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11 Agosto Ago 2017 1300 11 agosto 2017

Nfl, un nuovo studio fa scattare l'allarme Cet

Una ricerca della Boston university ha rilevato un'altissima incidenza della encefalopatia traumatica cronica negli ex giocatori di football americano. Così la Lega, che ha un business da 10 miliardi di dollari, rischia di doversi reinventare.

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Un giorno forse lo chiameranno morbo da placcaggio. Oggi si chiama Cte, encefalopatia traumatica cronica, una patologia che sta colpendo gli ex-giocatori professionisti di football americano e rischia di mettere in ginocchio lo sport più amato degli Stati Uniti. La notizia, piovuta come una bomba poche settimane prima dell’inizio della nuova stagione della National Football League, è che più del 99% di cervelli appartenuti a ex giocatori Nfl deceduti ed esaminati per uno studio specifico realizzato presso la Boston University ha dimostrato di avere segni di Cte. È lo studio più vasto mai compiuto in questo ambito e nasce dall’esame di 202 cervelli donati alla ricerca. Tracce di Cte (ma in percentuali inferiori) sono state trovate anche in tessuti cerebrali provenienti da individui che non avevano giocato tra i pro, ma avevano praticato con regolarità il football al College e alle scuole superiori.

Più del 99% di cervelli appartenuti a ex giocatori Nfl deceduti ed esaminati dalla Boston University ha dimostrato di avere segni di Cte

I primi casi di Cte vennero descritti negli Anni 20 del secolo scorso, quando il patologo Harrison Martland notò alcuni pugili affetti da quella che definì punch drunk syndrome, sindrome da ubriachezza da pugni, poi diventata demenza pugilistica. Diversi ricercatori confermarono episodi simili in ex boxer, ma i casi rimasero rari e sporadici. Nel 2005 un patologo di origini nigeriane che lavorava a Pittsburgh, Bennet Omalu, notò indizi di questa patologia eseguendo l’autopsia di Mike Webster. Noto come “Iron Mike”, Webster era stato una colonna portante della linea d’attacco degli invincibili Pittsburgh Steelers che tra gli Anni 70 e 80 conquistarono quattro Super Bowl. Ritiratosi a 38 anni, Webster morì a 50 anni per infarto, dopo essere stato colpito da ripetuti episodi di amnesia, demenza e depressione che lo avevano portato a vivere da senza fissa dimora pur potendo permettersi una casa e delle cure.

TRAUMI CHE ACCELERANO LA NEURODEGENERAZIONE. Omalu individuò nei ripetuti traumi di una carriera pluridecennale l’origine dei suoi problemi e pubblicò le sue conclusioni nel 2005 sulla rivista Neurosurgery. La comunità scientifica e il mondo dello sport professionistico non accettarono con facilità le conclusioni di Omalu. La storia di questa ostilità è raccontata nel film Zona D’Ombra del 2015 in cui il medico è interpretato da Will Smith. Nel 2005 Terry Long, un altro ex giocatore dei Pittsburgh Steelers, si suicidò a 45 anni. L’autopsia, eseguita sempre da Omalu, rivelò che il cervello di Long aveva una concentrazione di proteina Tau (responsabile per le malattie neurodegenerative) pari a quella di un novantenne affetto da Alzheimer. La presenza della Cte venne confermata nelle autopsie di altri giocatori morti in giovane età: Justin Strzelczyk, uccisosi volontariamente in un incidente stradale a 36 anni, Andre Waters, morto suicida a 44, e Tom McHale, morto per overdose a 45.

LA NASCITA DI UNA FONDAZIONE AD HOC.La Cte era una realtà e un dramma che non poteva essere più ignorato. Venne fondata la Concussion Legacy Foundation con la partecipazione della Boston University e venne istituita una banca dei cervelli che ha raccolto nel corso di pochi anni 400 donazioni da parte di ex-sportivi. La National Football League dopo aver criticato gli studi, è stata costretta ad ammettere il rischio delle commozioni cerebrali per i giocatori, varando più severe regole per la prevenzione e la cura dei traumi alla testa.

Lo studio dell’università americana, pubblicato sulla rivista medica Jama, ha dei numeri che non possono essere contestati. I dati parlano di Cte in 110 cervelli su 111 appartenuti a ex giocatori professionisti di football americano. Secondo i ricercatori tracce del morbo erano presenti anche in 48 dei 53 tessuti cerebrali appartenuti a persone che avevano giocato ad alti livelli, ma solo fino al College, e in tre cervelli su 14 per giocatori la cui carriera si era fermata alle scuole superiori. Una malattia dunque che colpisce presto e che rischia di degenerare con il prolungamento dell’attività. Tra i casi che lo studio mette in luce spicca quello di Kevin Turner, morto a 46 anni per Sla, morbo che colpisce anche un numero significativo di ex-calciatori. Il cervello di Turner, ex running back di New England Patriots e Philadelphia Eagles, mostrava lo stato più avanzato di Cte, tanto che i ricercatori hanno sostenuto una correlazione tra le due patologie. L’encefalopatia avrebbe decimato la corteccia motoria del suo cervello portando ai sintomi della Sla.

