Cassano
18 Luglio Lug 2017 1636 18 luglio 2017

Cassano, specchio di un Paese maestro nello spreco del talento

Quella di FantAntonio è una carriera di lampi e di chance buttate al vento. Emblema di una Italia ribalda e disperata. Che corre ma non parte, che si esalta e infine si sfascia. 

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Cassano si nasce. Con quella faccia lì, quella pelle lì, quel cuore lì che si spacca e si rattoppa come un copertone di bicicletta. E quella testa lì, che a spaccarla dentro non ci trovi niente perché è tutt'osso. Il volo d'una finta, l'irrisione di un tunnel: «Tieni lo stesso difetto di tua madre, le gambe sempre aperte», e già lui non c'è più. Il pallone come riscatto, fuga in sogno dai bassi di Bari, sfogo della realtà, lussuria di sesso e di successo, di soldi e cassanate, quella malattia che non può guarire mai, che ti fa accuratamente sprecare il salvabile. Giocarsi la Roma a 20 anni perché non ti bastano 3 milioni e passa d'ingaggio. Spuntarne perfino 5 dal Real Madrid, ma al prezzo di ridursi un comprimario, un culo da panchina, insomma buttar via tutto perché sei grasso, fuori forma e con la solita testa. Rinascere con la Samp e volerci restare pure quando lei non ti vuole più. Dentro e fuori dalla Nazionale, senza convincere sul serio, ma ricamando attimi d'eternità.

LIMITI CARATTERIALI E NON SOLO. Cassano si vive. Da promessa eterna, profezia che mai si adempie per limiti caratteriali, chiamiamoli così, ma anche per limiti tecnici, inutile illuderlo e illudersi che sia al pari dei Rivera, dei Baggio, dei Messi, dei Maradona: quest'ultimo sì, ma solo per le mattane, i colpi di testa e di cuore, ma Fantantonio è un discontinuo, uno che t'imbrocca il partitone e butta via un campionato, uno che si fa sempre aspettare e, intanto, fa il gesto della gola tagliata all'arbitro, prende platealmente in giro un sergente di ferro come Capello, che è proprio il bersaglio più sbagliato, è uno che senza incasinarsi la vita non sa stare e questo è il suo limite e il suo alibi, il suo “come sarebbe andata se...”. E quando uno è così, è un giocoliere, un rifinitore, ma non sarà mai un vincente, sarà per sempre uno che nei bassi di Bari è un re ma non un campionissimo perché campionissimo si nasce nella psiche e Cassano pure, ma sono due cose diverse, anzi incompatibili.

E intanto si vive, di rivincite, di lampi, di occasioni sprecate, a specchio dell'Italia ribalda e fondamentalmente disperata “che corre ma non parte”, che si vittimizza e si sfascia, si esalta, litiga col Padreterno e tutto e uno si chiede, ma ci è o ci fa? Ed è una domanda inutile perché Cassano, essendoci, ci fa. Cioè non può essere che quello che è e soltanto quello che è. Giocatore da media classifica, che nelle squadre grandi sente il peso del blasone, si disunisce, dà i numeri perfino oltre i suoi già notevolissimi standard, mentre in quelle più a misura risorge, trova bene o male il bandolo di un talento impossibile da gestire. E più litiga con i Capello, i Gentile, i sergenti di ferro che lo puniscono, più giurano tutti, lui per primo, che è cambiato, è maturato, ma Cassano non è mai uscito davvero da quei bassi di Bari che sono forse l'unico posto in cui sia stato davvero felice. Anche da reietto, da sbandato che aveva smarrito un padre troppo presto, surrogato da pessime compagnie.

QUEL VISO DA FREAK SIMENONIANO. Cassano si muore. Alla fine, quella nostalgia di felicità che forse non c'è mai stata, che gli deformava il viso da freak simenoniano, da bambino grinzoso sul limite della notte, ha preso il sopravvento: firma a Verona e in una settimana capisce che non ce la farà mai e allora annuncia il ritiro. E questa non è l'ultima cassanata, questa è forse la decisione più saggia, più matura e più dolorosa e difficile di una carriera assurda, sempre buttata nel cesso, sempre ripresa per la coda. Fa niente se non sarà Bari, se Bari vecchia è solo un luogo del ricordo e sopravvive appena nei suoi ricordi sbandati. Conta quel saper dire no a 35 anni, quel capire che, quando è finita, è finita. Ed è finita. Qui si spegne l'eterno ritorno di un vecchio bambino e non c'è niente di più melodrammatico, patetico, terrone, italiano e nobile. Perché Cassano è l'imitazione che ne fa Checco Zalone, ma che, all'ultimo, esce da se stesso, saluta, va via. Non lo fa neppure urlacchiando «Uhèè, ricchiò, io me ne torno», come si poteva temere, come avrebbe potuto fare uno già multato dalla Uefa per farneticanti auspici, «Froci in Nazionale? Spero di no».

Invece regala il volo di una realtà, troppo pesante ormai per essere ancora irrisa. Sta chiudendo le gambe la realtà, attorno alla sua età di atleta superato, attorno alle mille promesse mai mantenute, attorno a un tempo che non più il suo, a un calcio che si è fatto troppo “by numbers” per uno che i numeri li ha sempre dati, li ha anche fatti, ma non ha mai ragionato facendo due più due. Mancherà, come manca un freak, uno che, se gli gira, si piglia a mazzate con l'arbitro, i compagni, gli avversari, i presidenti, gli ultras, il fisco, se stesso. Insomma uno che fa spettacolo, perché la sua desolante immaturità milionaria gl'impedisce di capire fino in fondo che questo pallone è una cosa seria, maledettamente seria, troppo seria, e lui invece è rimasto alla palla mezza sgonfia dei vicoli di Bari vecchia dove forse è stato felice. E la felicità è come l'amore, quando non c'è più, è inutile insistere: non c'è più.

CASSANO NASCI, MUORI E RISORGI. Tutto questo è stato valido fino alle ore 16.26 di martedì 18 luglio 2017. Poi è arrivato il seguente lancio d'agenzia: «Cassano cambia idea: 'Non smetto, continuo al 100%, voglio vincere questa sfida, ho avuto solo un momento di debolezza'». Inutile chiedersi cosa gli sarà successo nel frattempo, lasciarsi andare a gomblotti, manie di persecuzione, miraggi, mani due spugne, salivazione azzerata. La soluzione sta nel rasoio di Occam: Cassano è Cassano, e Cassano nasci, campi, muori e risorgi. E così sia.

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