Donnarumma
21 Giugno Giu 2017 1531 21 giugno 2017

Donnarumma, il silenzio colpevole di un calciatore-burattino

Attorno al portiere del Milan tutti parlano: la famiglia, Raiola, la società. Lui però continua a tacere. Rafforzando l'immaginario del professionista non pensante, al servizio di un circo più grande di lui.

  • ...

Il gioco del silenzio. Nella vicenda calcistica più chiassosa dell'estate 2017 il solo che non parla è il diretto interessato: Gianluigi Donnarumma, il portiere appena maggiorenne ma con già due campionati di serie A nel curriculum e un annunciato avvenire da fenomeno. Il suo mancato rinnovo contrattuale ha incendiato gli animi della tifoseria milanista (che ha impiegato un istante per trasformarlo da idolo in traditore) e ha alimentato un dibattito su ruolo che gli agenti svolgono oggi nell'economia del calcio globale. Ma in tutto questo baccano spicca l'assenza della voce di Donnarumma. Ipse non dixit.

  • La reazione di Donnarumma ai giornalisti che, dopo Italia-Danimarca di Under21, gli chiedevano un commento sulla situazione col Milan.

Esternano i suoi familiari via social network (con effetti imbarazzanti), parla l'agente-pigmalione rilasciando interviste a inviti, ma lui no. Lui pensa solo a giocare. E non fa una piega nemmeno dopo che i milanisti di Polonia piazzano sugli spalti un lenzuolo con la scritta "Dollarumma" – comunque la si pensi sulla vicenda, è stata una trovata geniale – e gli scaraventano addosso una pioggia di falsi bigliettoni verdi. Lui abbozza, e si cura di nulla più che giocare. Proprio qui sta il punto. Gianluigi Donnarumma che para e sta zitto. Che deve pensare soltanto a giocare. Che si è da poco messo alle spalle la minore età, ma forse non si libererà mai dello stato di minorità. Sbattuto dentro una guerra combattuta in suo nome e senza che lui abbia capito perché.

È in circostanze del genere che tornano in mente le parole pronunciate un quarto di secolo fa dalla psicologa Vera Slepoj, che definì «polli d'allevamento» i calciatori

È in circostanze del genere che tornano in mente le parole pronunciate un quarto di secolo fa dalla psicologa Vera Slepoj, che definì «polli d'allevamento» i calciatori. E fu immediata quanto unanime l'indignazione del mondo del calcio nei confronti di un'opinione che, certo, aveva la colpa d'essere generalizzante. Ma se poi si guarda alla realtà d'oggi si scopre come, specie in taluni casi, l'immagine del pollo in batteria non è poi così estrema. Soprattutto, si rimane sconcertati dallo scoprire che soggetti così sovraesposti mediaticamente, nonché beneficiati da una fama e da una ricchezza esorbitanti, non mostrino poi la personalità di assumersi in pubblico la responsabilità di scelte che riguardano la loro carriera. Come se dello spettacolo fossero attori a una sola dimensione: quella della fisicità.

Mino Raiola, agente di Donnarumma.

Così è per Donnarumma, che deve pensare a giocare e basta. O anche, il giorno in cui sarà necessario, a essere un testimonal pubblicitario. Un altro uso della sua fisicità, importante tanto quanto quello agonistico, nell'epoca dei calciatori metrosexual. Ma far udire la propria voce, per rendere noto cosa pensi e cosa voglia, quello no. Perché la volontà e la facoltà di parola, unitamente alla libertà di pensiero e di scelta, sono stati requisiti dai nuovi Mangiafuoco. Non più agenti, ma impresari come usava una volta. Proprietari dei corpi degli attori e comandanti delle loro performance, almeno fino a che saranno redditizie. E così è per trapezisti e domatori di leoni. E nani e ballerine. E pornostar e calciatori. Corpi da spettacolo, macchine da perfomance che vanno spremute fino all'essenza della fisicità. E gli impresari a contare l'incasso, si chiamino Barnum o Mino. Ma sempre pronti a battagliare per strappare un incasso più alto. Questo ci insegna il caso Donnarumma, questa è la parte più significativa della vicenda. Sarà il motivo per cui nessuno ne parla. Donnarumma compreso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso