30righe

22 Aprile Apr 2015 1223 22 aprile 2015

il panico di dover riformare

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Le ultime vicende sull'Italicum sono la prova plastica della sindrome da panico riformatore che prende una parte del Pd, cioè la famosa minoranza capeggiata dai vari Cuperlo, Bersani, Civati and co.

Sembra un controsenso politico (e storico) tutto da studiare e che rileva davvero l'evoluzione drammatica di un partito diventato forte proprio quando ha scelto - piaccia o no - di tornare a quella originaria vocazione maggioritaria che passa anche per momenti di forte transizione, se vogliamo anche di strappi forti. L'idea di Matteo Renzi, in queste ore di tensione, è quella di traghettare il suo partito e l'intero mondo politico verso quel bipartitismo invocato anche dal centrodestra e stranamente osteggiato dopo la rittura del patto del Nazareno.

Renzi si gioca tutto con l'approvazione di questa legge la quale davvero inciderà su tutto il quadro politico. Sarà per questo che il premier segretario ha contro tutti. Basterebbe solo fare alcuni ragionamenti sul dopo il voto finale, con o senza fiducia. Che succede il giorno dopo a norma della nuova legge?

Anzitutto al centrodestra spetta il compito di trovare la quadra sia in termini di leadership che di programmi: riuscirà Forza Italia a ritornare baricentro di quell'erea moderata già spostatasi verso Renzi? Il ballottaggio fra i primi due partiti del primo turno non impone una rifondazione del centrodestra smussando gli estremismi della Lega, attualmente il terzo partito del paese? In questo senso perché FI ha lasciato al Pd la bandiera di una riforma così essenziale per l'elettorato?

Il M5S è già la seconda forza del paese: in un quadro più semplificato se la gioca alla grande, numeri alla mano. Dunque perché strapparsi le vesti? Un ballottaggio Pd vs Cinquestelle è una battaglia interessante perchè invita i cittadini ad una scelta radicale o negoziale sopratutto nei rapporti con l'Ue e le regole economiche. Troppo sbrigativo essere anti-euro, anti Merkel o anti Bce (Tsipras insegna).

E il Pd - a questo punto - che paura ha? Le scene di questi giorni sono paradossali dopo decine di direzioni nazionali, dibattiti e convegni, interviste sui giornali nei quali emerge - in tutta franchezza - la distonia dei fini. Una parte del Pd si ferma, arretra contro le sue stesse posizioni. Cercare il pelo nell'uovo adesso come l'eliminazione dei capilista bloccati verso quelle preferenze così osteggiate un tempo è risibile; invocare la deriva autoritaria, quando anche i sassi sanno che l'Italia ha un urgente bisogno di rafforzare il premierato per andare avanti, non regge. Vai a spiegare alla tanto invocata base elettorale che poche modifiche - così stringenti - poi darebbero velocità di approvazione al Senato quando proprio il rimbalzo nei due rami del Parlamento è il gioco dei veti che fino ad oggi blocca le riforme. E su tutto dovrebbe valere un principio basico per la crescita politica di un paese, banale se vogliamo. E cioè bisogna pur tentare di cambiare, far qualcosa; sarà la politica del domani ad abrogare l'Italicum di oggi.