30righe

19 Ottobre Ott 2016 1137 19 ottobre 2016

Referendum: prima decidersi e poi decidere

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C'è chi pensa che al referendum gli italiani si recheranno alquanto stremati in cabina elettorale dopo mesi di campagna ad alta tensione, a tratti sfibrante. Altri sono convinti addirittura che il 'rally' dei due fronti del Si e del No non fa che accrescere la confusione di un’opinione pubblica indecisa sul da farsi. Entrambe le considerazioni sembrerebbero non avere il supporto dei dati: a dirlo sono gli ultimi sondaggi (rilasciati dal tgla7) in base ai quali diminuisce il tasso di indecisi i quali confluiscono sul si o sul no a seconda dei propri convincimenti.

Quel che appare via via sempre più netto è che questo sia un tempo di riflessione assai provvidenziale per il nostro paese contrariamente a quanti sbandierano il mantra delle riforme con le quali non si mangia. La costituzione non è mai stata così discussa e richiamata, difesa ma a volte strattonata maldestramente. E i cittadini, col passare delle settimane, faranno bene a capirne di più e far proprio un passaggio che il parlamento ha posto nelle loro mani. Il cuore della questione - difficile da portare nei dibattiti televisivi - è chiedere al paese se vuole trasformarsi in quella che Luciano Violante chiama 'democrazia decidente' che armonizzi rappresentanza della sovranità popolare e decisionismo di governo. In ordine al primo fattore, l'Italia ne ha viste di ogni tipo e condite con ogni salsa (proporzionale, pentapartito, coalizioni, grandi intese, monocolori con stampelle etc). Mentre è difficile scrivere una storia dei governi italiani subordinati ai giochi parlamentari e alle maggioranze variabili.

Detta altrimenti, a proposito della responsabilità degli esecutivi, si può affermare che i nostri sono da sempre governi brevissimi, come bimbi mai nati, abortiti prima di venire alla luce. E parliamo di vittime illustri (una sequenza che parte da De Gasperi e arriva ai premier della seconda Repubblica come Prodi e Berlusconi, entrambi votati dai cittadini ma caduti per la mancata maggioranza in una delle due camere. Per questi motivi tutti gli inquilini di Palazzo Chigi (nessuno escluso) sanno nel profondo della loro coscienza che un parlamento a doppia porta blindata e con elettorati diversi per età e assegnazione regionale non darà mai esecutivi stabili.

E proprio Silvio Berlusconi, nel febbraio 2011, dichiarava quanto segue : «Quello che il presidente del Consiglio e il suo governo concepiscono come un focoso destriero purosangue - disse allora - quando esce dal Parlamento se va bene è un ippopotamo'. Da qui la necessità di una seria riforma istituzionale…. 'Il premier non ha in Italia alcun potere, se non quello di redigere l’ordine del giorno del Consiglio dei ministri tutti i provvedimenti vanno alle Camere con iter che hanno tempi infiniti». Verrebbe da pensare che il centrodestra voti Sì alla riforma. E invece la vuole bocciare. Basterebbe fermarsi qui - il resto lo si può leggere alla fonte (peraltro attendibile) - per ricercare quanto tasso di incoerenza vi è negli archivi del chiacchiericcio della politica italiana per cui non ci si strappa le vesti.

Rimane comunque un mistero insondabile il cambiamento di paradigma da parte di Berlusconi e del centrodestra, spiegabile solamente con il legittimo gioco delle parti fra propositivi e oppositori. Un cambio di idee che lascia un amaro in bocca e una forte delusione in tutti quelli che di fronte al riformismo non fanno prevalere gli egoismi del presente ma guardano al futuro. Ero rimasto al dato di partenza per cui tutti dicono che il paese necessita di un assetto democratico rinnovato ma se mi volto indietro vedo questi stessi riformisti scappare pur di non decidere.