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15 Ottobre Ott 2014 1529 15 ottobre 2014

Un Manifesto per una nuova Critica italiana

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La nona edizione del Festival (o Festa?) Internazionale del Film (o Cinema?) di Roma è praticamente alle porte (si inizia domani 16 ottobre, si sarà consapevoli dei vincitori il 25) e il pensiero dell’appassionato più o meno cinefilo, più o meno studioso, più o meno consapevole di certe dinamiche di settore vola dritto verso un particolarissimo dettaglio non di poco conto. Di cosa si tratterà mai? Per caso riguarderà l’umile consapevolezza di avere di nuovo a proprio favore quella splendente fortuna insita nella rinnovata possibilità di disporre di un accredito stampa per accedere a tutte le proiezioni (in anteprima e non) e a tutte le conferenze stampa, con tanto di accesso all’apposita sala in cui ci si spreme le meningi per i rispettivi giornali? Purtroppo no. Quella, certo, resterà per sempre una considerazione viva e vegeta nell’animo di chi sa fin troppo bene di avere le tasche vuote ma di essere a dir poco fortunato nel suo poter girovagare su un foglio di schermo con una penna virtuale tra le mani e due o tre valanghe di idee in testa, desideroso di far conoscere le proprie opinioni su questo o quel regista, ansioso di dispensare – a chiunque voglia leggere o ascoltare – consigli e direttive sia tecniche che emotive riguardo personalità magari meno note ma ben più valide di altre. Eppure no, purtroppo no. Questo nobile e, oserei dire, invidiabile desiderio deve cedere, ahimè, il gradino più alto del podio a un’altra percezione quasi diametralmente opposta in termini di serenità da ricezione artistica: l’ansia scaturita dalla consapevolezza di dover sedere nelle stesse sale al fianco di certi colleghi (pochissimi, per fortuna e con lieto benessere interiore).

Cerco di spiegarmi.

L’edizione 2014 della kermesse capitolina nasce nel bel mezzo delle solite premesse polemiche che hanno quasi tutto di politico e, in fin dei conti, poco e niente di realmente fruibile in ambito di rinnovamento della proposta artistica. Le tre edizioni targate Marco Müller (se ne va? Resta? Lo cacciano loro? Lo rimpiazzeranno con uno ammanicato con questo o quell’altro partito?), se non altro, hanno avuto il grande pregio di armarsi di una bella dose di coraggio e portare sullo schermo opere tecnicamente e concettualmente ben distanti da un certo tipo di cinema più o meno rassicurante (in ogni sfaccettatura del significato di questo termine, inclusa quella ideologica e politica) che una buona fetta di critica italiana da grande quotidiano predilige ormai da troppo tempo. Proprio per queste sue importantissime scelte, il buon Müller è finito alla ghigliottina in quanto – secondo alcuni – poco incline ai gusti del pubblico e, di conseguenza – per qualcun altro associato ad altri ancora – non adatto a fare del Festival una Festa (ma non lo era già agli inizi? Non hanno deciso stesso loro di cambiare direttive?) che coinvolgesse la popolazione intera con proposte alla portata anche dei più sprovveduti e meno inclini alla fruizione cinematografica più impegnativa. Meno sperimentalismi e più ‘na cosa de noantri, insomma. Ma è proprio questo il punto: portare il Cinema (e la musica, la letteratura, l’Arte in toto) al livello del pubblico (dove il pubblico, ormai, è per buona parte costituito da chi non ha più voglia – a volte anche giustamente, date certe dinamiche esistenziali contemporanee – di andare oltre una fruizione di circa 100 minuti o la sopportazione di personaggi alla James Bond, Bruce Wayne, Peter Parker o Tony Stark) o prendere per mano il pubblico (nella fattispecie italiano, quindi non istruito se non a livelli accademici di propria spontanea e lodevole volontà) e portarlo verso il Cinema (dove il linguaggio guarda anche a una certa deflagrazione della consueta modalità di ricezione audiovisiva; vedi, ad esempio, chi vince Locarno)?

Ma poco importa, tutto questo non fa testo qui in Italia perché noi comuni mortali, prima appassionati e poi lavoratori pseudo-professionisti squattrinati – forse perché mai troppo affiliabili ad alcune direttive di giudizio e a certe scelte di retribuzione (vi supplico, andate a ripescare l'articolo sull'ultimo film di Godard a Cannes ad opera di Repubblica; poi leggete il nome di chi lo ha scritto; infine fissate il soffitto e cominciate a riflettere liberamente) in quanto desiderosi di assorbire Cinema punto e basta – ci siamo sempre limitati ad amare quella grande tela e, semplicemente, ad ammirare tutta – ma proprio tutta – la gamma di luci e suoni da essa proposti. Vedere film, insomma. Un atto così semplice da ritrovarsi quasi ad essere una sorta di dono divino quando un onesto aspirante critico professionista cerca semplicemente di adempiere ai propri desideri più inarrestabili, vale a dire quelli legati all’esigenza primordiale di apprendere, sempre e comunque, qualcosa di potenzialmente nuovo, magari ibrido ma tendenzialmente innovativo per il mezzo che gli parla e per la sua stessa sete di conoscenza specifica.

