Curva Nord Inter
11 Marzo Mar 2017 1100 11 marzo 2017

Inter, il portavoce degli ultrà Caravita: «In Curva non si spaccia»

La droga sugli spalti. Le frequentazioni "nere". Le colpe dei giornalisti. Il fondatore dei Boys San a Lettera43.it: «Tanti miti da sfatare».

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Franco Caravita è uno dei fondatori dei Boys San (1969), gruppo storico della parte più calda del tifo nerazzurro. Nonostante il fisiologico cambio generazionale avvenuto all’interno della curva interista, è considerato ancora un riferimento storico del gruppo ed è il "portavoce" della Nord. Quasi 50 anni di storia nerazzurra, iniziata alla fine degli Anni 60 tra mutamenti sociali e divisioni politiche sempre più accese, che ha deciso di raccontare a Lettera43.it senza ambiguità. Il movimento degli ultrà, senza immaginarlo, ha tenuto a battesimo l’Italia della “generazione ‘68” e le rivoluzioni culturali a essa collegate.

TESTIMONE DI 50 ANNI DI CURVA. Caravità, di tutto questo, è testimone, così come vede oggi i temi più scottanti che hanno coinvolto, recentemente, altre realtà ultrà. Dallo spaccio di droga fino ai presunti rapporti con la malavita di alcune tifoserie organizzate, dal parere sui “Daspo” all’inefficacia, a suo dire, della “Tessera del tifoso”. Senza dimenticare i difficili Anni 70 e le frequentazioni “nere” in curva.

Franco Caravita, portavoce della Curva Nord dell'Inter.

DOMANDA. Partiamo dai fatti di Bergamo con l’arresto di 26 sostenitori della “Dea” accusati di spaccio di sostanze stupefacenti e rapina. Che idea s’è fatto?
RISPOSTA. Nessuna idea perché non commentiamo fatti capitati in casa d’altri. Per quanto ci riguarda, è un fenomeno che non esiste. Anzi, non è mai esistito in quarant’anni nella nostra curva.

D. Cosa la spinge a tanta sicurezza?
R. La storia della Nord è costellata da una lunghissima serie di indagini subite, inchieste e controlli vari da parte della magistratura, della polizia e dei carabinieri. Ci hanno vivisezionato. Pedinamenti, intercettazioni telefoniche, di tutto e di più. Paradossalmente anche dai servizi segreti…

D. Dai servizi segreti?
R. Sì, anche dai servizi segreti. Fosse esistita una struttura organizzata dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti sarebbe immediatamente affiorata. Non avrebbero perso la golosa occasione per tratteggiare la nostra realtà come quella formata da delinquenti, violenti, spacciatori.

D. Resta il fatto che nelle curve la droga gira…
R. Non mettiamoci le fette di salame sugli occhi ed evitiamo ipocrisie…

D. Evitiamole.
R. La curva è un’aggregazione in cui stazionano 10 mila persone, assolutamente interclassista. Puoi trovare l’operaio, l’impiegato, il libero professionista oppure l’avvocato. Donne e uomini che si trovano nello stesso momento per dare sfogo alla loro passione...

D. Quindi?
R. E quindi il consumo è un’attività individuale. Se assumi abitualmente droga, lo fai, probabilmente, dal lunedì alla domenica. Cosa c’entra la curva? Se anche esistesse qualcuno dedito all’attività di spaccio non sarebbe comunque riconducibile a noi. Evitiamo strumentalizzazioni. Chi fa lo spacciatore non ha bisogno delle curve per lavorare.

D. Va bene, quello che però potrebbe stuzzicare certe figure è il bacino d’utenza molto vasto, utile per incrementare il proprio business.
R. Ribadisco: lo spacciatore non ha bisogno delle curve per vendere droga. Ha il suo “giro” settimanale. Oppure lei crede che la complessità della nostra realtà sia formata esclusivamente da migliaia di consumatori?

