ARTU
23 Luglio Lug 2017 1500 23 luglio 2017

Viaggio in Italia alla ricerca di Re Artù

Da Bressanone a Genova, da Modena a Bari e Otranto, fino in Toscana dove il cavaliere Galgano piantò la sua spada nella roccia. Alla scoperta delle tracce del mitico sovrano nel nostro Paese.

  • ...

Un viaggio sulle tracce di Re Artù, dei suoi simboli e dei suoi cavalieri? Per programmarlo non è necessario progettare un itinerario in Bretagna o in Inghilterra. Infatti luoghi suggestivi e di grande interesse, carichi di significati simbolici tratti dal corpus delle leggende arturiane, si trovano anche in Italia e sono più numerosi di quanto comunemente si creda. Pochi sanno, infatti, che tra le prime raffigurazioni di soggetto arturiano si contano quelle scolpite in Italia, nella basilica di San Nicola di Bari e nella cattedrale di Modena. L’Italia è inoltre l’unica terra europea dove esiste una spada nella roccia – a San Galgano in Toscana - visibile e non immaginaria.

L'ARCHIVOLTO DELLA PORTA DEI LEONI. Dunque a Bari, sull'archivolto della porta dei Leoni nel duomo di San Nicola, troviamo scolpita una serie di guerrieri a cavallo, identificati con Artù e la sua leggendaria corte: convergono da destra e da sinistra verso un edificio posto al centro, in corrispondenza della chiave dell'arco. La porta risale alla fine dell’XI secolo. E non è l'unico segno che lega questo sontuoso edificio romanico al ciclo delle leggende di Artù. La basilica custodisce infatti anche la presunta lancia di Longino, quella con cui il centurione romano trafisse Cristo sulla Croce, dal cui metallo sarebbe stata forgiata Excalibur, la spada di Re Artù.

Archivolto della Porta dei Leoni, Duomo di San Nicola, Bari.

Il sangue di Cristo, secondo una leggenda molto diffusa in età medievale, sarebbe stato raccolto in una coppa che costituisce il Sacro Graal. Si tratta però di tracce avvolte nella leggenda: non sono mancati studiosi che hanno fatto notare, infatti, come la diffusione del ciclo delle leggende arturiane legate al Graal sia successiva rispetto all'edificazione della basilica. Tuttavia non mancano in terra pugliese altri elementi che fanno pensare a una diffusione capillare delle narrazioni legate alle gesta del re: ne fa fede il misterioso mosaico che arricchisce il pavimento della cattedrale di Otranto dove troviamo raffigurato proprio il mitico capo della Tavola Rotonda in sella a un caprone mentre combatte un grosso felino con un scettro ricurvo. L'opera fu realizzata tra il 1163 e il 1165 dal monaco Pantaleone. E ancora si narra che la Sacra Lancia fosse custodita a Castel del Monte e destinata a un sovrano invincibile come Federico II.

LA GINEVRA DI MODENA. Una scena simile a quella della Porta dei Leoni di Bari la troviamo sulla Porta della Pescheria della Cattedrale di Modena, dichiarata patrimonio Unesco nel 1997. Sei cavalieri danno l'assalto a un castello fortificato per liberare una fanciulla prigioniera. Uno di loro è designato come Artù, il cui nome è scolpito sulla cornice dell'archivolto. Gli altri cavalieri rappresentati sono i compagni del sovrano: Ysdernus (Yder o Sir Ivano), Galvagin (Gawain o Sir Galvano), Galvariun (Galeron o Sir Galleron) e Che (Sir Kay). La donna prigioniera, Winlogee, è Ginevra, la sposa di Artù tenuta prigioniera dal signore del Castello, Mardoc. La scena racconta un episodio tratto da Durmat Le Galoise, opera anonima del XIII secolo, successiva alla datazione della Porta ma nulla esclude che il racconto sia stato tramandato oralmente dai trovatori franco-bretoni prima che le gesta del mitico Artù trovassero una sistemazione scritta nell'Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1136).

