Roberto Baggio
18 Febbraio Feb 2017 0900 18 febbraio 2017

Dieci istantanee per raccontare Roberto Baggio

Il Divin Codino compie 50 anni. Dagli inizi con la maglia del Vicenza fino al rigore sbagliato di Pasadena. Passando per trofei, infortuni, gesti memorabili. Gioie e dolori del calciatore più amato dagli italiani.

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Ci sono volti che non vorremmo vedere invecchiare mai, e fatti che fatichiamo ad accettare siano diventati ricordi. Sono passati quasi 13 anni dall'ultima partita di Roberto Baggio, e il 18 febbraio 2017 lui gira la boa del mezzo secolo di vita. Cinquant'anni, Roberto, come lo chiamava Bruno Pizzul nelle telecronache di Usa 94, ma nella testa degli italiani è ancora il ragazzino coi ricci ribelli raccolti nel codino. Lui che il calcio italiano l'ha cambiato per sempre, il primo buddhista in Serie A, divo per natura e antidivo per scelta di vita e cultura, schivo ma sempre sotto i riflettori. Lui che è troppo difficile da raccontare se non per frammenti, immagini, istantanee. Come se stessimo sfogliando un album di vecchie polaroid che – miracolosamente – non sbiadiscono né lo faranno mai.

1. Il primo infortunio (di una lunga serie) al ginocchio

Quando hai 18 anni e il calcio è un gioco che fai nel tempo che tuo papà ti lascia libero dal lavoro in carpenteria, tutto ti sembra più facile. Roberto Baggio è alla sua terza stagione in C1 col Vicenza, la prima, in realtà, da protagonista. Ha segnato 12 gol in campionato e altri 2 in Coppa Italia, ma soprattutto ha ampiamente dimostrato di essere di un'altra categoria. Dove gli altri fanno fatica, lui sembra sfiorare appena l'erba, anche sui campi pesanti della provincia. Ma in una partita di fine campionato contro il Rimini di Arrigo Sacchi, Baggio si infortuna gravemente al crociato anteriore e al menisco del ginocchio destro.

LA FIORENTINA NON SI TIRA INDIETRO. È giovanissimo ma non è il suo primo infortunio: a 16 anni, poco dopo il suo esordio in prima squadra, si era già rotto il menisco, sempre quelle maledette fragilissime ginocchia che lo perseguiteranno per tutta la carriera. Ma stavolta è diverso, stavolta è più grave. E non solo perché la lesione è una di quelle che potrebbero chiudere la carriera di un calciatore. La Fiorentina, che l'ha appena comprato, potrebbe fare un passo indietro, ma non lo fa. Versa comunque al Vicenza i 2,7 miliardi pattuiti e porta Roby in Toscana, pur sapendo che dovrà aspettarlo un anno intero. È una sliding door, la prima delle tante di questa storia, che si rivelerà decisiva per il calcio italiano.

  • Roberto Baggio a Vicenza.

2. La prima delle 205 reti in Serie A

Baggio sta fermo un anno. Completamente isolato. Non si fa vedere nemmeno dai compagni agli allenamenti. Per cinque mesi si dimentica di chiedere lo stipendio. Poi torna, esordisce in A in quella che, sulla carta, sarebbe la sua seconda stagione con la Fiorentina. Gioca una partita, contro la Sampdoria, il 21 settembre 1986, e una settimana dopo si rompe di nuovo il menisco: altri sette mesi e mezzo di stop. Così ci mette quasi due anni a segnare il suo primo gol nel massimo campionato (alla fine saranno 205).

CONTRO IL NAPOLI DI MARADONA. Arriva contro il Napoli di Maradona, su punizione, con una palla nemmeno troppo veloce, angolata sì, ma sul palo lungo, quello che dovrebbe essere del portiere, bassa, non all'incrocio. Però è una di quelle palle che girano girano girano e diventano imparabili. È un inizio, un segnale, un saggio di ciò che può essere e fare Roberto.

  • Il primo gol di Baggio in A.

