30righe

14 Settembre Set 2015 1737 14 settembre 2015

Riforme: siamo tornati al Renzi 1?

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Siamo ancora al periodo ipotetico e del resto la politica che diventa 'storia' non si fa coi i sè e con i ma. E tuttavia proviamo ad immaginare uno scenario di causa-effetto per vedere - come lo strepitoso vengo anch'io di Jannacci - di nascosto l'effetto che fa.

Dopo le elezioni regionali - e dunque mesi fa - il premier italiano confessò in un'intervista quello che molti analisti (e moltissimi suoi estimatori) avevamo diagnosticato e cioè una sorta involuzione politica per la quale il rottamatore segretario, diventato capo del governo, si fosse troppo 'ammorbidito' sulle questioni di partito. Renzi a suo tempo disse (e non smentì) «Queste elezioni dicono con chiarezza che con il Renzi 2 non si vince. Devo tornare a fare il Renzi 1. Infischiarmene dei D’Attorre e dei Fassina e riprendere in mano il partito»

Si è parlato di tenerezza improvvisa, di fisiologico torpore, magari di agenda fittissima, di perdita del senso delle cose interne al partito. Fatto sta che al presidente del consiglio non sfuggono le oltre cinquanta sfumature della new-pop-politik in cui fa da padrone il principio della percezione che precede e segue la realtà. Si potrebbero già scrivere interi tomi su questo fenomeno sociologico-mediatico che produce bufale e drammi senza senso, migliaia di likes e anatemi; che sputtana ed esalta a seconda dei gusti degli influencers. Ad ogni modo Renzi ha solennemente preconizzato il suo ritorno alla versione 'destruens' e - da quel che si legge sopratutto sulle riforme - probabilmente riuscirà a spuntarla.

Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi con il premier Matteo Renzi.

Sono di queste ore i tiepidi petardi di fuoco amico lanciati dal Ncd, lanciatissimo come un kamikaze a mandare l'ultimatum al governo chiedendo assurdamente il cambiamento dell'italicum (diventato a loro insaputa già legge) come condizione sine qua non per l'esistenza stessa del governo. A rigore di logica aristotelica - oramai poco studiata dai politici - il partito di Alfano sarebbe fuori dall'esecutivo da maggio scorso. Ad unirsi al coro dei no al superamento del senato - a diverse intensità e intenzioni - i pentastellati, forza italia che l'ha scritta e desiderata per tutto il ventennio berlusconiano, e la minoranza del Pd. La cifra di questa opposizione variegata sembra, da sola, spiegare la bontà della riforma Boschi e - diciamolo con un sano realismo - nessuno gridi al golpe, alla deriva autoritaria perchè è ridicolo. Lo era anni fa quando si portà a referendum la riforma costituzionale del centro destra e lo si può urlare anche oggi. Se fossimo davvero dentro questo rischio le cose sarebbero ben più gravi e diverse. Ha ragione infatti Paolo Mieli quando esorta l'opinione pubblica ad un ragionamento che definire cristallino e ineccepibile è poco. Nel senso che le Costituzioni non si cambiano mai una volta per tutte e che le modifiche se non funzionano possono essere a loro volta ulteriormente cambiate....Trentasei anni (di dibattito riformista italiano) diciamocelo con franchezza, sono un periodo eccessivo. Tanto più che il momento della parola definitiva sarà quello del referendum dove gli avversari della riforma avranno l’occasione di far valere le loro ragioni. Senza drammi.

Se è vero che questa legislatura, composta da minoranze relative, è stata costretta dalle urne ad essere giocoforza costituente e fare del bene al paese; se la minoranza del Pd fa fatica a non rimembrare - ogni mattino e guardandosi allo specchio - cosa fosse il partito nei tempi di Bersani e di Letta; se Forza Italia continua in modo schizofrenico a rimuovere l'incandidabilità di Berlusconi e la trazione estremista della Lega andando in ordine sparso in parlamento e dentro le questioni europee e lasciando orfani milioni di voti calamitati dal premier.

Ebbene se sono vere tutte queste cose bisognerebbe portare a buon fine le riforme costituzionali. In questo senso il Renzi 1 allora tirerà dritto anche a costo della conta in parlamento. Il premier poi dice di avere i numeri per le riforme ed è confortato da innegabili dati in economia. Con uno scenario di Pil in crescita allo 0,7%, di ripresa dei consumi (anche grazie ai cattivi 80 euro), di occupazione timida ma in salita, di segni positivi della produzione industriale e della fiducia delle imprese, il governo punta a portare in Senato un bilancio di governo dalle congiunture favorevoli e tenterà la rottura anzitutto dentro il partito democratico e poi con le confuse opposizioni. Questo contesto positivo, globalmente inteso, sugli indicatori economici - seppur favoriti da altri fattori esogeni - incoraggiano il Renzi al ritorno della sua natura 'destruens' e spregiudicata. La spunterà?