Lionel Messi
13 Aprile Apr 2018 1647 13 aprile 2018

Lionel Messi, il genio senza quid di uno sfigato di talento

Palmarés infinito, carrettate di gol meravigliosi, cinque Palloni d'Oro. Eppure, nei momenti che contano davvero come contro la Roma, alla Pulce manca qualcosa. E il paragone con Ronaldo è un assillo.

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No, non è la Juventus, è il Barcellona: e anche quest'anno, la Champions league ce la prendiamo l'anno prossimo. È il Barcellona e, nella squadra più forte al mondo, c'è il giocatore più forte del mondo - o almeno l'argentino più forte di tutti i tempi (forse, non essenzialmente). No, non è Diego Armando Maradona: è Lionel Messi. Il quale era piccolo, piccolo, piccolo così ma con un talento immenso così, e anche con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, che hanno quelli che, alla fine, si ritrovano sempre costretti alla remuntada: quando sarà l'ultima?

SI GIOCA (QUASI) TUTTO AL MONDIALE. Messi è una Pulga di 30 anni e, ancora una volta, dopo il quadriennio superomistico 2009-2012, con appendice 2015, il Pallone d'oro ce lo pigliamo forse l'anno prossimo: dipenderà dal lungo Mondiale russo del 2018, da che farà il rivale di sempre, quello là che si smalta le unghie, che sta sempre a cuocersi di riflettori, che tira fuori di quelle rovesciate che io boh.

PULCE SEMPRE PIÙ TETRA ALL'OLIMPICO. Dipenderà anche da come siamo Messi, quanto in palla, quanto determinati: con la Roma, atto secondo, è stato un disastro insperato, qualche punizione sparacchiata alle allodole, come avrebbe detto Giuan Brera, una Pulce sempre più tetra che si perdeva tra le primule dell'Olimpico.

Roma-Barcellona, le immagini del trionfo giallorosso

Hanno fatto il giro del mondo le immagini del tripudio giallorosso al fischio finale dell'arbitro Clément Turpin, con la panchina in apnea per gli ultimi assalti blaugrana nel tentativo di trovare quel gol che avrebbe vanificato le prodezze di Dzeko, De Rossi e Manolas.

Vedi però come cambiano le cose. Pareva una vacanza romana, una passeggiata in Vespa sul prato prima di arrivare in semifinale, è diventato un mesto biglietto di ritorno. “Torna a casa Messi”, scoppiettano i social, e Lionel che non sa più dove guardare e guarda in terra, simbolo di uno squadrone bastonato, guarda giù a quel verde di colpo così amaro, verde di bile - ah, quel calcione a Kolarov! -, verde come un futuro un po' meno rosa, adesso.

AVEVA TUTTO, HA INCANTATO TUTTI, EPPURE... Bastano 90 minuti, anzi basta il lampo di una rovesciata di Cristiano Ronaldo e l'anello mancate tra Pelé e Maradona, «dopo Diego (o forse prima) solo Leo» torna un giocatore quasi normale, uno sfigato di talento, uno che aveva tutto, ha dato tutto, ha incantato tutti eppure è condannato al solito motivetto sanremese: si può dare di più.

Inutile prendere a caso uno degli innumerevoli momenti impossibile is nothing di Messi: niente, tutto archiviato da una serata storta

Non è che la gente dimentichi, che i tifosi siano ingrati: è che il calcio è faccenda che vive di suggestioni, di emozioni violente e la prossima scaccia la precedente. Sempre. Tu puoi anche essere rimasto per un attimo infinito lassù per aria, a inzuccare il pallone in Messico e “Mi no credevo che un omo podessi far questo” (Nereo Rocco sul gol di Pelè all'Italia, Azteca nel 1970), puoi fare lo slalom tra birilli britannici e poi fargli pure la mano de Dios, come Dieguito sempre all'Azteca nel 1986, puoi inventarti quella parabola del paradiso di Van Basten contro l'Unione sovietica, giusto 30 anni fa, certificato gol europeo più bello di sempre, oppure puoi prendere a caso uno degli innumerevoli momenti “impossibile is nothing” di Messi diciamo nei 14 anni dall'esordio precoce nel Barcellona, 2004, 17enne a malapena: niente, tutto archiviato da una serata storta. E questo, vedrete, vale anche per la rovesciata “alla Carletto Parola” di CR7. Vale sempre, vale per tutti.