D. Me lo dica lei.
R. Assolutamente no. Chi fa uso di droghe non aspetta di venire in curva la domenica per acquistarle… su.

D. A Bergamo, però, c’è un’indagine in corso in cui parrebbe di sì. Almeno per alcuni elementi.
R. Non parlo di realtà che non conosco e nemmeno m’interessa. Commento solo la mia realtà.

D. Legge quest’operazione della procura come un attacco al mondo ultrà?
R. Non ho detto questo. Non conosco la vicenda se non per quello che ho letto sugli organi d’informazione. Ognuno fa il proprio mestiere, vedremo come andrà a finire. Aggiungo una cosa.

D. Dica.
R. Contro di noi, intendo le curve, spesso i media hanno il dito puntato.

D. È colpa di noi giornalisti?
R. Anche. Non parlo di lei personalmente che è qui, davanti a me, e si confronta, cerca di capire. Mi riferisco a coloro, e sono tanti, che troppo superficialmente indentificano l’ultrà con un balordo, alimentando un’immagine parziale, negativa e sbagliata.

La malavita esiste nel nostro Paese al di là degli ultras. Sono semplificazioni, accostamenti di cui troppo spesso siete responsabili

D. È vero anche che a Milano, nel mondo ultrà, qualche problema esiste. Indagini recenti hanno portato alla luce, per esempio nella curva rossonera, problemi che vanno al di là del tifo calcistico.
R. Le ho già detto che non parlo di realtà che non sono la mia.

D. Conosce Loris Grancini?
R. Lo conosco ma non lo frequento, anche se l’ho visto crescere come tifoso.

D. Esiste un rapporto fra malavita organizzata e curve? Mi riferisco all’inchiesta che riguarda la Juventus legata alla presunta “vendita” di biglietti riservati ad alcuni esponenti del tifo più caldo, in bilico, sembra, tra mafia e ‘ndrangheta.
R. Onestamente nutro dei dubbi. È lo stesso discorso che facevamo prima sullo spaccio. La malavita esiste nel nostro Paese al di là degli ultrà. Sono semplificazioni, accostamenti di cui troppo spesso siete responsabili.

D. Di nuovo? Esiste un’inchiesta, degli arresti.
R. Intanto vediamo come si svilupperà e, come dicevo prima, l’esito finale. Anch’io nella mia “carriera” ultrà ho subito dei processi, alla fine però…

D. Quindi cosa ci contesta?
R. Insomma, a voi giornalisti contesto la banalizzazione di identificare le curve in organizzazioni che muovono grosse somme di denaro. Ambiti attrattivi per chi vuole sviluppare facili guadagni, magari illecitamente, con l’aggravante di sparare cifre a caso.

D. Non è così? A quali cifre si riferisce?
R. Proprio no. Le spiego come funziona da noi.

D. Prego.
R. Alcuni suoi colleghi hanno scritto, per esempio, che la Curva Nord avrebbe un giro d’affari stimato in 1 milione di euro l’anno. Chi legge questa inesattezza cosa dovrebbe pensare?

D. Mi aiuti a capire.
R. Le spiego come si arriva a certe cifre che non rappresentano per noi facili ricavi, come alcuni hanno voluto sottintendere, ma soprattutto dei costi sostenuti.

D. Cioè?
R. Le faccio l’esempio di una gara dell’annata 2010, per noi trionfale.

D. Dica.
R. Mediamente, parlo ovviamente delle trasferte, eravamo presenti allo stadio (parlo solo della curva) in 500 unità. Gara Empoli-Inter, analizziamo i freddi numeri: calcoli 30€ per il biglietto stadio, aggiunga 25 € per il pullman e 10€ (sto basso) per un panino e una birra.

D. Sono 32.000 euro.
R. Ecco. A parte vanno considerate le trasferta più lunghe, che non si possono fare in pullman, per esempio, Napoli e Palermo. In questo caso il mezzo preferito è l’aereo. La spesa a persona si aggira intorno ai 250 €.

