Var
BLUES 19 Agosto Ago 2017 0900 19 agosto 2017

Var o non Var, per i tifosi l'arbitro resterà sempre cornuto

La moviola in campo è perfetta? L'uomo no. E il calcio, come tutte le cose belle e maledette, è passione, è furore, è immaginazione: tutta roba precaria, approssimativa, imperfetta, ma irrinunciabile.

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Oggi sabato 20 agosto 2017 comincia, anzi, ricomincia il campionato di calcio, che è una storia infinita dove si sa sempre come va a finire, e cioè Juventus, e cioè Champion poi persa in finale, in un cerchio vizioso per i gobbi, delizioso per tutti gli altri, che non finisce mai. Appurato che anche quest'anno sappiamo come va a finire, non sappiamo però come comincia. Ovvero lo sappiamo, ne conosciamo l'annunciata novità, ma ignoriamo le spumeggianti conseguenze di una schiuma velenosa che ci aspettano.

VAR, E SAI COSA GUARDI. La novità si chiama “Var”, che non è il valore di rischio degli ambienti finanziari, basato su complicati calcoli per sapere quanto uno perde quando fa un investimento, però gli si avvicina, posto che ormai il calcio è tutta una faccenda maledettamente finanziaria, danarosa, dunque rischiosa; per questo, nel suo caso, l'acronimo sta per Video Assistant Referee, che suona molto hi-tech, molto english, un po' suona pure futuro distopico, ma, alla grossa, è la cara vecchia moviola, solo trasportata in campo. Volendo metterla sul filosofico, è il trionfo del perfettismo, della fine della Storia, del destino compiuto. Var, e sai cosa guardi. Lo sa anche l'arbitro che, in caso di decisione dubbia su un maledetto rigore, un clamoroso pallone che balla sulla linea di porta, un bastardo di un giocatore falloso, e casi in genere particolarmente dubbi, chiamati sempre all'inglese che riempie la bocca - “match-changing situation” -, ma figli dei soliti latrati in diretta dagli spalti e dai social, cioè vox populi, o meglio, vox tifosi che rendono infernale una decisione, potrà servirsi dei nuovi supporti, vale a dire la televisione in campo: per visionare, correggere, decidere.

Potrà? Dovrà, senza se e senza ma, altrimenti che l'hanno fatta a fare la Var (e già ci si scanna per decidere se va enunciata al maschile, il Var, tipo “il Ferrari”, o boldrinianamente: la Var, la sindaca, l'ingegnera. Vada per la Var)? La Var è roba della Ifab ((International Football Association Board), adottata dalla Fifa, già annunciata per i prossimi mondiali tra un anno in Russia, eccetera. È il futuro che arriva in un bastimento carico di perfettismo, perché, con le cifre che girano, il calcio è diventato una questione troppo gigantesca e seria per lasciarla in mano agli arbitri: difatti potranno chiederne l'utilizzo l'arbitro stesso e i suoi assistenti – non i giocatori, gli allenatori, i dirigenti, lo staff tecnico, però è lo stesso perché tanto, statene pur certi, a forza di ululare tutti influenzeranno gli assistenti che premeranno l'arbitro il quale preferirà lavarsene le mani e ricorrere al Var, previo «gesto dello schermo» rivolto al pubblico, l'equivalente di Ponzio Pilato che si sciacqua nella bacinella (il macroequivalente dell'arbitro Pilato che se ne lava le mani sono i singoli Stati oramai disabituati a prender decisioni: ci penserà l'Europa, deve pensarci l'Europa. Poi l'Europa non ci pensa e nessuno sa più risolvere un accidente).

CIÒ CHE È PERFETTO NON EVOLVE. La Var non sbaglia, il margine d'errore è ridotto a zero: fine della storia, e la Storia è finita (ma anche no). È, si diceva, il trionfo del perfettismo, questa malattia che cerca sempre di migliorare tutto, di rinnovare tutto, l'uomo nuovo, la nuova società, i nuovi argomenti, fino a renderlo compiutamente definito e definitivo, immutabile come un cerchio. Ciò che è perfetto non cambia, non gira più, la perfezione è eternità, staticità, equilibrio finalmente raggiunto e irreversibile. La perfezione, quando ha vinto, ha vinto; e non può perdere, se no che perfezione sarebbe? E una volta che ha vinto, basta, i giochi sono fatti, non c'è altro da dire, da fare, da pensare, da creare. Nelle Enneadi di Plotino si rivengono i caratteri del perfettismo perfetto, che poi ricalcano l'Essere in assoluto: unicità, totalità, fissità. Ciò che è perfetto non muta pelle, perché non invecchia, non può evolversi oltre (un po' come il campionato di calcio che finisce con lo scudetto della Juventus e ricomincia sapendo che lo scudetto sarà della Juventus). È fuori dal tempo - però non come cantava Mick Jagger, «cara, sei obsoleta», è tutto il contrario -, è atemporale, perenne in sé e per sé. Idea che sedusse già Artistotele, il quale, attraverso san Tommaso, la insufflò nella cultura occidentale per sempre (appunto), salvo l'attacco del liberalismo, che invece si azzarda a tessere l'elogio del precario, del divenire, del mutamento, del mercato che è solo un brulicante, formicolante coacervo di intenzioni e informazioni, di tentativi e successi e fallimenti dai quali ripartire, mutatis mutandis, nella perenne ridefinizione. È l'imperfettismo di chi la vita non la sogna arrivata, risolta, conquistata come una colonia, ma la sa sempre approssimativa, incasinata, anche ingiusta e per questo la ama; la ama per come è, non per come “dovrebbe” arrivare ad essere.