PESA L'OMBRA DELL'ALTRO PICCOLETTO. Per Messi, tuttavia, vale un po' di più, vai a capire perché. Forse per l'ombra tutta argentina dell'altro piccoletto, ugualmente toccato dal Padreterno nei piedi ma in più toccato anche dal demonio in testa, maggiore personalità, ogni partita un romanzo, ogni giorno la sua pena, croce e delizia dei tifosi, della moglie, degli allenatori, dei camorristi.

IMPREVEDIBILE IN CAMPO, NOIOSO FUORI. Mentre il prodigioso oriundo marchigiano (il bisavolo era di Ancona) è tanto imprendibile sul campo e tanto regolare fuori, come un diesel: stessa donna della vita fin da bambini, famiglia solida, classica, nessuna disavventura conosciuta, niente paparazzi o cronache rosa, nere o da 50 sfumature di grigio, al netto delle solite traversie fiscali senza le quali un campione non è un campione.

Uno dei calci di punizione sprecati da Messi contro la Roma all'Olimpico.

Ma non c'è vera gloria per i normali, anche se sei già stato 4 volte Pichichi. Oppure sarà quella dannata condanna a mancare davvero nelle occasioni che contano: un palmarés che non finisce più, carrettate di gol meravigliosi, a segno sempre, su tutti i fronti, in tutti i tornei, “unico calciatore” in un sacco di cose, stracolmo di record e di premi, ma, nei momenti che contano davvero, nelle cose che fanno la differenza e lasciano il nome marchiato nei libri di storia, anche quest'anno succede l'anno prossimo.

SCHIACCIATO DA ALTRI TALENTI MENO LIMPIDI. Così, assurdamente, incredibilmente, uno dei più forti di tutti i tempi, se non il più bravo in assoluto (sono sempre classifiche impastate con la farina dell'opinabile) rischia di passarci, alla storia, come uno con una vita da mediano. Extra super lusso, ma mediano, schiacciato fra altri talenti magari meno limpidi, ma più splendenti.

PAPERONE NELL'EPOCA DEI COMPENSI BLASFEMI. E certe cose non le puoi comprare. Neanche se sei il pedatore più pagato in quest'epoca di compensi blasfemi; solo nel 2016 Messi guadagnava 40 milioni nell'anno solare, 109.589 euro al giorno, 4.566 euro all'ora, 76 euro e spiccioli a minuto, 1,2 euro e passa al secondo. Solo di ingaggio, poi c'erano gli sponsor. Parevano un po' pochini, all'inizio del 2018 li ha ritoccati, con ulteriori 63 milioni di bonus alla firma e altri 70 se non molla il Barcellona nei prossimi 4 anni. “Premio fedeltà” lo hanno chiamato, e vorrei anche vedere. Tutto compreso le cifre raddoppiano, e sarebbero perfino quasi triplicate se il Barça avesse vinto la Champions. Che sfiga.

Cristiano Ronaldo, il grande rivale di Leo.

Ma neanche questo basta. Neanche se il tuo nome è già leggenda. Neanche se non hai punti deboli, se piccoletto mirabile sgusci di lato e t'infili sotto a tutti, sei “una saponetta che scivolando non c'è”, hai il pallone come protesi umana e fili come una saetta, 32,5 chilometri orari, il che, considerato il baricentro, ti rende un missile terra-terra imprendibile. Neanche se forse mai nessuno come te.

SECONDO GIOCATORE, DOPO QUELLO DELLE ROVESCIATE. Ci vuole il quid, quel qualcosa che va oltre il talento, oltre il genio stesso e abortisce ogni "però" e ti qualifica come indispensabile per l'eternità. Altrimenti rischi di restare inchiodato alla croce di una frase, chissà quanto legittima: «Secondo giocatore, dopo Cristiano Ronaldo...». Provaci ancora, Leo. Dimostra a tutti una volta di più che non fosti una creatura del Pep. Che 31 anni sono l'età giusta per l'ultimo Pallone d'Oro, o magari perfino per l'ultimo e primo Mondiale. Che il tuo posto di piccoletto sta lassù, in cima a tutti. Da un grande potere, lo sai, derivano grandi responsabilità.

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