3. Il gol contro la Cecoslovacchia a Italia 90

Il resto arriva nelle tre stagioni successive. Sei gol in 27 partite; 15 gol in 31 partite; 17 gol in 32 partite. La progressione di Baggio in Viola è un crescendo rossiniano che non può che concludersi con due traguardi. Prima lo compra la Juventus, per 25 miliardi, e un popolo Viola che precede di una decina d'anni quello di Beppe Grillo scende in strada, rovescia cassonetti, spacca tutto. Poi, pochi giorni dopo, Baggio parte per i Mondiali. O meglio, più che partire resta a casa. Si sposta solo di pochi chilometri, quelli che separano Firenze da Coverciano. Ha 23 anni quando comincia Italia 90, e parte dalla panchina. Perché in campo ci vanno Gianluca Vialli e Andrea Carnevale.

UN MOVIMENTO CHE RENDERÀ FAMOSO. L'Italia non brilla ma vince le prime due contro Austria e Usa. Segnano Schillaci e Giannini. Baggio esordisce nell'ultima partita del girone, contro la Cecoslovacchia, a qualificazione acquisita. A poco più di 10 minuti dalla fine riceve palla a centrocampo, tutto sulla sinistra, duetta con Giannini, poi si lancia verso la porta e fa una cosa che segnerà gran parte della sua storia in Azzurro. «Baggio converge», grida Bruno Pizzul dentro al microfono della Rai. Un soggetto e un predicato verbale che torneranno spesso nelle telecronache del giornalista friulano. Quelle partenze da sinistra e quel movimento a rientrare verso l'interno del campo per poi calciare di interno destro torneranno anche a Usa '94, nella semifinale con la Bulgaria. «Baggio converge».

  • Baggio converge.

4. La sciarpa della Viola raccolta da terra

Dopo Italia 90 Baggio è ufficialmente un giocatore della Juventus, ma ha ancora il cuore Viola. Quando ritrova la Fiorentina, al Franchi, lo fa in uno stadio pieno, tutto dipinto di Viola. Lui prova a resistere all'emozione, gioca, si guadagna un rigore, ma decide che no, non lo vuole calciare. Lascia la palla a De Agostini, che si fa parare il tiro da Mareggini. Poi Roberto esce dal campo, sostituito dal suo allenatore Maifredi, si infila il giaccone e comincia un lento giro di campo.

L'IMMORTALITÀ DI UN AMORE PASSATO. Una sciarpa viola cade davanti ai suoi piedi, se ne accorge, si china a raccoglierla, la tiene in mano. È un gesto che sancisce l'immortalità di un amore passato, quello coi tifosi fiorentini, ma smorza sul nascere quello con gli juventini, che – forse più per questo gesto che per il successivo dualismo con Del Piero – non sboccerà mai del tutto.

  • Baggio torna a Firenze da avversario.

5. Il Pallone d'Oro del 1993

Nei suoi cinque anni bianconeri, Baggio riempie gli occhi dei tifosi e dell'avvocato Gianni Agnelli, ma non riesce a fare altrettanto con la bacheca del club. Una Coppa Uefa da protagonista, una Coppa Italia e uno scudetto da comprimario non possono bastare. Non per uno come lui e per una squadra come la Juventus. Non basta tutta la magia del Divin Codino per spezzare l'incantesimo che imprigiona la Signora. Ci vorranno Marcello Lippi, il 4-3-3 e Alessandro Del Piero per riportare lo scudetto a Torino e regalare a Baggio il suo primo titolo di campione italiano.

IL DIVIN CODINO QUASI LO SNOBBA. È una macchia, sì, ma non basta a cancellare 115 gol segnati in 200 partite, spesso bellissimi, e un Pallone d'Oro sollevato nel 1993, dopo la vittoria della Coppa Uefa. Un premio, che però, non sembra affascinare troppo Baggio, che in più di un'intervista dichiara di preferire i titoli conquistati sul campo, con la squadra, per i tifosi.

  • I gol di Baggio con la Juventus.

6. Il rigore sbagliato contro il Brasile a Usa 94

Le braccia piegate coi gomiti a formare un angolo di 90 gradi, le mani poggiate sui fianchi. Gli occhi persi nel vuoto che si estende oltre gli spalti del Rose Bowl di Pasadena, dietro la traversa scavalcata dal pallone. Baggio ha appena sbagliato l'ultimo rigore della finale dei Mondiali di Usa 94. L'ha calciato malissimo, spedendolo alle stelle. Non era quello decisivo, perché poi il Brasile avrebbe dovuto tirare il suo e se l'avesse segnato sarebbe comunque finita nello stesso modo, ma passerà alla storia come tale. Baggio e i calci di rigore, ci si potrebbe scrivere un saggio, tra segnati (tanti), sbagliati da lui (pochi, ma spesso decisivi), sbagliati dai compagni.