PRIMA DELL'OPERA DI MONMOUTH. Secondo gli studiosi, la Porta della Pescheria fu realizzata nella fase iniziale di costruzione del Duomo di Modena, entro il primo decennio del XII secolo. Essa quindi, oltre a costituire la prima testimonianza iconografica dei racconti arturiani, è anteriore di almeno 20 anni all’opera di Goffredo di Monmouth. La scena della liberazione di Ginevra precede ogni redazione scritta dello stesso racconto e può essere giunta a Modena solo per un tramite orale.

Il Sacro Catino di San Lorenzo a Genova.

Sempre restando nel Nord, troviamo a Genova un collegamento con i racconti del ciclo del Graal. Qui, nella chiesa di san Lorenzo, è infatti conservato il Sacro Catino, uno dei numerosi Graal individuati in Europa. Proveniente dal bottino della presa di Cesarea in Palestina (1100), durante la Prima Crociata, e portato a Genova da Guglielmo Embriaco, fu a lungo creduto di smeraldo. Quando, nel 1806, Napoleone volle portarlo in Francia, il Sacro Catino si ruppe e andò in pezzi, rivelando di essere fatto solo di vetro verde. Ritornato in Italia dopo la fine del Bonaparte, poiché si trattava in ogni modo di un bell'esempio d'arte vetraria antica (molti studiosi lo datano al I secolo), fu fatto riparare nel 1950.

LA NOSTRA SPADA NELLA ROCCIA. Le storie del cavaliere di Camelot Ivano (di cui narra Chretién de Troyes nel suo ciclo di romanzi cortesi densi di elementi simbolici e fiabeschi), figlio di Morgana, sorella di Artù, ispirano inoltre gli affreschi del più antico esempio di pittura cortese nel castello di Rodengo, presso Bressanone, risalente al periodo 1210-1220. Ma da ultimo occorre soffermarsi sul luogo più celebre che in Italia rimanda al ciclo bretone: parliamo della spada nella roccia di San Galgano, in Toscana, a 40 chilometri da Siena.

LE GESTA DI GALGANO. Qui, a fianco delle suggestive rovine dell'abbazia cistercense, custodita in una cappella circolare, è possibile ammirare la spada cruciforme incastonata in uno sperone di roccia, che dalle analisi risulta forgiata all'incirca nel 1170. La leggenda vuole che il giovane cavaliere Galgano, guidato dall'arcangelo Michele, come segno della sua conversione conficcò la sua spada in una roccia sulla collina di Montesiepi. Siamo alla metà del XII secolo quando, come annota lo storico Franco Cardini, le storie narrate da Chretién de Troyes cominciano a circolare nelle corti dei castelli toscani.

La spada nella roccia di San Galgano, vicino Siena.

Che la leggenda di Galgano somigli molto a quelle dei cavalieri arturiani è innegabile: il viaggio spirituale in cui è guidato dall'arcangelo è un cammino iniziatico non dissimile da quelli intrapresi dai personaggi del ciclo britannico. E inoltre sarà più tardi Raimondo Lullo, nel Libro dell'Ordine della cavalleria, a ricondurre alla cavalleria mondana i valori cristiani: «Al cavaliere si dà la spada, che nella forma è simile alla croce, per significare che, come Nostro Signore Gesù Cristo vinse, sulla croce, la morte, nella quale eravamo incorsi per il peccato di nostro padre Adamo, così il cavaliere dovrà con la spada sterminare i nemici della croce». Ecco il retroterra attraverso il quale il linguaggio archetipico dei miti arturiani congiunge alla leggenda di San Galgano.

QUANDO ARTÙ SI RIPARÒ SULL'ETNA. Le tracce arturiane in Italia sono talmente diffuse, da Nord a Sud, da far pensare a un profondo radicamento, a un successo che fioriva di corte in corte, a un fascino cui anche i monasteri non erano impermeabili. Non sarebbe stata possibile, altrimenti, la circolazione della leggenda che vuole che il mitico re Artù (il cui mito fu importato in Sicilia dai Normanni) vegliante in una grotta nascosta nel vulcano Etna, dove sarebbe stato trasportato da Morgana dopo essere stato ferito in battaglia da Mordred, in attesa di tornare sulla scena per altre battaglie contro il Male.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso