Bolt
6 Agosto Ago 2017 1300 06 agosto 2017

Usain Bolt, l'ultima corsa dell'Achille della velocità

Il campione giamaicano lascia una carriera esaltante e saettante come lui. Londra gli ha presentato il conto tutto insieme, l'usura è venuta a prenderselo, gli ha rosicchiato i garretti, la delusione è stata cosmica. Tutto il resto è leggenda.

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Dieci secondi sono un'eternità lunga un attimo quando tocca a lui. Ma Usain Bolt l'invincibile perde quando esce di scena, e perde male: parte di marmo, arranca per tutto il rettilineo, sbuffa come una vaporiera, l'ombra della scheggia di luce che fu. Tutto per niente: tempo mediocre, terzo, annientato da Chris Coleman e soprattutto da Justin Gatlin, l'odiato, il brutto nero cattivo – perché ce n'è sempre uno, così come ce n'è sempre un altro simpatico, brillante, predestinato. Adesso piange di gioia e di rivalsa Gatlin, l'antipatico, il dopato.

MARIJUANA, REGGAE E SOLDI. Patate e marijuana, questa, ha sostenuto una volta Bolt, è la dieta che lo ha sempre fatto filare come un reattore. Dieta allegra e seducente, come il reggae, e che lui un po' strafatto lo fosse non ci piove, anche se esagerava a uso e consumo degli sponsor, quindi in definitiva pro domo sua: tutti quei balletti da fanciullone si traducevano in soldoni che gli piovevano in tasca, e per un bel pezzo continueranno a farlo anche dopo il ritiro. Usain, a forza di fare il simpatico, rischiava di diventare stucchevole: prima o poi, temevamo tutti davanti allo schermo, con quei piegamenti alla don Lurio rimedierà uno stiramento prima di partire. Però intanto partiva e arrivava: riuscireste, voi, a correre sull'aria?

A vederlo accelerare, era impossibile scampare una profonda malinconia, per come siamo fatti noi piccoli esseri tracagnotti e stortignaccoli, mentre lui filava, vento nel vento. Si avvertiva, e che dolore scrivere al passato, anche un lieve senso di sgomento, perché è chiaro che un essere umano non può fare quello che fa lui, anche se lui lo sta facendo, proprio adesso, sotto i tuoi occhi, a quelli del mondo intero.

PRENDERE IL VOLO IN PISTA. Di solito partiva maluccio, forse ancora stonato dalle patate, dal condimento o dai balletti pre gara, poi verso i quaranta metri succedeva qualcosa: Usain si alza in volo, levita, lievita come una torta e per quattro o cinque secondi non tocca suolo, poi si posa e rallenta, frena come un aereo sulla pista d'atterraggio, se no chissà dove va a finire. La sensazione era regolarmente quella di uno che non si è impegnato abbastanza, che poteva correre meglio, che era andato, incredibile ma vero, un po' col freno tirato e forse era qualcosa più di una sensazione, forse il buon Bolt dosava i suoi trionfi, ritoccava centesimo a centesimo record mondiali e olimpici, così gli sponsor erano contenti e ripagavano con altre tempeste perfette di milioni.

UN CAMPIONE ORMAI USURATO. Dicevano che non poteva durare, che altri pretendenti sarebbero venuti a stanarlo, a superarlo. Sì, ma non c'è riuscito nessuno e lui da trionfatore è nato, ha vissuto ed è morto, agonisticamente parlando: mai visto uno sconfitto così inseguito dal pazzo mondo mentre si arrendeva a se stesso. Eppure quest'ultima sfida è stata a suo modo drammatica. L'ombra della velocità, il busto duro, la spalla destra abbassata, le ultime falcate della vita legnose, arrugginite a soli 31 anni: segno di una carriera che lo ha logorato anzitempo, gli ha deformato i piedi e la schiena, lo ha spremuto come atleta e come star globale. Londra gli ha presentato il conto tutto insieme, l'usura è venuta a prenderselo, gli ha rosicchiato i garretti, la delusione è stata cosmica. Tutto il resto è leggenda.