D. Una cifra rilevante.
R. Esatto. La moltiplichi per tutte le trasferte e il gioco è fatto. Ma sono costi, mica ricavi.

D. Certo, l’accusa rivolta, però, riguarda le “creste”.
R. Ma quali creste. La verità è un’altra.

D. Mi spieghi.
R. La nostra curva si autofinanzia totalmente. Ci paghiamo tutto. Merchandising, coreografie e biglietti per lo stadio. Le eventuali maggiorazioni che pratichiamo sono reinvestite nelle attività a supporto della squadra.

D. Completamente?
R. Certo. Sfatiamo questa diceria.

D. A proposito di biglietti, la società Inter vi fornisce tagliandi gratis?
R. Assolutamente no. È in essere solo l’accordo per 15 ingressi, attraverso un apposito tesserino, a vantaggio dei ragazzi che si occupano delle coreografie. Le ricordo, inoltre, che ogni eventuale richiesta da parte nostra alla società è sottoposta al controllo della polizia.

Mauro Icardi, capitano dell'Inter.

D. Poco fa ha accennato ai suoi problemi con la giustizia. Quella vicenda, immagino, abbia pesantemente segnato la sua vita: le va di raccontarci l’episodio? (Caravita fu accusato, e poi assolto, di aver accoltellato nel 1983, Gerhard Wanningher, un tifoso dell’Austria Vienna, ndr).
R. Certo. Oltre un anno di carcere segnerebbe chiunque. Fu un calvario personale. Una lunga detenzione favorita dai dilatati tempi della giustizia italiana. Per fortuna tutto si è risolto per il meglio con l’assoluzione. A quella vicenda ero completamente estraneo.

D. Com’è il vostro (e suo) rapporto con i rappresentanti della Pubblica sicurezza?
R. Di confronto. Abbiamo instaurato nel tempo un dialogo, nella consapevolezza di avere ruoli separati e distinti: loro svolgono una professione mentre noi siamo solo tifosi. Si tratta di mondi diversi che però, col passare degli anni, hanno “umanizzato” il rapporto, eliminando, dove possibile, alcuni reciproci preconcetti.

D. Non è ancora maturato un contatto con la nuova proprietà cinese?
R. Dalla presidenza Moratti in poi si sono persi alcuni collegamenti storici che avevamo con la società. Persone che hanno, negli anni, cercato un approccio con noi, per conoscerci e confrontarsi (il riferimento è a Stefano Filucchi, oggi dirigente del Cagliari calcio, ndr).

D. Mentre oggi?
R. Non esiste più. Con Thohir non c’è mai stato dialogo, con i cinesi neppure. Aspettiamo di vedere se cambierà qualcosa, d’altra parte sono appena arrivati.

D. Lei è stato uno dei fondatori dei Boys nel 1969, ma anche del movimento ultrà in Italia. Come vede le curve del futuro?
R. Deve partire dal presupposto che ciò che muove tutto il movimento sarà sempre la passione. Senza questo ingrediente essenziale il mondo degli ultrà si autodistruggerebbe.

D. Ma cosa è cambiato dalle origini?
R. Siamo nati in un periodo storico di grandi cambiamenti sociali, all’ombra pure di significative contrapposizioni politiche. Tutto era nuovo allora. Sentivamo viva la necessità di aggregarci. Partimmo disorganizzati, con un centinaio di persone, per ritrovarci oggi in 10 mila, in una realtà strutturata e omogenea. Una critica che voglio muovere alle nuove generazioni è l’atteggiamento troppo arrogante.

D. Visto che l’ha citato, parliamo anche di politica e della connotazione destrorsa affibbiata alla curva interista.
R. Le segnalo che tra i fondatori storici della nord non ne esiste uno che abbia fatto politica. Si tratta di un interesse che non si concilia con la passione calcistica. Chi lo desidera, semmai, lo può sviluppare nella propria dimensione privata. È sempre andata così.

