30righe

18 Aprile Apr 2017 1704 18 aprile 2017

Esiste un limite al Live che uccide?

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Certo che le parole giocano oggi un brutto scherzo: to live dall’inglese significa vivere eppure un tale significato sembra sconosciuto a Cleveland: Steve Stephens - il 37enne uccide per strada un anziano a “caso” e poi posta il video sul social di Menlo Park dichiarando di aver ucciso altre persone snocciolando addirittura i numeri del suo attuale record (parla una volta di 13 e poi di 15 vittime). Adesso in tutti gli Usa è caccia all’uomo che ha spostato ancora più in avanti la soglia etica dell’accettabile attraverso il web. E Facebook - come ha scritto Severgnini sul Corriere - comincia a inquietarsi osservando l’involuzione in essere del suo social sopratutto con l'arrivo delle dirette video fatte dagli utenti. Lo streaming senza fine aperto a tutti gli account gonfia introiti e narcisismi (tutto teoricamente lecito) ma porta con se un rovescio di conseguenze ampiamente riscontrabili come il proliferare di fake news, il diluvio di insulti, il tuttologismo sfrenato, il bullismo, l'antisemitismo strisciante, razzismo e omofobia a quintali, la violenza verbale fino alla trasmissione di reati in essere. Delinquo ergo pubblico verrebbe da dire, e quel che è una regola deontologica dei network professionale è anarchia assoluta per i singoli utenti in una contrapposizione gravissima e insopportabile.

Dalle parti di Menlo parsk si dicono adesso sconcertati e del resto poco meno di due mesi fa lo stesso Zuckemberg - dopo anni di torpore negazionista - scrisse che è «responsabilità di Facebook amplificare i buoni effetti e mitigare quelli dannosi (...) affinché la nostra comunità possa creare un grande impatto positivo sul mondo». Forse che Facebook abbia compreso ciò che era lapalissiano a tutti? Forse che sia arrivato il tempo di darsi un limite alle dirette che "uccidono" le coscienze?

Ricordo che nel 2001 quando le Twin Towers crollavano davanti agli occhi del mondo nasceva di fatto il web 2.0 con il montaggio (a posteriori, in differita) di tutte clip dei telefonini allora sul mercato trasmessi dai vari network televisivi. Praticamente parliamo di un’altra era geologica mentre oggi si annulla la categoria della media-azione e tutto diventa istantaneo persino l'esaltazione del crimine commesso. Possibile che dobbiamo rassegnarci al monoteismo del Dio-Social che impone una nuova, distruttiva e insopportabile idolatria dello schermo in cui tutto è legittimo? Possibile subire questa sottomissione senza il coraggio di una regulation che certamente non deve annullare il diritto alla partecipazione ma neanche sopprimere l’altrettanto diritto alla moderazione?

Sono anni che il dogmatismo sulla intoccabilità del web ha soffocato ogni tentativo di dibattito sul tema per la paura di sentirsi tacciati di “censura” dei poteri forti, bavaglio delle elite, moralismo di gruppi di potere. Un ricatto intellettuale non più accettabile perché ogni esperienza umana, inclusi i fenomeni della comunicazione (sopratutto a diffusione globale) devono (non solo possono) trovare un barlume di policy condivisa almeno su alcuni limiti invalicabili, come ad esempio l’apologia del crimine in tempo reale come nei fatti di Cleveland. Le media-company (e i social lo sono di fatto) devono evitare che contenuti così violenti stiano in rete per ore e poi sbrigarsela con dichiarazioni di stupore e sdegno francamente ridicole. Per tutti una considerazione captata oggi al bar prendendo il caffè e che trovo sapienziale: se Facebook ci inserisce in gruppi a nostra insaputa o se ci propone pubblicità e inserzioni a manetta, vuoi che può togliere da internet certe schifezze?

Ebbene, i compagni di colazione al bar non saranno strepitosi web-sviluppatori ma volete dargli torto? E lei Signor Facebook che ne pensa?

Quello che si può e si deve chiedere a Facebook è di assumersi le proprie responsabilità

Beppe Severgnini, Corriere (17 Aprile 2017)

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