Il calcio, come tutte le cose belle e maledette di questo mondo, è passione, è furore, è immaginazione: tutta roba precaria, approssimativa, imperfetta, ma irrinunciabile

L'imperfettismo è l'economia che continua, che sforna nuovi desideri, e bisogni, e soddisfazioni, e prodotti, che innova e rinnova quelli vecchi (e che diavolo sarebbe la Var se non la cara vecchia moviola seppiata e manovrata dagli occhialoni a fondo di bottiglia d'un Tito Stagno, riveduta, corretta, plasmata – nel senso dello schermo al plasma – e presa di peso e portata in campo?). Il perfettismo è la fine dell'economia, come piaceva a Marx e a Keynes. Il perfettista «cammina nel senso della storia», della quale si arroga la pretesa di conoscere senso di marcia, finalità ed esito conclusivo, sia un marxista o un cristiano – Kolakowski trova la quadra “dialettica” unendo perfettismo a perfettismo tramite una linea di pensiero che va da Scoto Eriugena ad Hegel e riducendo l'imperfezione della creazione a strumento del perfetto per perfezionare se stesso; il “male”, per conseguenza, non è più male autentico, ma mezzo del bene per il bene. Un po' come il fallo sul fallo, l'errore sul rigore, la topica sul fuorigioco, che serve all'arbitro per ricorrere alla suprema giustezza perfetta della Var. Ussignur.

UNA RIVOLUZIONE CHE NON C'È. Noi, imperfetti di natura, non siamo però convinti che la Var introduca, annunci, consacri la fine della Storia, neppure calcisticamente parlando. Per la semplicissima ragione che l'uomo è imperfetto, meschino, carogna e fantozziano e, non potendosi più appellare all'arbitro cornuto, se la prenderà con... l'arbitro cornutaccio che manipola la Var. Fioriranno 'gomblotti' di Var massoniche, legate alla Trilateral, al Bildelberg, alle scie chimiche, nasceranno movimenti Antivar, come mortaretti scoppietteranno i peggio sospetti. Perché altrimenti il calcio muore, fine della storia. A rendere leggendari i Lo Bello e i Rivera furono anche la faustiana pretesa di infallibilità del primo (consacrata da un film sexy-satirico con Lando Buzzanca, nel quale l'arbitro finiva al manicomio, preda dei suoi deliri di onnipotenza), e lo scetticismo del secondo, piede d'oro zecchino, mandrogno irriverente che alla perfettibilità del siculo Concetto non ci credeva mai, domenica dopo domenica, e mai perdeva l'occasione per ribadirlo, con gran giubilo di Gianni Brera che c'inzuppava il pane: che tempi.

Il calcio, come tutte le cose belle e maledette di questo mondo, è passione, è furore, è immaginazione: tutta roba precaria, approssimativa, imperfetta, ma irrinunciabile. Perché umana, groppo umana, nel senso del groppo in gola. Sostituirla con una macchinetta, un drone, un moviolone in campo potrà chiudere le bocche per 10 secondi, ma non servirà a risolvere le ragioni di chi non conosce ragione, e segue la partita col cuore, la pancia o magari il sedere. Lo hanno seppellito di soldi maledetti, di diavolerie borsistiche, tecniche, tattiche, strategiche, tecnologiche, chimiche, frigide, anodine, il calcio, ma alla fine rimane una faccenda da bar, nasce nel popolo, la sua droga si chiama tifo, che è il contrario della saggezza, se gli si amputa questa dimensione, allora sì che la sua Storia va a farsi benedire. Vanno bene le innovazioni, le precisioni, tutto quello che volete, sono inevitabili e ce le teniamo, ma a patto di non considerarle salvifiche, ma solo passaggi di una perfezione che già domani sarà considerata superata, e che, questo bisogna saperlo, bisogna poterlo, bisogna volerlo, non riuscirà a sradicare l'anima, che, sublime soffio del Creatore, è imperfetta per eccellenza. Ridurre il calcio a una bieca faccenda da Var del Lazio no, giammai, allora meglio la morte.

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