30righe

30 Marzo Mar 2017 1847 30 marzo 2017

Brexit, tempi grigi lungo il Tamigi

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La rima è fin troppo banale ma rende l'idea dell'incertezza del momento. Sono le sfumature dell'inquietudine che - con la Brexit - ha fissato un prima e un dopo nella storia europea. Non appena la famigerata lettera di applicazione formale dell'articolo 50 (previsto dai trattati ma a suo tempo considerato solamente ipotetico) è giunta nelle mani del presidente dell'eurogruppo Donald Tusk si è come prodotta una frattura fatale - de facto - con la Gran Bretagna trasformatasi in un solo colpo da sorella a sorellastra, in una metamorfosi ineluttabile delle relazioni politiche ed economiche. L'improbabile diventato imprevisto ci ricorda le fulminanti parole di Pablo Picasso il quale sempre a proposito dell’imprevisto - scrisse che è impossibile cambiarli poiché gli accidenti rivelano l’uomo. Ora si tratta di vedere se questa situazione inedita e incidentale porti ad una progressiva e inevitabile lacerazione dei rapporti fra Regno Unito e UE.

Sono anzitutto le gravi (nel senso di pesanti e profonde) conseguenze della volontà popolare, esercizio sacro e inviolabile la cui portata è impressionante se ci si ferma un poco a riflettere: in un tempo nel quale si denuncia lo svuotamento di senso delle urne considerate un rito stanco oppure incapace di determinare i destini dei popoli, il referendum della Brexit ha sancito l'esatto contrario nella sostanza oltre che nelle conseguenze. Non è certo trascurabile l’analisi di chi osserva la debole vittoria del leave per un soffio percentuale (52% contro il 48 per cento per i fautori del remain); ciononostante si toglie in qualche modo un velo di doppiezza dello status quo britannico in Europa. Ma quel che Theresa May non può dire per ragioni di opportunità politica, lo dichiara senza perifrasi il suo predecessore David Cameron proprio in queste ore come a voler rivelare una verità covata per decenni. Dal pulpito di una conferenza in terra ucraina l’ex premier conservatore ha detto laconicamente «stavamo nella Ue per ragioni di utilità, non per ragioni emozionali. Ci stavamo per i commerci, per la cooperazione, e io pensavo che bisognava restare nella Ue per le medesime ragioni, per mantenere commerci e cooperazione». E quindi l'ex-leader dei Tories confessa: «Anch'io, tuttavia, sono sempre stato a mio modo euroscettico. Alla bandiera della Ue preferivo l'Union Jack, la nostra bandiera».

Il nostro paese è sempre stato un membro riluttante e incerto della Ue...

David Cameron, 30 Marzo 2017

Pane al pane, quindi. Ma ora che succede ai britannici liberati dalle zavorre europee? Ebbene, si può solo provare a leggere il dopo exit del Regno Unito attraverso la cascata di cifre, proiezioni economiche, scenari quasi sempre di colore grigio, scompensi finanziari e sociali. Sicuramente Londra deve agire con urgenza per evitare che il Paese precipiti in un vuoto normativo che lo paralizzerebbe e per questo l’esecutivo di Theresa May avoca a sé poteri eccezionali, cioè il governo - si legge da più parti - farà sue migliaia di leggi europee, utilizzando quando possibile la legislazione secondaria per garantire certezza del diritto.

La posta in termini di regolamentazione economica è altissima e si conta in miliardi di euro, un assegno che congloba tutti gli impegni economici in essere prima della fuoriuscita. Se gli elettori britannici avessero avuto coscienza dell'impatto conseguenti alla brexit avrebbero offerto una birra ai sovranisti isolazionisti del "leave", poi una paccata sulle spalle e nulla più. Le ipotesi più rosee per Uk configurano perciò un re-boot partendo realmente da zero e Londra deve rinegoziare bilateralmente con il resto del mondo, nobile isola contro gli attuali giganti della globalizzazione.

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