IL LUNGO ESILIO AZZURRO. Baggio segna a Italia 90, ma sbagliano Donadoni e Serena, e l'Italia è fuori. Baggio sbaglia con la Juve, nel 1994, ai quarti di finale di Coppa Uefa, e in semifinale va il Cagliari. Quattro anni dopo Pasadena e un lungo esilio azzurro, Baggio tornerà a calciare un rigore a Francia 98. Se lo procurerà lui, lo chiederà all'arbitro, per poi rendersi conto un istante dopo di ciò che sta per succedere. Piegato con le mani sulle ginocchia, schiacciato quasi dalla responsabilità, dalla memoria e dall'angoscia, incitato dai compagni, Baggio andrà dal dischetto per un rigore così così, sfiorato da Chilavert, ma – stavolta – destinato a finire in fondo alla rete. Sembra un risarcimento del destino, ma il karma in cui lui crede tanto nella storia di Roby sembra sempre lasciare il suo lavoro incompiuto, a metà.

  • Baggio sbaglia il rigore col Brasile a Usa 94.

7. La palla fuori di 30 centimetri contro la Francia

A Francia 98 Baggio arriva a furor di popolo. Cesare Maldini è quasi costretto a convocarlo dopo la straordinaria stagione con la maglia del Bologna, conclusa con 22 gol e la qualificazione all'Intertoto. Ma per il ct, Roby non è titolare e deve persino subire lo scippo della maglia numero 10, che finisce sulle spalle di Del Piero. L'attaccante della Juventus, nemesi del Codino già in bianconero, arriva però al Mondiale infortunato. Così è Baggio a giocare le prime due partite. Segna col Cile, fa segnare Di Biagio contro il Camerun, poi si siede in panchina contro l'Austria, ma solo per entrare in campo al 28' del secondo tempo e siglare il gol partita a tempo praticamente scaduto. L'Italia lo vorrebbe vedere in campo e negli ottavi di finale contro la Norvegia, il Vélodrome di Marsiglia lo invoca dopo una spenta ora di gioco di Del Piero.

IL DUALISMO CON DEL PIERO. Tutto quell'affetto è troppo per Cesare Maldini, che si gira verso il pubblico e risponde piccato, poi fa entrare Chiesa e lascia il Codino in panchina. Ma l'Italia va avanti con un gol di Vieri e la vigilia dei quarti di finale con la Francia torna a vivere dello stesso dualismo Del Piero-Baggio, con l'Italia schierata quasi interamente col secondo. In campo, però, ci va ancora Alex. Roby entra al 67' e nei supplementari sfiora il golden goal che manderebbe l'Italia in semifinale. Si avventa su un lob di Albertini e calcia al volo, con l'interno destro, superando Barthez, ma il pallone indirizzato verso il secondo palo prende una traiettoria a uscire e va a lato di pochi centimetri. «Ha calciato troppo bene», si dirà. Forse non è vero, ma aiuta a far crescere mito e rimpianti. Ai rigori, stavolta, Baggio calcia per primo e segna. Ma a sbagliare l'ultimo tiro dal dischetto è Gigi Di Biagio. Traversa. Titoli di coda.

  • Baggio calcia «troppo bene» e l'Italia esce ai quarti di Francia 98.

8. La doppietta in Parma-Inter, nonostante Marcello Lippi

La rinascita a Bologna fornisce a Baggio l'occasione per un ultimo giro di giostra in un grande club. Ha 31 anni e, ginocchia a parte, sta bene. Così lo prende l'Inter. Il primo anno, con quattro allenatori cambiati, è un incubo. Il secondo, se è possibile, ancora peggio. L'Inter crede in Baggio, così tanto che Ronaldo gli cede la 10 e si prende la 9, con Zamorano che si inventa un 18 con un + tra le due cifre: 1+8=9. Ma Moratti crede anche che Marcello Lippi sia l'uomo migliore per rilanciare la squadra dopo 10 anni di astinenza da scudetto. La storia dirà che si sbaglia, mentre Baggio vivrà una delle stagioni peggiori della sua carriera, vittima dell'allenatore che più di tutti l'ha odiato e che più di tutti ha odiato, l'uomo che lo mise in un angolo già alla Juve, costringendolo ad andarsene.