Usain Bolt è il tipico figlio della sua terra, nonché il più adatto a rappresentarla

E la leggenda parla, e parlerà in eterno, di terrificanti prove di fulmineità dopo le quali la media generale si è abbassata, oramai tutti e otto i finalisti dei cento metri possono correre in molto meno di 10 secondi ed è gran merito merito (oltre che di alchimie più o meno proibite, e non a base di “maria”) di questo allampanato ragazzone, questo Peter Pan che sfiora i due metri, che faceva il gonzo ma era veloce col conto in banca e con le groupie almeno quanto lo era inforcando le scarpette, dorate, personalizzate.

ICONA DELLA JAMAICA CON BOB MARLEY. In un'epoca di deliri mediatici, lui, ragazzo di villaggio, ha capito come manipolare i media ed è inevitabilmente diventato una gloria patria, la punta avanzata d'un Paese di frecce umane; e per la Jamaica, questo splendido, spaventoso paese dove tutti cantano, ballano, fumano e si staccano allegramente la testa a colpi di machete, un esempio vincente, positivo, solare, ci voleva; Usain Bolt è il tipico figlio della sua terra, nonché il più adatto a rappresentarla. Nel libro degli eroi affiancherà per sempre l'indiscusso Bob Marley, che però era più denso di significati, di messaggi complessi, e di una cupa tetraggine che un po' stonava con l'irresponsabile gioiosità di quella terra.

IL CAMPIONE BUFFONE. Bolt invece appare sempre allegro, sempre contento, sempre vago e svagato, non s'impiccia di politica, non vuole risvegliare le coscienze, a chi insinua ben altre sostanze nel suo corpo che le patate “fumè” ride in faccia, accomodatevi, controllatemi pure. Entrava nell'arena da buffone, poi 10 secondi scarsi di lavoro (ma dietro c'erano tonnellate di allenamenti), poi ancora il buffone che abbracciava pupazzi. Quindi scendeva negli spogliatoi, dove lo attendeva uno sformato di patate, il suo piatto preferito, a patto che non mancasse il condimento.

Usain è uno che ha rimesso la Jamaica sulla carta geografica e ha trascinato una nuova generazione di superumani, sia maschi che femmine. Lascia, dopo aver combinato di tutto, di più; vittorie e primati a raffica, buffonate, cameramen che gli franavano addosso. Quando uno è un predestinato, quando è nato per scuotere il mondo, va sempre a finire così: le cose bizzarre lo vanno a stanare, diventano corredo esistenziale. Il suo regno, alla fine, è stato saettante come lui, è durato meno di un decennio: adesso è già ora degli eredi, di chi proverà a strappargli quei record che appena ieri parevano inumani e già oggi sembrano frutti maturi, pronti per essere colti dal ramo.

UNA IMPROVVISA E ATROCE VECCHIEZZA. Bolt, che sapeva correre più veloce del futuro, a Londra ha suscitato l'impressione di una improvvisa, atroce vecchiezza: il tempo di contare fino a 10 e il suo corpo lungo, di statua allampanata che si esaltava in ogni muscolo, si è tramutato in un monumento: e l'allegria va via, l'addio è una festa mesta, sul volto la stanchezza della delusione. Dietro, spingono senza rispetto i successori, più robotici, meno umani in tutto, anche quelli che, maldestramente, tentano di imitarlo ma le buffonate escono male e i più preferiscono mettersi addosso certe grinte da pugili, quasi a ricordare che lo sport non è gioia, non speranza, ma un maledetto mestiere che premia e divora troppo in fretta.

UN DESTINO DA ACHILLE. Ancora una corsa t'aspetta, Usain, un'ultima staffetta, ma tu hai già cominciato a vivere di ricordi, pelide Achille, moro Achille “a vita breve destinato”, piè veloce, per sempre il più lesto fino a che qualcuno venuto dal futuro non ti surclasserà. Tu che da oggi t'annoierai perché i fantasmi dorati avviliscono, e vorresti, ma non potrai, tornare a inseguire chi non può inseguirti, a cercare le tue porte Scee nelle quali cadere carico di gloria e di lotta, di amore per la tua gente. Tu, che non potevi essere raggiunto neppure dalla vecchiaia, e invece lei, con l'ultimo guizzo, t'ha battuto.

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