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Italia fuori dal Mondiale

Tavecchio, senza Mondiale un'apocalisse
BLUES
14 Novembre Nov 2017 0944 14 novembre 2017

Ventura, Tavecchio e la Nazionale, specchio dell'italico vittimismo

In questo Paese non si trova mai un colpevole, nessuno con la decenza di dire: ho sbagliato, me ne vado. La colpa è sempre dell'arbitro, per dire il destino, il clima, il tempo, Iddio. Il solito melodramma, anzi la solita operetta, la farsa che non passa.

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Vai a dormire tranquillo perché, il pallone non è la tua tazza di tà e, specie di questi tempi, non è proprio la prima delle tue preoccupazioni, giusto un filo allegro, di quell'allegria un po' carogna di fronte allo spettacolo del melodramma, urla, disperazione, anatemi per l'eliminazione, Buffon che piange come un bambino, braccialettini di gomma inclusi, la Rai col suo esercito di giornalisti sportivi che scappa, non copre l'evento a suo modo storico, si rifugia nella ridotta di Che Tempo Che Fa, si fa parare le chiappe da Fabio Fazio, e poi l'immancabile servilismo dei servi che passano dalla saliva allo sputo, tracimano in odio, in gogna, il web che scoppia e rigurgita fiele, tutti a dare addosso al povero Ventura che, con la sua onesta faccia da pompista, forse l'hanno messo al posto sbagliato e non lo sa. Il Ct ricorda, parafrasiamo molto, una battuta di Groucho Marx, «quel tale sembra uno sprovveduto, ma non lasciatevi ingannare: lo è davvero», però, via, che sporco che è questo solito gioco di prendersela col capro espiatorio quando si sa che c'è tutto un sistema, una filiera di decisioni sbagliate da teste di paglia o di ponte, frutti di decisioni politiche sbagliate, e che a loro volta hanno preso le decisioni sbagliate.

Insomma sorridi, tristallegro, un po' mesto un po' distaccato; non ti convince il solito psicodramma italiano, prendersela con l'allenatore in fama di idiota (dopo la fama di salvatore della patria), coi giocatori effemminati, tatuati, viziati, infingardi, quando sai benissimo che è assurdo distinguere in tempi di globalizzazione anche sportiva, anche calcistica, che fa disperare un ossessionato Salvini, che i giocatori coi loro tatuaggi e acconciature e smalto alle unghie sono più o meno gli stessi ovunque e ovunque giocano al limite dei vizi e dei compromessi più miseri.

AZZURRI SPECCHIO DELL'ITALIA. Questi nostri azzurri saranno più scarsi, d'accordo, senza personalità, va bene, l'ultimo ad avere una sorta di autorevolezza, un barlume di carisma era il Pirlo che pareva sempre dormisse, ma si può fare una colpa a una squadra mediocre di essere quella che è? Si possono odiare quando li hai visti sputare sangue senza risolvere niente, «poveri cani», come avrebbe detto Gianni Brera? No, non ti piace, non ti suona lo psicodramma della identificazione freudiana, uccidere la Nazionale come si uccide il padre, temerne lo specchio, la rappresentativa pallonara come il resto del Paese, gli stessi difetti, le stesse presunzioni, la stessa aria fritta. E lo stesso vittimismo. Forse è questo che i tifosi intuiscono con orrore, essere degni tifosi di una Nazionale degna di un Paese indegno.

NESSUNO DEI RESPONSABILI SI DIMETTE. E allora vai a dormire e non ci pensi più. Ma al mattino ti alzi e per prima cosa, la maledizione laica del mattino, scorri in modo compulsivo anzi malato le notizie della notte, le home page dei siti di informazione, scorri Twitter e t'imbatti in una dichiarazione di Ventura che va oltre Marx, Groucho e i suoi fratelli, e va anche oltre Achille Campanile: «Dimettermi io? Perché?». Allora ti sale un convulso di riso irresistibile, non ti tieni, vai a svegliare tua moglie - «ma lo sai cosa ha detto quello?» - solo per il gusto di vederla destarsi stravolta come quando si è usciti da un incubo e si fatica a capire di essere altrove. Ma sì, ti dico, ha detto proprio così, che prima di dimettersi vuole parlare con la Federazione, il che significa che anche quell'altro, Tavecchio, il degno compare, quello piccolotto, quello delle banane per i negri e delle calciatrici tutte lesbiche, anche lui non ci pensa proprio a schiodarsi, hic manebimus optime, e l'avverbio non è un singulto alcoolico.

Dal terremoto reale, con macerie e vittime, a quello metaforico e pallonaro, non si trova mai un colpevole, nessuno con la decenza di dire: ho sbagliato, me ne vado

Debbono parlare, prima. Cioè chiedere garanzie. Cioè avere la sicurezza di altri posti all'altezza del disastro che hanno combinato: una piccola, simpatica catastrofe che mancava da 60 anni nei quali questo Paese ha visto tutto, le ha viste tutte, ha combinato il peggio del peggio, in tutti i campi, in ogni aspetto della vita associata, ma bene o male galleggiava, svolazzava malamente come il calabrone che non dovrebbe volare eppure vola, anche nel calcio, dove le disfatte venivano prima o dopo, in un modo o nell'altro riscattate da trionfi anche incredibili, anche illogici. Ma questo! Ventura e Tavecchio che «ci debbono pensare», non capiscono perché mai dovrebbero farsi da parte.

UN PAESE INCAPACE DI ASSUMERSI RESPONSABILITÀ. Neanche la dignità residua di togliersi dai piedi di «60 milioni di commissari tecnici», immigrati e naturalizzati inclusi, che giustamente non vogliono più saperne delle loro facce un po' da “oggi le comiche”. Ed è una comica infatti quella che vien fuori da una piccola fragilissima figura da cioccolatini nazionali. È la conferma che, da queste parti, si è incapaci perfino di assumersi le responsabilità più fisiologiche, più soggettive, più oggettive, più lampanti, più devastanti. E allora la serenità olimpica della sera prima non funziona più, perché appare chiara un'altra cosa, speculare ma più inquietante: non è la Nazionale che si identifica nel Paese, è il contrario, a cominciare dai dirigenti, per continuare con l'allentatore (non è un refuso), i giocatori, per finire con quelli che portano i borsoni.

NESSUNO CHE DICA «HO SBAGLIATO». Dal terremoto reale, con macerie e vittime, a quello metaforico e pallonaro, non si trova mai un colpevole, nessuno con la decenza di dire: ho sbagliato, me ne vado. La colpa è sempre dell'arbitro, per dire il destino, il clima, il tempo, Iddio, il problema sta a monte, signori miei, io sono una vittima, sono scomodo, vogliono farmi fuori ma non cederò senza combattere, ah!, se voi sapeste, ma prima o poi parlerò, racconterò tutto in un libro e allora rideremo! Già, il solito melodramma, anzi la solita operetta, la farsa che non passa. Il degno Paese per la degna Nazionale, non il contrario. «Siete pezzi di me..., pezzi di me..., pezzi di me», canterebbe Levante.

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