UNO SPAREGGIO DECISIVO. Eppure, nonostante le liti in allenamento, nonostante una stima che non c'è mai stata e mai ci sarà, nella partita più importante della stagione, in bilico tra la conferma e l'esonero, Lippi decide di affidarsi a San Roberto da Caldogno. L'Inter ha una sola chance per salvare una stagione deludente: vincere lo spareggio Champions contro il Parma. E ci riesce grazie a Baggio, che gioca e segna due gol nel 3-1 nerazzurro: il primo beffando Buffon con una punizione sul suo palo da una posizione da cui, normalmente, si crossa; il secondo con un sinistro al volo su sponda di Zamorano che va a infilarsi imprendibile nell'angolino. È l'ultimo recital di Baggio con la maglia di una big, il modo migliore per chiudere un ciclo e tornare in provincia, lì dove era iniziato tutto.

  • Baggio segna due gol al Parma, porta l'Inter in Champions League e salva la panchina di Marcello Lippi.

9. Il gol a Van der Saar su lancio di Pirlo

La coda di carriera di Baggio è una sorta di show itinerante in giro per l'Italia con la maglia del Brescia. Ogni stadio in cui si presenta si riempie per lui e – fatta eccezione per i bergamaschi, che col Brescia hanno una rivalità che non può conoscere deroghe – si alza ad applaudirlo. Baggio ringrazia come sa fare lui, segnando 45 gol in 95 partite. Ce n'è uno, però, che per bellezza e significato può racchiudere il lascito del Codino al calcio italiano. Baggio lo segna nel 2001 contro la Juventus, scattando sul filo del fuorigioco su un lancio di Pirlo e condensando in un solo tocco di palla controllo e dribbling su Van der Saar, a cui non basta distendere tutti i suoi 197 centimetri per fermare il pallone o toccare l'avversario concedendo quello che in quel momento sarebbe forse il male minore: il calcio di rigore.

NASCITA DI UN REGISTA. È un gol speciale per la bellezza del gesto tecnico, certo, ma anche perché ci ricorda come la presenza di Baggio abbia obbligato Pirlo a spostare il suo raggio d'azione 30 metri più indietro rispetto alla zona di campo in cui aveva iniziato a giocare, un passaggio decisivo per diventare il meraviglioso centrocampista visto negli anni a seguire con le maglie di Milan, Juventus e Nazionale. Prendete anche questo come un regalo di Baggio al calcio italiano. Involontario, forse, ma non meno prezioso di una punizione a giro piazzata all'incrocio.

  • Controllo e dribbling in un solo tocco. Baggio segna a Van der Saar su lancio di Pirlo.

10. L'ultimo saluto a San Siro contro il Milan

L'ultima partita di Baggio, il 16 maggio 2004, si celebra nell'unico teatro degno di ospitare uno spettacolo destinato a rimanere unico nel suo genere. Il Brescia va in trasferta a San Siro, per sfidare il Milan che ha già vinto lo scudetto in una partita che non avrebbe niente da dire se solo non fosse l'ultima del Codino. È come se il calendario di quella stagione fosse stato compilato da uno sceneggiatore che già sapeva come sarebbe andata a finire e avesse voluto scegliere il modo migliore per rendere omaggio a un patrimonio dell'umanità che ama il calcio.

STANDING OVATION E ABBRACCI. Baggio gioca col ginocchio malandato, come al solito, e come al solito fa qualcosa di speciale fornendo l'assist per il gol di Matuzalém. Ma tutto passa in secondo piano quando, a 5 minuti dal termine della partita, Gianni De Biasi lo chiama in panchina, facendo alzare il pubblico dalle sedie per una lunga standing ovation. Maldini si avvicina a Baggio e lo abbraccia, quasi fosse l'ambasciatore di tutti gli italiani che in quel momento, col pensiero, stanno facendo lo stesso. Perché non tutti risponderebbero «Baggio» alla domanda «qual è stato il calciatore italiano più forte di sempre», ma se chiedeste loro chi hanno amato di più, in pochi avrebbero dubbi.

  • San Siro saluta l'ultima partita di Roberto Baggio, il 16 maggio del 2004.
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