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31 Agosto Ago 2017 1748 31 agosto 2017

il Cardinal Martini e la cura delle parole

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Sono già (ahimè) trascorsi cinque anni dalla scomparsa del Cardinal Carlo Maria Martini, protagonista indiscusso della storia italiana del novecento. In un palinsesto abbondantemente saturo di speciali dedicati a principesse pop, osservo quanto poco sia lo spazio che i media italiani hanno dedicato ad una figura così profetica e significativa per la comunità civile ed ecclesiale del nostro paese. Le parole hanno il potere di esprimere i nostri pensieri, i nostri sogni, di comunicare la nostra gioia e la nostra tristezza, persino di rendere libero ognuno di noi; e forse nessun esponente della Chiesa, come il cardinale Maria Martini, ha sapientemente utilizzato il potere della parola facendola divenire il cuore del suo magistero. Considerato una persona schiva dal tratto signorile, qualcuno l'ha definito«un principe della Chiesa con una infinita profondità spirituale». Martini è stato un grande biblista e un uomo dalla profonda cultura, autore di molti libri, capace di parlare a credenti e non, una figura aperta al cambiamento.

La gentile discrezione - scambiata ingenuamente da alcuni come distaccata ritrosia - che ha caratterizzato la persona del card. Martini, accompagnata da una elevatissima capacità di ascolto e comprensione durante la sua attività di vescovo e biblista, sembrano oggi come ieri un paradossale monito comunicativo sul quale mi piacerebbe soffermarmi. Delle sue tante proverbiali espressioni, ve n’è una che è dedicata a tutti coloro che desiderano inserirsi nello spazio del dibattito pubblico: la “cura delle parole”. Per una vita come la sua spesa per la Parola (con la Maiuscola) attraverso la fatica dell’esegesi, lo studio della critica testuale (è stato l’unico cattolico italiano nel 1993 a far parte del circolo di curatori del The Greek New Testament), ci si aspetterebbe una personalità dedita alla verbosità, un dispensatore di loquacità.

E invece Martini ha sempre dosato con le parole, considerate come il sale in cucina cioè quel quanto basta per andare al dunque delle questioni: detta con un esempio preso dal linguaggio social, Martini apprezzerebbe twitter per la sintesi (finchè ci rimangono i 140 caratteri) ma avrebbe un certo disagio per il dilagare di tanta mediocrità affissa nelle bacheche degli utenti. Le parole chiedono la cura e l’attenzione che l’uomo ha sempre dato loro lungo la storia della comunicazione; ma che sembra aver smarrito proprio negli ultimi tempi, nel tempo della iper-digitalizzazione.

Si chiacchiera e si scrive tanto ma non sarà che si legge e si ascolta poco? il Card. Martini - a questo punto - direbbe che una comunicazione con eccessiva convenzione ma priva di “convinzione” non costruisce nulla degli altri, e magari richiamerebbe provocatoriamente alla mente di tutti l’immagine antica e profetica del parlare autentico, un dire che è simile alla pioggia e alla neve le quali scendono sì dal cielo ma non ritornano ad esso non prima di aver irrigato la terra e fatta germogliare. Imparare alla qualità della comunicazione sarebbe un toccasana contro lo spreco di parole di molti di noi.

E sarebbe di grande aiuto anche alla costruzione dei palinsesti televisivi. Chissà, magari fra cinque anni si aprirà un varco (anche piccolo) in cui si libera un pensiero mentre - ne siamo certi -continuerà a scorrere abbondante la logorrea irrefrenabile dei talk, tanto superflua quanto arida e improduttiva. Per non finire con amarezza, negli archivi di youtube (e a suo tempo trasmesso da RaiStoria) vi è un piccolo ritratto del Card. Martini. Interessante.

Chi è un buon Vescovo? E' Un uomo umile che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità. Che sa riconoscere i propri errori senza troppe autogiustificazioni. Dunque anzitutto un uomo vero»

Carlo Maria Martini ( 2011)

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