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14 Aprile Apr 2017 1452 14 aprile 2017

Quel magone di noi vecchi ragazzi rossoneri davanti all'addio di Berlusconi

Il Cav cambiò la storia del Milan. E del calcio. Un trentennio di trionfi esaltanti volato in un soffio e che ora ci lascia solo un enigmatico futuro.

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Trentuno anni? Sicuri? Ma davvero 31 anni sono passati da quando Berlusconi scendeva a Milanello in elicottero sull'onda sonora delle “valchirie” wagneriane, e presto cominciava a vincere a ripetizione e saldava lo strapotere calcistico a quello televisivo a quello politico? Già 31 anni da quel 1986 dove maglie e calzoncini erano ancora umani, i giocatori mantenevano un qualche residuo spirito di bandiera e ci si poteva stupire di vedere il Gullit entrare in una pasticceria di via Porpora, al che il pasticciere usciva di matto e gli si inginocchiava davanti e poi correva fuori a urlare la sua estatica felicità in tutta la strada?

UNA MILANO A MANDORLA DOPO GLI ANTICHI FASTI. Trentun anni evaporati in un soffio, inghiottiti in un sogno, ammazzati dall'annaspare del Cavaliere logoro, del calcio medesimo, di una globalizzazione che finisce in un imbuto cinese. Eccola qua, Milano a mandorla, rossoneri nerazzurri cambia poco, cambia niente. Eccolo qua questo calcio che ci lascia al palo, «ci saluta e fa bye bye» come in una canzone di Lucio Dalla, che non è più quello, ma forse perché noi non siamo più quelli, spelacchiati in proporzione quanto e più di Berlusconi, noi che di lifting non ce ne facciamo. Prede dei nostri ricordi di ragazzi finalmente spocchiosi – hai visto il Milan che ne rifila quattro al Barcellona, adesso più nessun maledetto gobbo d'un salumiere ci chiama «Bilan», adesso anche il maledetto edicolante interista sta schiacciato – che non credevano ai loro occhi vedendo una invincibile armata a strisce rossonere che triturava tutto, spagnoli come napoletani, Maradona come Platini, che si sarebbe arreso proprio in quel passo storico, quasi un rito di passaggio, i vecchi dèi vanno in pensione, arrivano i cavalli selvaggi olandesi, Gullit con le trecce rasta furiosamente e gioiosamente agitate mentre partiva al galoppo, Van Basten cigno fragile, dalle caviglie di vetro ma unico, inimitabile, Rijkaard che poteva giocare in 10 ruoli, dio bòn che giocatore. E Baresi, Maldini, e Donadoni e tutto il resto, e un allenatore maniacale che predicava umiltà ma aveva messo su un modulo paranoico e schiacciasassi.

Eccolo qua questo calcio che ci lascia al palo, «ci saluta e fa bye bye» come in una canzone di Lucio Dalla, che non è più quello, ma forse perché noi non siamo più quelli

Perché in trentun anni di Milan berlusconiani ne son passati tanti, ma quello lì, quello olandese, forse il più forte di tutti i tempi, di sicuro il più vincente, è la fotografia di un'epoca, qualcosa che non sarebbe mai passato. La weltanschauung su prato di un presidente, una squadra, un popolo tifoso. Un unicum conficcato nel cuore di tutti i cacciavite, nell'invidia dei bauscia, dei gobbi, di tutti gli altri, anche in Europa, anche nel mondo.

LA RIVOLUZIONE DI BERLUSCONI. Ed è vero che Berlusconi innovò, cambiò tutto. Cambiò anzitutto la comunicazione, manco a dirlo, a volte a livelli spericolati: «Santità, lei è come il mio Milan, gira il mondo a portare un'idea vincente»; «Questa sera le forze del bene, cioè noi, vinceranno sulle forze del male, cioè la Steaua, che è una squadra di comunisti». Ed è vero che introdusse sinergie sconosciute in Italia e non solo, e che lo fece da par suo, in quel modo frenetico e spregiudicato, ed è vero che i risultati arrivavano e le altre squadre dovevano inseguire, dovevano attrezzarsi per stare al passo: e alla fine tutti esagerarono al massimo. Il segno dei tempi poi fu consacrato dalla legge, attribuita a Veltroni ma dai tanti padri costituenti (perfino gente di Rifondazione Comunista), che nel 1996 consentì alle società di calcio lo scopo di lucro, la costituzione in spa, la quotazione in Borsa: fu vera gloria? Col senno di poi forse no, dato tutto quel che ne è conseguito e dato che oggi come oggi i grandi club sono tutti indebitati fino al collo e il sistema pallonaro ha un debito che in proporzione è peggiore di quello statale.

Il trio Van Basten, Gullit, Rijkaard in una foto del 1988.

Ma il futuro non è una ipotesi, è una profezia che si autoadempie e non si arresta. Oggi incomprensibile per i vecchi ragazzi questo calcio delirante, mercenario oltre il lecito, valzer frenetici di panchine, di maglie, il crimine organizzato che ricatta e blinda le squadre, il doping in ammassi stellari, lo strapotere della televisione saldata con la rete, la sensazione di una gran confusione sotto il cielo che nessuno riesce a dissolvere. E chissà come diavolo andrà a finire.

QUEL PASSATO ORMAI LONTANO ANNI LUCE. Il futuro non è una ipotesi ma non la è neanche il passato, che anzi è l'unica cosa che ci rimane. Fotogrammi in vhs: un recupero prodigioso di Maldini che passa a Baresi, il disimpegno mirabile su Rijkaard che apre per Gullit, la sgroppata da purosangue treccioluto per Van Basten che magicamente implacabile conclude a rete. Prodigi del genere erano dati per scontati dal viziato popolo rossonero, che ritrovava i suoi padri dopo anni d'orfananza da Rivera, Maldera e Albertosi, il portiere picaresco che nell'intervallo già che c'era correva senza neanche levarsi le scarpette tacchettate nel dirimpetto ippodromo a spararsi una puntata e un tre-quattro sigarette.

E IL FUTURO CHE RIMANE UN GROSSO ENIGMA. Oh, sì, che trentun anni fa ricominciammo a sognare dopo le purghe delle squalifiche, della serie cadetta, della vergogna cittadina, lo ricordano in pochi che Berlusconi rilevò una squadra peggio che malfamata e la trasformò nella prima del pianeta. Sognammo, dannazione, e lo facemmo a lungo, e prosciugammo ogni sogno nell'appagamento di realtà. Adesso, come quello nerazzurro, anche ogni futuro rossonero non sarà una ipotesi ma un enigma avvolto in un mistero, sì. I cinesi sono sfingi, ti fissano con quello sguardo obliquo e solo loro lo sanno cosa tramano. Cossa che me toca de veder, tute 'ste monate, direbbe il Paron ma qui non siamo già più a trentun anni fa, siamo alla diapositiva ruggine e ringhiera d'un tram che sgorga dalla nebbia, lo farcisce il popolo imbandierato che si rivomita dallo Ziggurat di cemento minaccioso e imponente, fermata dopo fermata si disperde nelle vie, nei bar, l'ultimo amaro, l'ultima bestemmia di una domenica in bianco e nero prima di tornare nel loculo domestico, a prepararsi per un'altra settimana infame, a veder Rocco bofonchiare contro il Mago nei filmati della Domenica Sportiva: «T'el lì, sul muro, va' che ci fan fare la pubblicità del vestito Facis, anca lu, dove andremo a finire, qui se capiss pù nagott».

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