30righe

4 Maggio Mag 2016 1551 04 maggio 2016

il Davigo pensiero (debole)

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'Se mi desti t'ascolto, | e ogni pausa è cielo in cui mi perdo, | serenità d'alberi a chiaro della notte'... cantava così Quasimodo - in acque e terre - ad indicarci che la parresia (παρρησία) è non solo rettitudine della parola ma indica anche un modo di essere che risiede nell'unico termine della chiarezza, cioè la voce che non ha ombre, il pensiero che non possiede opacità. La Parresia una parola tipica della democrazia greca - Socrate, secondo Platone, era 'uomo degno di bei discorsi e di ampia parresia' - che fonde insieme il diritto civile a dire il proprio pensiero, la interiore lealtà nei confronti della verità da riconoscere, il coraggio di esprimersi pubblicamente superando le eventuali difficoltà, provenienti dal proprio uditorio o dai propri interlocutori. Essa caratterizza anche la relazione fra amici, che hanno il coraggio di rimproverarsi gli errori. La chiarezza è una virtù biblica perché - nell'antico testamento - è dei profeti la capacità di mostrare chiaramente ciò che è giusto ma indicare le strade pericolose dell'idolatria. Nel nuovo testamento poi la sincerità dei pensieri e delle parole è il solco che ha diviso Cristo dai 'farisei' la cui ipocrisia e doppiezza è stata condannata proprio perché erano uomini alla ricerca di se stessi e della stima del popolo.

Dunque è il coraggio di dire parole puntuali che - sopratutto per chi riveste cariche pubbliche - alla fine premia rispetto alle mezze parole, ai sussurri nei corridori dei palazzi del potere, agli aggettivi di comodo e al cerchiobottismo di maniera.

Piercamillo Davigo.

Nelle ultime settimane sulla questione della baruffa (perché di questo si tratta) fra politica e magistratura si assiste all'ennesimo dico-non-dico che si percepisce implicito ma che non si ha il coraggio di proferire. Le ultime dichiarazioni - decisamente imbarazzate - di Matteo Renzi tradiscono tutta la voglia del premier di strepitare a reti unificate contro un assalto giudiziario che travalica persino la responsabilità penale personale. Ma Renzi non vuole e non può berlusconizzare la questione poiché produrebbe un'eterogenesi dei fini impeccabile, cioé l'esatto contrario delle proprie intenzioni.

E tuttavia va detto che si tratta di corsi e ricorsi storici i quali - a questo punto - sono come più indizi che fanno una prova di un ragionamento: non sarà che certa magistratura vuole sostituirsi agli altri poteri dello stato? E che chiunque fosse premier ( di qualunque colore, da Sel alla Lega Nord fino ai cinquestelle, poco importa) dovrebbe mantenere sudditanza sotanziale e formale con certo potere giudiziario? E l'informazione non è capace di ribaltare con coraggio lo schema della narrazione, partendo dal fuori luogo delle dichiarazioni di Davigo anziché titolare come eversive le frasi del presidente del consiglio?

Di controprove ce ne sono a quantità industriale, ma per sintesi ne richiamiamo una di pochi giorni fa: stranamente ignorato dai titoloni, il capo dello stato Sergio Mattarella ha tenuto una lectio alla scuola superiore della magistratura condannando l’intollerabile durata dei processi. “Il tempo non è una variabile indifferente per l’esercizio della giurisdizione e per il riconoscimento dei diritti. E’ auspicabile che si affronti, con determinazione, questo problema”, ha detto. Mentre è in corso una campagna per l’allungamento dei tempi di prescrizione, cioè per rendere ancora più interminabili gli iter processuali, il capo dello stato sottolinea, invece, l’esigenza di abbreviare le procedure. Certo, lo stile cambia dal 'chiediamo che si arrivi a sentenza' di Renzi ma è univocamente lo stesso e identico pensiero critico su un vero problema endogeno alla magistratura cioé la lunghezza di procedimenti che vanno in prima pagina per l'avviso di garanzia o per la custodia cautelare e poi chi si è visto s'è visto.

Questo modo di predicare il diritto e la morale e poi scappare col titolone della ribalta mediatica senza pagari potenziali errori nel processo e dopo la sentenza non è un bene per la democrazia, liscia il pelo alla demagogia e al populismo forcaiolo e distrugge moltissime persone. Non mancano i numeri sugli errori giudiziari.

False rivelazioni, indagini sbagliate, scambi di persona e decine di innocenti, dopo essere stati condannati al carcere, diventano vittime di ingiusta detenzione. Errori giudiziari che non solo segnano pesantemente e profondamente le loro vite, trascorse - ingiustamente - dietro le sbarre, ma che costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali italiane. E secondo la piattaforma Errorigiudiziari.com, dal 1991 ad oggi lo Stato ha speso quasi seicento milioni di euro tra riparazioni per ingiusta detenzione e indennizzi per errori giudiziari. Quasi l'intera somma, pagata dai contribuenti, per risarcire le decine di migliaia di ingiuste detenzioni in carcere e arresti troppo facili. Numeri che dovrebbero far imbarazzare. Oltre 22.400 errori giudiziali. Settemila arrestati, giudicati successivamente innocenti. Un numero elevatissimo se comparati a quelli di Stati Uniti, Francia, Germania. E sulla tanto strombazzata produttività dei giudici italiani riferita da Davigo c'è chi ha analizzato le fonti e trovato qualche crepa in questione

Eppure nessuno si sogna di andare in prima serata in televisione, sedersi in poltrona come un pontefice infallibile (persino papa Bergoglio lo vorrebbe riformare...) e affermare che certi magistrati sbagliano più di prima, solo che oggi non si vergonano neanche più'. Ebbene questa frase sarebbe una bomba, farebbe alzare dalla sedia mezza italia, innescherebbe insulti sui social, produrebbe girotondi, manifestazioni di studenti, indignazione e collera. E tuttavia ha un dettaglio, anche piccolo: è vera!