30righe

23 Aprile Apr 2015 1803 23 aprile 2015

Jobs in act

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Due mesi dalla riforma Poletti e - dati di queste ore - cominciano ad affiorare i primi dati e sono timidamente positivi. Le assunzioni sono state 641.572 a fronte di 549.273 cessazioni. Il saldo attivo è perciò di oltre 92mila unità.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

A marzo le assunzioni a tempo indeterminato sono state 162.498 con un aumento del 49,5% rispetto alle 108.647 di marzo 2014. Grazie alla decontribuzione (ma nel mese sono anche entrate in vigore nel mese delle regole sul contratto a tutele crescenti) le assunzioni 'fisse' sono state il 25,3% del totale delle attivazioni a fronte del 17,5% di un anno prima. Scendono invece sia le attivazioni a tempo determinato (da 395.000 a 381.234), i contratti di apprendistato (da 21.037 a 16.844) e le collaborazioni (da 48.491 a 36.460).

Numeri a cascata che dicono in generale il trend a cui mirava la riforma la quale gioca tutta la sua credibilità su un principio di fondo, quello cioè di rendere normale (testuali parole del ministro) e conveniente il contratto a tempo indeterminato e stabile per il lavoratore. Una nuova piattaforma del resto - e al netto delle posizioni politiche - era necessaria oltre ogni evidenza storica non fosse altro che il nostro paese non solo ha perso, in questa crisi, quasi tre milioni e mezzo di posti di lavoro ma si è portato, altresì, a grappolo tutto un gap sistemico che mette insieme in sequenza diversi elementi quali la progressiva mancata competitività delle imprese, bassa produzione industriale, con ricaduta sul mercato interno e sul potere di acquisto.

Questi primi dati provvisori per una volta confermano e confortano le fatiche del ministro Poletti il quale è cauto quando afferma che si tratta di contratti e non di posti di lavoro, il che non è poca cosa: un obiettivo era quello di semplificare il quadro delle proposte contrattuali che avevano ormai sclerotizzato il precariato trasformato come l'unico modo possibile per gli italiani di lavorare e avere un reddito.

La precarietà era come tratto distintivo del nostro paese, nell'incapacità - sopratutto in certi ambienti della sinistra conservatrice - di controproporre in questi anni pre-Renzi - una piattaforma negoziata con Confindustria. Ci si è strappati le vesti perché il Governo ha sposato unilateralmente i progetti proveniente dagli imprenditori e sappiamo come è finita. Un vero peccato l'isolamento delle categorie sindacali in questa dinamica perché è del tutto evidente che andava ricercato e ritrovato un modello che facesse ripartire il Pil sopratutto attraendo investimenti interni ed esteri, ottimizzare il fattore flessibilità in entrata attraverso l'abolizione Irap della quota lavoro e la de-contribuzione triennale per i nuovi assunti. I numeri di oggi confortano la intentio dell'esecutivo nelle speranza che questo indicatore non scenda.

Non mancheranno voci critiche e comunque l'economia ci ha abituati agli up and down dei dati; e tuttavia rimane il dibattito se questi interventi siano davvero l'elemento new labourist a cui il governo tiene tanto. A sinistra del Pd non la pensano in questa maniera ma in molti non sono concordi con la vecchia impostazione di una parte del sindacalismo italiano. Per Renzi quasi certamente è urgente coniugare equità sociale e merito (sottraendo questo tema al centrodestra, badate), innovazione e competitività di cui il paese ha bisogno. La domanda è se questi propositi potranno essere realizzati nel settore pubblico visto che la riforma Madia - unita alla riforma della scuola - viene molto annuniciata ma rimane nel cassetto. Che succederà?