Ma oltre i risultati autoptici, in questi anni si sono moltiplicati episodi clamorosi: nel 2011 l’ex difensive end dei Chicago Bears Dave Duerson dopo anni di depressione e sofferenze si è ucciso sparandosi al petto, dichiarando la sua volontà di donare il suo cervello alla ricerca. Nel 2012 si sono tolti la vita Ray Easterling, 62 anni, ex-giocatore degli Atlanta Falcons affetto da demenza e, a soli 43 anni, Junior Seau dei New England Patriots. Nel 2013 il leggendario ex-quarterback Brett Favre, che detiene il record di 321 partite consecutive giocate nella Nfl, ha ammesso di avere continui vuoti di memoria. Intere parti della sua vita quotidiana non vengono registrate dai suoi ricordi. «Ho 44 anni. È la prima volta che ho paura», ha detto.

NFL, BUSINESS DA 10 MILIARDI DI DOLLARI. Lo sport più popolare d’America, un business da 10 miliardi di dollari (il valore complessivo di tutti i team è stimato in 40 miliardi) è stato messo di fronte a un esame di coscienza non più rimandabile. La Nfl ha risposto allo studio con un comunicato ufficiale. «Continueremo a lavorare con un ampio numero di esperti», ha affermato la Lega, «per migliorare costantemente la salute dei giocatori di oggi e di ieri. Come gli scienziati hanno evidenziato, ci sono molte questioni ancora in sospeso riguardo alle cause, all’incidenza e all’insorgenza della Cte.La Lega, che già negli anni scorsi aveva versato 100 milioni di dollari per la ricerca sul tema, ha inoltre confermato l’impegno di versare un’ulteriore cifra di pari importo.

L'INTRODUZIONE DELLA EDELMAN RULE. Sul campo sono state introdotte severe regole per evitare ai giocatori che subiscono placcaggi troppo duri di tornare in campo. Nel Super Bowl del 2015 il ricevitore Julian Edelman subì un violento colpo alla testa e, nonostante i segni di un vero e proprio ko, continuò a giocare risultando alla fine uno dei giocatori decisivi per la vittoria dei suoi New England Patriots. Alla fine della partita, però, in un’intervista dimostrò di essere in stato confusionale, tanto da essersi dimenticato anche il nome degli avversari. La Nfl ha così introdotto la cosiddetta Edelman Rule, secondo cui alcuni osservatori imparziali possono imporre uno stop a un giocatore placcato duramente.

Se non stringevi i denti qualcuno prendeva il tuo posto e così mi imbottivo di antidolorifici. Avevo una soglia del dolore così alta che non riuscivo neppure a capire se mi ero fatto male

Arian Foster

Ma la Lega rischia di pagare la scarsa attenzione avuta in passato nei riguardi della salute sei suoi campioni. Molti parenti di ex-giocatori deceduti hanno avanzato richieste milionarie di risarcimenti, lo scorso marzo 1.800 giocatori hanno intentato una class action contro la Nfl per non aver rispettato le regole nell’uso di antidolorifici, prescritti senza limiti. «Lo sappiamo tutti, è uno sport di contatto», ha detto Tom Brady, 40 anni, quarteback dei Patriots che quest’anno giocherà la sua 18esima stagione nella Nfl, «questo vuol dire essere in pericolo, ma ci sono tanti lati positivi nel football»,. «Quello che mi preoccupa», ha detto l’ex giocatore e oggi commentatore Shannon Sharpe, «è l’atteggiamento dei proprietari delle squadre, Jerry Jones (padrone dei Dallas Cowboys) ha definito “assurdo” il collegamento tra football e Cte. E non è l’unico a pensarla così».

FOSTER: «CHISSÀ CHE DANNO HO FATTO AL CERVELLO». Il running back Arian Foster si è ritirato quest’anno: «Ho deciso di smettere perché non ne vale più la pena», ha spiegato, «Sono relativamente in buona salute, posso ancora camminare, chissà che danni ho fatto al mio cervello. Ho subito 14 interventi chirurgici, ho giocato un’intera stagione con una clavicola rotta. Se non stringevi i denti qualcuno prendeva il tuo posto e mi imbottivo di antidolorifici. Avevo una soglia del dolore così alta che non riuscivo neppure a capire se mi ero fatto male». Ma la fama, il successo e i contratti milionari sono ancora un incentivo straordinario per uno sport gladiatorio che continuerà a essere il più amato da costa a costa. È quello che pensa Shannon Sharpe, 14 stagioni nella Nfl e tre Super Bowl vinti: «Anche sapendo tutto quello che so ora, se tornassi indietro giocherei a football. Perché mi ha dato un’opportunità di fare qualcosa per la mia famiglia. Senza il football non sarebbe stato possibile. Qualsiasi cosa mi succeda nel mio futuro, perdite di memoria o altri sintomi. Non provate pena per me, perché io non mi pento di nulla».

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