30righe

29 Giugno Giu 2016 1045 29 giugno 2016

La breccia di Porta Brexit

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Oltre duemila anni fa Sofocle scrisse che «la gioia più grande è quella che non era attesa» e nei giorni - davvero problematici - dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si è mosso qualcosa di inaspettato e per ciò stesso stupefacente. A me piace chiamarla la “breccia della brexit”, l’occasione irripetibile della politica di riprendersi il legittimo ruolo di rappresentatività della comunità dei popoli ed entrare - questo è il punto - in connessione con l’opinione pubblica “europea” manifestatasi proprio nel momento dello scossone.

Per mesi infatti ci si è chiesti dove ritrovare il senso delle cose parlando finalmente di europa non come irraggiungibile e anacronistica utopia ma come qualcosa di esistente, fattuale, tangibile. Brexit ha finalmente rotto il vaso dell’ipocrisia e finalmente si è alzato il muro generazionale che separa - in nome dell’europa - i figli dai padri e nonni, la generazione Mtv da quella di Giochi senza frontiere per dirla con due archetipi televisivi. Quelli che sono cresciuti - come me peraltro - a pane, erasmus e schenghen non ci stanno a farsi ridisegnare dai loro padri-nonni la cartina geografica dell’animo regalatagli loro dalla storia. L’aggravante per una tale frattura, i cui effetti si vedranno nel tempo, è anche dovuta al fatto che proprio coloro che avevano combattuto per la pace e la stabilità fra le nazioni del continente, quelli per intenderci che hanno pianto per l’abbattimento del muro di Berlino e gioito per l’unica moneta con la creazione di un sistema economico-sociale solidale e produttivo, oggi sono gli stessi che vogliono anche farne a meno per sé e i loro figli.

Parliamo anzitutto degli stessi giovani britannici i quali, non accusabili di provincialismo, hanno votato per rimanere dentro un sistema che sentono proprio e non estraneo alla loro mentalità. Dite infatti ai giovani di Londra o Edimburgo - abituati a lavorare con italiani e francesi o a studiare con polacchi e tedeschi - che il loro futuro è la gloria della loro insularità e vi guarderanno quantomeno perplessi per non dire schifati. Sarà per questo motivo che tutta la politica ne esce sconfitta in Gran Bretagna, incapace di avere orizzonti e spudorata nell’aver cercato un consenso di sottocosto. Vediamo tutto ciò in un David Cameron dimissionario, Boris Johnson fischiato, Nigel Farage imprigionato nel suo delirio, Jeremy Corbyn e i labour senza un progetto.

Bruxelles, la protesta dei giovani britannici vogliono restare nell'Ue.

E mentre nei palazzi si gioca all’isolamento, paradossalmente quel che stupisce positivamente è l’esistenza di una “vera” opinione pubblica europea laddove il riferimento al continente è posto come aggettivo qualificativo, sostanziale: cioè esiste effettivamente un’opinione pubblica europea che difende e rivendica l’europeo come tratto distintivo della realtà. E i nativi europei chiedono oggi una risposta conseguente alla politica e i leader riuniti a Bruxelles devono intercettare questa voglia di essere una sola realtà comunitaria, sono e devono essere voce di un sola collettività di popoli sotto l’unica bandiera blu coronata di stelle.

Cosa succederà adesso? Di certo non si torna indietro in forza della sovranità popolare anche se di stretta maggioranza. Quando parliamo di crisi riferito a Brexit siamo davanti certamente ad una separazione e come tale va affrontata, senza tergiversare. A Bruxelles è il caso di fare “pressing” perché si arrivi il più presto possibile alla piena emancipazione di UK dall’UE. Dopodiché mantenere solida la connessione dei governi con l’opinione pubblica comunitaria e la soluzione di questioni europee e globali quali politiche economiche di espansione, valorizzazione di progetti di innovazione e sviluppo delle risorse giovanili, scambi interculturali, politica estera e di integrazione extracomunitaria comune. Non è detto che la breccia dell’idem-sentire europeo rimanga aperta fino a lungo.

Va data perciò una risposta autorevole per l’oggi e il domani con buona pace di chi ha nostalgie del passato ammuffite e prive di senso. Anche perché - scrive Soren kierkegaard - la vita può essere sì capita solo all’indietro ma va vissuta inesorabilmente in avanti.