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1 Giugno Giu 2016 1259 01 giugno 2016

Papa Francesco il Concilio permanente

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Del Concilio Vaticano II fu scritto che si trattò di una nuova “primavera” per la Chiesa e mai espressione fu più azzeccata. Nel secolo più buio della storia, il più “invernale” e più infernale che l’umanità abbia mai conosciuto, col suo portato di ideologie totalitarie, le due guerre mondiali, l’Olocausto inaccettabile dei fratelli ebrei, il genocidio intollerabile dei cristiani armeni, lo sgancio dell’atomica con milioni di morti in tutto il mondo, il mondo si era ridotto ad un campo non più fertile e un’immensa distesa di terra inaridita senza vita.

E tuttavia arrivò l’inaspettata primavera, non programmata dagli uomini ma certamente voluta dallo Spirito con quella intuizione anzitutto ecclesiale che fu il Concilio Vaticano II avviato da Giovanni XXIII e poi concluso da Paolo VI. A me piace chiamarlo il ground zero di rinnovamento che poi si è riverberato in tutto il mondo e i cui effetti sono visibili e tangibili per cristiani e non solo.

Questa primavera - se è consentito rimanere dentro la metafora delle stagioni - è diventata “estate” con il pontificato di Papa Francesco nel senso che il Concilio sembra esplodere costantemente in tutte le sue potenzialità e che Giacomo Galeazzi nel suo saggio “il Concilio di Papa Francesco” per i tipi della EllediCi offre ai lettori in una riflessione sistematica di grande interesse.

Per chi legge da anni l’autore - vaticanista de LaStampa e analista di attualità ecclesiale sul portale vaticanInsider - si può affermare che il saggio nasce prima del conclave che ha eletto Jorge Mario Bergoglio: Galeazzi ha fatto una “ricognitio concilii” lungo il corso del ministero di Bergoglio gesuita, formatore e provinciale , poi Arcivescovo di Buenos Aires fino al giorno in cui - come nell’annuncio al popolo - qui sibi nomen imposuit Franciscum come a dire che quel nome - volutamente legato santo poverello di Assisi - affermava che la primavera del Vaticano II sarebbe diventata la costante della Chiesa di questi anni.

Ebbene, chi oggi negasse il cambiamento nella cattolicesimo con il pontificato di Francesco è vivamente pregato di correggere la propria posizione e di leggere questo libro nel quale l’autore traccia un percorso di ermeneutica bergogliana del magistero conciliare la quale - con buona pace di chi la vorrebbe mettere in contrasto con i pontefici predecessori - si caratterizza per essere “integrale”.

Cosa voglio dire? Papa Bergoglio - secondo Galeazzi - attualizza in toto il Concilio senza riduzionismi proprio poiché del magistero conciliare non si fanno sconti e non si consente l’errore di spacchettare un elemento piuttosto che un altro. Troppo comodo e grottesco aver sottolineato un aspetto (la liturgia, il rapporto con il mondo contemporaneo, il legame con gli ebrei, il dialogo con altre fedi etc) a seconda delle circostanze e magari degli opportunismi. Leggendo il saggio di Galeazzi Papa Francesco - a norma del suo stesso nome pontificale - torna e attualizza il Concilio “sine glossa” (senza aggiunte o ritocchi) in quanto il Vangelo sta al Concilio come la sorgente al fiume. Sono inscindibili insomma. Col risultato straordinario che le parole chiavi del pontificato di Bergoglio non sono una novità inedita e sconvolgente ma presenti nei testi conciliari: la misericordia, l’ascolto nella collegialità, la povertà e la diaconia, il parlare chiaro con amore di verità, la buona volontà di chi costruisce la pace solo per accennare i passaggi fondamentali.

Va detto che una novità c’è e la porta sul piatto del dibattito la cifra tutta personale e gesuitica del Papa venuto dalle terre latinoamericane e cioè il discernimento. In questo Papa Francesco è da una parte “destruens” nel senso che pone i suoi interlocutori - siano essi vescovi, laici, religiosi o governanti - in una condizione iniziale di apparente disagio; nel senso che non bisogna dare nulla di preconcetto e pregiudiziale dinanzi alle questioni pastorali e politiche. Ma il dialogo costante, lo studio, il silenzio e la preghiera, la morbidezza di un sorriso, la tenerezza e la durezza permettono sia al Papa che a tutta la Chiesa di trovare un momento “costruens”, di sintesi efficace perché supportato dalla sincerità degli intenti. Questa è la dia-krisis, il ponderare e lo scegliere per il bene, scritta nei vangeli e strutturata da Ignazio di Loyola del quale Francesco è discepolo.

Leggendo il saggio di Galeazzi ho capito quanto Concilio è tornato dal sommerso di tanto sterile dibattito. Ho capito quindi che il ministero del papa argentino ci sta facendo vivere una primavera costante, meglio ancora l’estate della Chiesa di oggi e di domani.

Giacomo Galeazzi, Il Concilio di Papa Francesco, EllediCi 2016