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10 Luglio Lug 2017 1031 10 luglio 2017

Mundial 1982, quell'irripetibile stato di grazia dell'Italia

L'11 luglio di 35 anni fa l'impresa azzurra. Dal giorno dopo nulla sarebbe più stato come prima. E noi, orfani di quello stato di grazia, ci siamo dovuti accontentare della vittoria frigida del 2006. Il ricordo di Massimo Del Papa.

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Chi ce l'ha un altro 35? E sembra niente, sembra ieri, ma sono passati 35 undici luglio da quella notte d'accendini accesi che fermò il mondo in Spagna, culmine inesorabile di una meravigliosa follia cominciata un paio di settimane prima con l'Argentina, esplosa con l'invincibile Brasile: un giocatore fallito rinasceva, una squadra di perdenti saliva a conquistare il mondo. Adesso siamo qua, increduli ancora ma ormai certi di come andrà a finire. Gli azzurri scendono in campo carichi, sereni. Bearzot, che è umile ma di un'umiltà furba, concreta, li ha preparati: fateli ballare una mezzora, che non stanno in piedi. Infatti i crucchi parevano ubriachi, dopo la battaglia contro la Francia sono arrivati a quella finale sapendo di perderla, possono solo picchiare ma serve a poco.

«NON VEDETE CHE LI ABBIAMO IN PUGNO?». Nell'intervallo, negli spogliatoi, il Mister aggredisce Cabrini. Non perché ha sbagliato il rigore, ma perché è demoralizzato: «Ma non vedete che li abbiamo in pugno?». Tornano sul prato e ne fanno tre in 20 minuti, Conti in quel momento è uno dei giocatori più forti di ogni tempo. Quando l'arbitro brasiliano Coelho stoppa il passaggio di Causio e leva il pallone in alto, con le mani, si sente la triplice esultanza di Nando Martellini, quasi la colonna sonora di un istante storico, e Bearzot viene sparato in alto come un missile dai suoi giocatori. A rivederla oggi, quella scena, resta negli occhi il naso malinconico e allegro di Scirea, il primo ad andarsene in un attimo assurdo.


LA FRIGIDA FELICITÀ DEL 2006. «Lo scopriremo solo vivendo», diceva due anni prima Lucio Battisti, il suo canto del cigno con Mogol. E, vivendo, capita di vincere un Mondiale di calcio, ultima rappresentazione davvero popolare, di gioia collettiva: un'epoca dopo, nel 2006, sarà come sterile, frigida felicità, recita da telecamere, sorpresa che non sorprende, che avvizzisce mentre esplode. Non a caso, ogni volta che i Mondiali di calcio ritornano è del 1982 che si parla, è l'urlo di Tardelli che scorre, ormai logoro. L'Aids, sconosciuta, temibile epidemia, cominciava a mietere vittime. In Vaticano si compiva lo scandalo Ior-Banco Ambrosiano, con il ritrovamento del banchiere Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati neri di Londra, le tasche piene di pietre. Altro “mistero” nei secoli insoluto. Tra poco, a Palermo il generale Dalla Chiesa verrà annientato insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro.

Ma adesso siamo qui, col presidente Pertini che in tribuna non sta fermo un attimo, schizza in piedi come un misirizzi con la pipa. Quell'Italia a guida prima repubblicana (Spadolini), indi socialista (Craxi), sembra ritrovare, simbolicamente trainata dai calciatori di Bearzot, un inaspettato orgoglio nazionale. «L'Italia s'è Vespa», proclama una pubblicità molto in voga. E, a poche ore dal trionfo Mundial, i Rolling Stones calano in Italia, la infuocano con un concerto indimenticabile a Torino, che testimonia anche di una globalizzazione già in atto, quantomeno sul fronte delle sinergie tra spettacolo, industria e pubblicità. Globalizzazione, parola nuova, complicata, coniata proprio in quell'anno. Mentre il primo ministro inglese, la signora Thatcher, distrugge sindacati incrostati e bofonchia: «La società non esiste». Nessuno si avvede che cita l'abate Galiani: «Il prossimo non esiste. Parlate nel vostro interesse oppure tacete».

IL RITORNO DELL'INDIVIDUALISMO. Dopo le sbornie ideologiche risorgeva l'individualismo, tornava la logica del profitto in una curiosa postideologia che arriverà a proclamare: avido è bello, è giusto, il dio denaro è l'unica religione. Da un eccesso all'altro, mentre si spalancavano crisi d'identità alla moda subito colte da Woody Allen in Zelig, ritratto onnicomprensivo di gente insicura, camaleontica, opportunistica, spaventata al limite della paranoia. Dicono le pubblicità: «Oggi sono il mare, il bosco, la vetta o la frontiera». E invece sono i soliti uomini e donne inchiodati dove stanno, anche coi loro viaggi organizzati che non scoprono più niente. Scrive il poeta Giorgio Caproni: Non sai mai dove sei/Non sei mai dove sai.

DALLA MILANO DA BERE ALL'ETÀ DELLA BORSA. Fu, quel Mundial, l'ultima schietta manifestazione di gioia collettiva, trionfo davvero popolare a cavallo di una modernità che stava per arrivare ma conservava profumi di un'Italia naif, rustica, affezionata al fiasco di vino, alle tagliatelle. Che si rovesciava in strada, sui macinini, sui motorini, senza pensare di riprendersi per Youtube, come fosse stata lei la protagonista. Un'Italia tutto sommato genuina ancora nel suo delirio: dall'indomani niente sarebbe stato più come prima. Cominciava la Milano da bere, l'età della Borsa, del consumismo sfrenato, delle esplorazioni turistiche, della politica senza più faccia né vergogna (che oggi ci pare meno peggio di ciò che passa il convento), dei gadget tecnologici, dell'ingenuo miracolismo della tecnica, della moda magistra vitae.

Il ritorno con la Coppa del Mondo.

E invece quel Mundial fu il capolavoro di un uomo d'altri tempi. Caro Bearzot, caro Vecio che odoravi di pulito, di pipa e di galantuomo. Che dicevi cose pazzesche come: «Ogni tanto è necessario anche perdere una partita per capire che famiglia hai formato». Sempre la stessa faccia, anche 20 anni prima, anche 20 anni dopo: solo, come dire, più interessante. Più giovane. Brizzolato ma sempre asciutto, come intagliato nel legno. Il legno di un italiano che non si usa più, uno tutto d'un pezzo, uno che bastava la parola, la stretta di mano. E che lo stesso chiedeva e riconosceva ai suoi giocatori.

QUELLO STATO DI GRAZIA PERDUTO. Non diceva calciatori Bearzot, diceva giocatori, con la sua cadenza friulana. E tutti i suoi giocatori, che un giorno lugubre in fine di 2010 si sarebbero riuniti attorno alla sua bara, portata a spalla, lo ricordano per sempre come un padre e una volta tanto non è una frase fatta: non ce n'è uno al quale gli occhi non piangano, se lo rievoca. «Noi abbiamo vinto pulito e nessuno potrà mai dire il contrario», diceva il Vecio e aveva ragione. Puoi metterci tutti gli scandali e i sospetti e le pozioni che vuoi ma quel campionato fu una cosa pulita come la sua pipa e noi, tutti, fummo come mai prima e mai dopo un frammento di quel Mundial, fatto nostro, vissuto dentro, come i giocatori, come Bearzot. Un Paese intero in stato di grazia, come se ciascuno di noi, nelle nostre case, avesse avuto un ruolo preciso, una missione d'entusiasmo. E adesso, un altro 35 non ce l'abbiamo.

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