Totti
29 Maggio Mag 2017 1037 29 maggio 2017

Peter Pan Totti, giocatore simbolo nell'era dell'immaturità

Senza la sua Roma il Pupone ha paura. Del passato che non ritorna, di non essere più il re dell'agone. Emblema di un secolo dove non voler crescere è patologia acuta. Il bambino diventerà mai uomo?

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«Adesso ho paura», confessa Francesco Totti, l'ultimo gladiatore, e l'arena intera trema con lui: che faremo, senza più vederti nel campo di battaglia? In realtà il Capitano da tempo stava più seduto in panchina che nell'agone smeraldino, ma alla folla bastava sapercelo, bastava vederlo lì, pronto a entrare. E quando capivano che cominciava a scaldarsi, tutto lo stadio ruggiva di furia e di incitamento: tutti, anche i tifosi avversari, così come tutti adesso piangono insieme a lui. Non c'è che dire: chi gli ha scritto, per diretta ammissione, il commiato da recitare nell'uscita di scena ha colto nel segno, ha saputo miscelare bene patetismo e realtà.

ANGOSCIA PER CHI DIVENTERÒ. Paura di che, questo giovane uomo che ha avuto tutto, che potrà avere ancora tutto? Forse non del futuro, ma del passato, di quello che è stato e soprattutto del presente: non essere più re, dover diventare altro. Le lacrime di Totti per questo suonano sincere. Perché lui non ha mai voluto crescere, sapendo che, anche provandoci, non ce l'avrebbe fatta. Io sono chi sono e soltanto chi sono, e questo è tutto quello che sono. E che ho paura non è vero ma è vero: non paura di vivere, di sbarcare il lunario perché non sono più i tempi in cui un ex calciatore apriva un bar e magari si mangiava via tutto, ma paura di chi potrò, dovrò diventare sì, perché «speravo che questo giorno non venisse mai» e invece è arrivato e non so come superarlo.

Certo, da domani caro Francesco ti si apre un destino da dirigente, forse da allenatore. A uno come Antonio Conte, che quando smise nessuno se lo filò, hanno appena offerto un rinnovo da 11 milioni a stagione col Chelsea, cifre che da giocatore si sognava e neppure gli basta, lui «vuole garanzie». Ma per te è diverso, non sarai più il sovrano che anche senza giocare regnava, che la plebe invocava senza limite e l'allenatore doveva ascoltarla, anche se così rallentava la squadra, doveva fare buon viso e se teneva duro aveva contro una città intera, perfino la moglie soubrette dal nome improbabile, Ilary, andava alla televisione e lo rimetteva al suo posto: «Mio marito non merita questo».

ER PUPONE FUNZIONAVA IN CAMPO. Roba che adesso fa paura perché non c'è più, di colpo è sparita e più tempo hai per preparati e più ne esci sgomento e sarà un'altra storia quella di questo Peter Pan improvvisamente invecchiato ieri, nei suoi occhi più solcati, più vitrei, con l'espressione incredula di chi si guarda allo specchio e sa che, se per il mondo sarà “er Pupone” per sempre, per se stesso non potrà più esserlo. Perché Pupone che dopo un gol si ciuccia il dito andava bene nell'agone smeraldino, funzionava in campo, ma ora è tutta un'altra storia e chissà poi quale.

IL CAMPIONE PIÙ VULNERABILE. «Ho paura», dice Totti e la gente pensa: hai visto?, ha una bella età, una bella moglie, ha tutte le donne che vuole, tutto quello che vuole, ma alla fine era vero che era così, non fingeva e io ho fatto bene a scommettere emotivamente su di lui e adesso, idealmente, posso confortarlo perché a uno così il mio affetto gli arriva, non è come per gli altri. Se mi dice che ha bisogno di me io gli credo e posso aiutarlo, posso sorreggerlo. Sì, ha capito bene, ha letto bene chi ha cucito questo congedo addosso all'ultima bandiera che è anche la più vulnerabile, la più umanizzabile in questo calcio di legionari stranieri, in questa paura che c'è e non c'è, che è molto romantica, molto adatta alla coreografia eppure difende una sua sincerità.

Totti con la moglie Ilary e i figli.

Circa 40 anni fa a Milano un'altra bandiera si ammainava, un altro 10, forse il più grande di tutti, almeno in Italia. Gianni Rivera accompagnava San Siro, la moltitudine rossonera su in cielo a cogliere finalmente quella benedetta stella del decimo scudetto. E lo sapeva che era il canto del cigno, non l'aveva detto a nessuno ma aveva già deciso, però non disse niente; prese il microfono e disse semplicemente a quelli che avevano invaso il campo: se non tornate indietro, non possiamo giocare. E la folla prodigiosamente si ritirò, come il Mar Rosso davanti a Mosè.

FELICITÀ E STRAZIO PER RIVERA. Ma noi, che lo sapevamo, quel pomeriggio avevamo una lacrima per occhio, una di felicità e l'altra di strazio. Passava per freddo Rivera, era un mandrogno che a 16 anni si permetteva di passare a fil di tunnel il “vecchio” Liedholm il quale, con un sorrisino tirato, gli diceva: ci vediamo a Milano, per dire "abbiamo capito, ti aspettiamo, il posto è tuo". E Rivera divenne chi era e fu anche il primo a sdoganare il gossip, a farlo uscire dagli spogliatoi, in un certo senso tutti i divi del pallone che sarebbero seguiti sono figli di questo antidivo, questo freddo, più grande di tutti: «Rivera si batte di puro orgoglio, ha problemi economici e sentimentali», annotava carogna Brera nelle sue cronache.

TOTTI A SUO MODO IRRESISTIBILE. Non disse niente per celebrare la sua morte Rivera che pure parlava come un amministratore delegato, come il politico che poi sarebbe diventato. Ma Totti non sa parlare così e lo sa, «Io me la sono sempre cavata più coi piedi che con le parole» e questa, che è stata la sua forza, adesso gli fa paura: mentre i colleghi, anzi gli ex colleghi si esprimono per moduli prestampati, ibridi fra un navigatore satellitare e l'assistente di Windows, lui non è mai uscito dal suo romanesco quasi afasico, talmente involuto da risultare irresistibile, come quando va ospite a Sanremo e alla fine lo vogliono conduttore.

I cartelli per il Pupone all'Olimpico.

Senza saperlo, ha addosso la maschera romana di Petrolini. Ma da domani, da oggi è una storia diversa, per la quale bisognerà attrezzarsi. Vedi però il paradosso della vita e dei tempi, che più diventano impazienti, più fanno crescere in fretta, regalano esperienze globali, dimensioni eccessive e più lasciano immaturi. Ha ragione Francesco Cataluccio, il terribile Novecento nella sua parte finale si è risolto nel secolo dell'immaturità, Peter Pan si è infilato dappertutto e il secolo nuovo non ha fatto che esasperare la tendenza, conclamare la patologia. «L'infanzia è l'immagine dell'avvenire», e questo forse lo ha scoperto anche il Capitano, solo non è stata una scoperta così esaltante: «Speravo che questo giorno non sarebbe mai arrivato...». Ma arriva e il bambino viene consolato dai suoi figli: diventa uomo mentre tutti piangono.

«NOI GRANDI NON CI COMMUOVIAMO». Anche Pelè, il sommo, piangeva al Giant Stadium di New York il primo ottobre del 1977 quando giocò l'ultima partita che poi non era una partita, era una trovata pubblicitaria per il suo addio, un tempo nel Santos, uno nei Cosmos, piangeva a dirotto e allora sul campo spuntava Muhammad Ali, colossale, 25 centimetri più alto e lo nascondeva nel suo abbraccio e intanto lo sferzava di un affetto senza rispetto: «Coraggio. Riprenditi. C'è tutto il mondo qui. Noi, che siamo i più grandi, non possiamo commuoverci».

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