Lamotta
20 Settembre Set 2017 1825 20 settembre 2017

Morto Jake LaMotta, Toro scatenato e archetipo del combattente

Picchiatore picchiato, duro e carogna, con mille drammi dentro e fuori dal ring. Nato per sputare sangue e fartelo sputare. Era la bestia cattiva d'un boxeur che non andava mai giù. Il ritratto.

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C'è una scena, nel primo episodio di Rocky. L'allenatore, Mickey, che poi era Burgess Meredith, cerca di riguadagnare la fiducia del suo pugile, deciso a farcela da solo contro Apollo Creed. «Sicuro, tu mi ricordi quell'altro Rocky». E questo basta a siglare la pace. Erano dinosauri, erano pesi massimi, ma Mickey avrebbe potuto dire qualcosa di ancora più esatto: «Tu mi ricordi Jake, Jake LaMotta».

UN CALVARIO SUBLIME. Fu lui, quel peso medio contemporaneo di Marciano, a stabilire l'archetipo del combattente, il guerriero che non va giù e comunque giù non ci resta, si rialzerà sempre camminando sul sangue, sia quello dell'avversario o il suo. Perché non può fare altro, perché quello, e nessun altro, è il suo modo di combattere, specchio del modo di vivere, il calvario sublime che terrorizza e strega il pubblico.

COMINCIÒ COI BULLI. È sempre appassionante lo spettacolo della furia che si consuma come una candela, e, anche quando resta un lumicino fioco, non rinuncia ad ardere. Addio Toro Scatenato, bestia cattiva d'un boxeur che nasce dalla strada e se la porta dentro per sempre, comincia a difendersi dai bulli maneggiando un chiodo, un tirapugni, un punteruolo e un giorno scopre che la furia basta e avanza, butta via il ferro perché tanto se lo ritrova fra le mani.

Di quelli che non sai mai se ti fanno pena o paura, perché, dentro e fuori dal ring, gliene succedono di tutti i colori e chissà se se le cerca o è solo la sfiga, il karma del guerriero. Addio, picchiatore picchiato, duro e carogna, che non sentivi più il dolore, come un pezzo di gomma vulcanizzata ci potevi pestare sopra per l'eternità e sarebbero rimbalzati quei colpi e ti sarebbero tornati addosso con gli interessi.

COI "TERRONI" NON SI SCHERZA. Addio sangue siciliano, messinese: coi "terroni" italiani non devi scherzare, si chiamino Marciano, Graziano (coetaneo di LaMotta, praticamente il «gemello», dice Rino Tommasi), o Tiberio Mitri, che nel 1959 ebbe la sua chance con Jake, o Vituccio Antuofermo che con la faccia riuscì a fermare il Meraviglioso, Marvin Hagler. Quelli li puoi ammazzare, ma non si fermano. Mai, mai. Sono nati per sputare sangue e fartelo sputare.

MITICA SAGA CON SUGAR. Novantasei anni è campato, uno così. Uno che scendeva ogni volta devastato dopo aver distrutto tutto, a partire da se stesso. Passa alla storia la saga con Sugar Ray Robinson, che fu il suo Apollo Creed: tutto l'opposto, squisito, elegante, micidiale, paragonato a Muhammad Ali, quanto Jake era della schiatta di Rocky, dei Frazier, non dei Tyson, attenzione, perché Tyson aveva la forza disumana ma non lo stesso cuore, distruggeva ma non era pronto a farsi distruggere.

Cinque volte contro Sugar Ray: vinta la prima, spezzato il regno del Supremo, che aveva vinto per 39 volte di fila; e invece il 5 febbraio del 1943 all'Olympia Stadium di Detroit Sugar si scioglieva stremato, alla decima, ma già da due round aveva capito che non poteva farcela: Jake pesava 7 chili di più che parevano 70, e sapeva come schiacciarglieli addosso.

MAI UN ATTIMO DI RESPIRO. Le altre quattro volte LaMotta avrebbe perso. Più che mai nel “massacro di San Valentino" del 1951 al Chicago Stadium davanti a quasi 19 mila spettatori. Si esaltò allora la tecnica e la ferocia, l'eleganza e la brutalità. Mai un attimo di respiro, il Toro avanti fino alla decima, Ray che quando lo danno per morto viene fuori e travolge l'eterno rivale con tempeste perfette di combinazioni di rara bellezza che annichiliscono la fisicità disperata di La Motta. Il quale s'arrende prima del limite, scivola sulle corde e ci resta al 13esimo gong, ed è la prima volta in 95 incontri. Il Toro era matato, non ne aveva proprio più, anche l'ultima stilla di sudore, di sangue, di rabbia, prosciugata.

Per una volta, l'arguzia tragica non viene da un nero, viene da un "terrone" italiano al quale ne capitavano di tutti i colori, comprese sei mogli, "le avversarie peggiori di tutti"

Alla fine, come tutti quelli che si amano fin quasi ad ammazzarsi, arrivano le battute che li consacrano alla storia. Ray: «Nessuno mi ha fatto faticare come quel bastardo». Jake: «Mi sono battuto talmente tante volte con Sugar che è un miracolo se non mi è venuto il diabete». Frase incredibile, pazzesca, fantastica, che solo un pugile avrebbe potuto dire. Ma, per una volta, l'arguzia tragica non viene da un nero, viene da un "terrone" italiano al quale ne capitavano di tutti i colori, comprese sei mogli, «le avversarie peggiori di tutti». Ma fino alla tardissima età non rinunciò a quei combattimenti d'amore.

DRAMMI FUORI E DENTRO IL RING. Altre furono le avventure e i drammi di Jake LaMotta, fuori e dentro il quadrato, come quando riuscì a raddrizzare un match andato, contro Laurent Dauthille, a pochissimi secondi dall'ultima campana: una zampata e il francese va giù. Contro un altro francese, allora considerato il migliore, Marcel Cerdan, aveva agguantato il titolo, il 16 giugno del 1949, a Detroit. Poi avrebbe ammesso di avere ceduto anche lui ai ricatti della mafia.

SOGNI FURIBONDI DI UN RAGAZZINO. Addio, Toro del Bronx, che ti porti via una boxe violenta e seppiata ma rivivi nei sogni furibondi di ogni nuovo ragazzino che, terrorizzato dai bulli, si costringe a diventare “bull”, toro, per sconfiggere la vita. E così la storia ricomincia, costi quel che costi. Fino alla fine.

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