed bin Hammam (grande stratega dell’assegnazione al suo Paese dei mondiali 2022) o lo stesso Michel Platini, hanno visto la carriera chiudersi ingloriosamente causa scandali.

L'esultanza dei giocatori dell'Egitto contro l'Uganda.

Invece da certe storie il signor Issa è stato scosso, ma non abbattuto. Resta agli atti una vecchia vicenda di versamenti ricevuti dalla Isl, la defunta agenzia di marketing e commercializzazione dei diritti televisivi legata alla Fifa attorno alla quale si scatenò il primo scandalo dell’era blatteriana. E giusto durante il breve periodo a capo della Fifa ha fatto scalpore la notizia, svelata da Bloomberg, secondo cui metà del suo salario da numero 1 del calcio mondiale fosse legato all’approvazione del pacchetto di misure necessario a riformare la governance della Fifa. Non certo il meglio in termini di trasparenza e disinteresse, nello svolgimento di un ruolo.

UN CALCIO INTERINALE. Ma la storia recente della confederazione calcistica mondiale racconta che c’è chi ha fatto di molto peggio. E l’essere uscito indenne dallo scandalo che a maggio 2015 portò agli arresti del Baur au Lac è già per Hayatou un risultato positivo, ma anche un memento. Meglio amministrare il potere già acquisito, e garantirsi una lenta e confortevole uscita di scena. Il signor Issa è una perfetta rappresentazione del calcio africano, e di uno stato d’interinalità che la kermesse partita a gennaio 2017 rappresenta alla perfezione. Come al solito la Coppa d’Africa giunge in un periodo di pieno svolgimento dei tornei nazionali in Europa, coi disagi che ciò comporta per i club e per gli stessi calciatori. Ma il malcelato fastidio generato in coloro che i calciatori li pagano è soltanto parte degli aspetti negativi.

Tifosi della Costa d'Avorio.

C’è soprattutto che il torneo africano per nazionali, da un’edizione all’altra, è la vetrina di un calcio che non è più nemmeno in crisi di crescita. Semplicemente, è fermo. Incapace di andare oltre i progressi culminati all’inizio degli Anni 90 con la semifinale sfiorata dal Camerun al Mondiale in Italia. Pareva una nuova tappa nella scalata del calcio continentale, e invece lo sviluppo si è bloccato lì. A dispetto del progressivo allargamento nel numero delle squadre africane che partecipano alla fase finale dei mondiali, ciò che avrebbe dovuto regalare delle chance in più alle rappresentative continentali.

SVILUPPO ARRETRATO. Ma non è soltanto sul piano dei deludenti risultati delle nazionali che si misura la mancata crescita del calcio africano. È l’intera piramide a essere rimasta a uno stadio di sviluppo arretrato. Lo si nota dal proliferare delle accademie rette da manager stranieri, che di fatto hanno monopolizzato il processo di formazione dei talenti svolto in Europa dai club. E lo si coglie anche dalla mancata formazione di un’élite dirigenziale di respiro internazionale, capace di far contare il peso elettorale africano oltre l’ottenimento di posti supplementari nelle fasi finali dei mondiali o briciole di risorse finanziarie elargite a titolo di progetti allo sviluppo.

Il francese Herve Renard, commissario tecnico del Marocco.

Di fatto, dietro il signor Issa c’è il vuoto. E la nomina della senegalese Fatma Samoura al ruolo di segretario generale della Fifa, paradossalmente, ne è la dimostrazione. Perché dovendo fare una mossa propagandistica prima ancora che politica, Infantino ha portato a Zurigo una donna africana proveniente dai ranghi Onu, assolutamente digiuna di questioni calcistiche. Nemmeno per un attimo è stato sfiorato dal pensiero di promuovere un dirigente calcistico africano di lungo corso.

MANCANZA DI TALENTO. Ma se si deve guardare con massima efficacia al tema dello sviluppo interrotto, bisogna tornare alla dimensione di campo. È lì che il calcio africano continua a essere carente, incapace di andare oltre la produzione di talento grezzo. In questo senso, un altro indicatore è il ritardo nella costruzione di una generazione di allenatori all’altezza. Scorrendo la lista dei 16 commissari tecnici che guidano le rappresentative nell'edizione 2017, si scopre che soltanto quattro sono africani, il 25%. Si tratta di Aliou Cissé (Senegal), Kalisto Pasuwa (Zimbabwe), Baciro Candé (Guinea) e Florent Ibengé (Repubblica Democratica del Congo).

INGERENZA STRANIERA. Un dato che spicca ulteriormente quando si scopre che un numero uguale di commissari tecnici viene dalla Francia, ciò che perpetua un legame da Fraçafrique che nonostante tutto si rivela arduo da recidere. I quattro in questione sono Hervé Renard (Marocco), Alain Giresse (Mali), Michel Dussuyer (Costa d’Avorio) e Claude Leroy (Togo). Il resto del contingente è formato da due serbi (Milovan Rajevac, Algeria, e Milutin Srejdovic, Uganda) e a seguire dallo spagnolo Antonio Camacho (Gabon), dal belga Hugo Broos (Camerun), dall’argentino Hector Cuper (Egitto), dall’israeliano Avram Grant (Ghana), dal portoghese Paulo Duarte (Burkina Faso), dal polacco Henryk Kasperczak (Tunisia). E senza una leva di tecnici autoctoni, capaci di mescolare lavoro intellettuale e sapere pratico applicandoli al calcio, rimane impossibile per l’Africa del pallone andare oltre questo eterno profilo interinale.

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