D. Sì, ma è un dato di fatto innegabile che nella parte più passionale del tifo si concentri anche qualche gruppo dai chiari orientamenti politici.
R. Sì, ma sono una parte e non rappresentano tutta la nostra comunità. La Nord è apolitica. Sfatiamo, per favore, questo mito fasullo montato ad arte. Anzi le racconto un aneddoto.

D. Prego.
R. Negli Anni 70 la curva era frequentata da alcuni membri dell’estrema destra. Tra questi figurava anche Cavallini.

D. Scusi solo un attimo: sta parlando di Gilberto Cavallini? Ex esponente dei Nar, attualmente detenuto nel carcere di Terni, recentemente indagato per concorso nella strage alla Stazione di Bologna?
R. Sì, parlo di lui.

D. Era un “curvaiolo”?
R. All’epoca era un ragazzo, come tanti, tifoso dell’Inter. Ci fu, in concerto con altri, un tentativo di utilizzare la nostra realtà per fare proselitismo ma, proprio per le ragioni spiegate precedentemente, impedimmo quell’approccio che ritenemmo lontano dai nostri valori. La curva doveva restare un luogo apolitico, dove esternare solo la passione per i colori nerazzurri.

D. Che opinione s’è fatto sia del Daspo (Divieto di accedere alle manifestazioni sportive) sia della tessera del tifoso? Sono dispositivi utili come misura per la prevenzione della violenza negli stadi?
R. Non nego che il Daspo abbia prodotto dei risultati in termini di contrasto alla violenza, anche se non ha azzerato gli scontri tra le tifoserie. Tuttavia vorrei precisare che, a volte, se n’è fatto un uso un po’ gratuito e questo non è corretto.

D. Un parere sulla tessera del tifoso.
R. Ne do un giudizio negativo perché ancora oggi non se ne comprende l’utilità. Non bastavano i biglietti nominativi ad attestare la tracciabilità degli acquirenti? No, si è voluto inasprire ulteriormente il rapporto con i tifosi che, infatti, lo dicono i numeri, hanno abbandonato gli stadi a vantaggio delle pay-tv.

D. Peraltro, come deterrente, era stato anche utilizzato il divieto delle trasferte per le tifoserie che si fossero macchiate di atti violenti.
R. Giusto. Non era già sufficiente quel provvedimento? Parliamoci chiaro, la tessera del tifoso non è altro che una schedatura del tifoso stesso.

D. A Roma ha suscitato, e suscita tutt’oggi, vibrate proteste la scelta di mettere delle barriere divisorie all’interno delle curve. Cosa ne pensa?
R. Siamo solidali con la protesta dei tifosi. Dovremmo andare nella direzione opposta e invece s’è preferito innalzare barriere. Personalmente, sono favorevole all’abbattimento di ogni ostacolo esistente tra campo e tifosi. Sarebbe un bel segnale di maturità per tutti teso a non mortificare la passione dei frequentatori degli stadi

D. Concludiamo con una battuta sul diverbio scoppiato tra la curva e Mauro Icardi a causa di alcune considerazioni riportate, da quest’ultimo, nella sua autobiografia. Come sono, oggi, i rapporti?
R. Solo Icardi può ricucire la frattura - causata da lui, chiariamo definitivamente quest’aspetto - ma non credo esista da parte sua la volontà di farlo.

D. Quindi avete deciso di mantenere una certa distanza dal capitano della squadra?
R. Per quanto ci riguarda, siamo tranquilli. La nostra onestà intellettuale è dimostrata dal fatto che sosteniamo l’Inter con lo stesso furore di sempre e quindi anche il nostro attaccante. Dovesse maturare in lui l’idea di recuperare il rapporto saremmo pronti ad ascoltarlo. Sa dove trovarci.

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