Orbene, tutto questo, per chi davvero vuole mantenere almeno convalescente un simile casto e puro desiderio, ai festival italiani sembra mancare sempre un po’ di più (non definiamolo ancora impossibile per ovvi motivi di impavida speranza).

Festival del Film di Roma 2012. Ancora mi ronzano in testa, di tanto in tanto, le ingiurie proferite in conferenza stampa a Paolo Franchi e al suo – pur discutibile ma interessante – E la chiamano estate (che poi avrebbe vinto due premi) subito dopo la proiezione riservata della pellicola (sommersa di insulti e fischi sì e no a partire dalla metà del suo svolgimento, a pochi passi da chi – ad esempio il sottoscritto – voleva semplicemente finire di vedere il film in santa pace). Tra chi comunicava all’autore (che comunque, va detto, non è una persona facilissima) di non poter fare film del genere perché un critico cinematografico vede centinaia di film all’anno e a un certo punto non gliela fa più, chi lo malediceva perché si era azzardato a prendere come spunto di partenza una splendida canzone italiana troppo importante per essere vilipesa in quella maniera, e chi lo pigliava a pernacchie per il solo aver nominato Duchamp o Bergson nel tentativo di spiegare una struttura filmica non così impossibile da motivare e decifrare, personalmente (seppur infastidito non poco) cominciai semplicemente a riflettere.

Più in avanti, un amico regista mi avrebbe spiegato che, molto probabilmente, si era trattato di una sorta di vendetta della casta giornalistica nei confronti di Franchi per un atteggiamento – dicono – poco consono dimostrato da lui a Venezia qualche anno prima. Sarà pure stato così ma la cosa non spiega e non giustifica comunque un simile atteggiamento da parte di chi poi deve scrivere il suo pezzo e far sapere a me, comune mortale, com’è quel film (non cosa lui pretende che gli altri pensino che sia quel film). Qualcosa di simile a un surrogato di una ramificazione del destino ha voluto farmi incontrare proprio Paolo Franchi tra i portici dell’Università La Sapienza di Roma diversi mesi dopo (pare stesse cercando un professore per laurearsi alla mia stessa facoltà). Mi limitai a fermarlo soltanto per fargli i complimenti per i suoi film (Nessuna qualità agli eroi, per me, rimane uno dei migliori film italiani mai prodotti) e stringergli la mano quasi come per sostituire quel gesto a un sonoro ceffone che avrei sinceramente voluto mollare a qualcuno durante quella conferenza stampa.

Per un bel po’, a quell’atteggiamento di alcuni miei colleghi non ci pensai più. Non ci avrei pensato più nei secoli dei secoli se non si fosse ripresentato nella medesima maniera nei confronti di un altro paio di autori (questa volta non italiani) durante l’edizione successiva della kermesse capitolina e in un paio di proiezioni stampa al di fuori del contesto festivaliero. In sostanza, non ce l’ho fatta più di tanto a tenermi in corpo ancora una volta quelle due o tre imprecazioni che ho preferito non esternare all’istante, giungendo ad operare su quello che credo (a volte spero) di saper fare un pochino meglio: prendere un respiro tranquillo – anche due – accendere il computer e aprire Word.

So che può sembrare una baggianata saccente e vanitosa ma, ve ne prego, prendetelo per quello che è, vale a dire una semplice serie di considerazioni sulla base di alcune esperienze personali e in risposta tonale ad alcuni superomisti della critica di settore. Si tratta di righe scritte da me per me stesso circa un anno fa, all’occorrenza condite anche con qualche spunto per considerazioni limitrofe non del tutto estranee all’argomento, talvolta – anzi – causa o effetto di quello di cui stiamo parlando. Già, perché la critica artistica – in particolare quella cinematografica ma anche musicale e letteraria – ha, per forza di cose e in vari ambiti, un ruolo pedagogico che svolge nei confronti di un qualunque individuo anche e spesso in maniera involontaria. Sua è la colpa se troppi prodotti detentori di una bassezza contenutistica più che imbarazzante intasano la mente della stragrande maggioranza degli italiani medi. Sua è la colpa se queste tre forme d’arte sono state portate al livello (anch’esso imbarazzante) di un pubblico che non ricerca più la reale consistenza esplicativa e vitale delle opere che non sceglie più di percepire realmente. Sua è la colpa se almeno queste tre arti, in Italia, sono ferme al proprio onanistico passato sempre utilissimo ma ormai sepolto: un passato che chiede esso stesso, a gran voce, di essere assorbito e, in qualche modo, superato come dimostrazione di lezione appresa e sviluppata secondo il proprio personale punto di osservazione.

Una volta, in un mio articolo, scrissi: «Finché ci si scanna tra plebei si può anche lasciar passare, volendo. Quando, però, a comportarsi in maniera ben più che grossolana (e francamente irritante) è una buona parte della critica italiana professionista e retribuita dai maggiori quotidiani nazionali, vale a dire coloro che il concetto di Cultura […] dovrebbero difenderlo a morsi e divulgarlo a più non posso nella maniera più consona possibile, la mente e l’animo nazionale dei meno monetariamente schierati percepisce quella scintilla che fa scattare un certo imbarazzo e, in verità, un non facilmente estirpabile velo di amarezza». Tutta questa serie di riflessioni mi regalò momentaneamente il lussuoso vezzo insito nell’elencare alcune operazioni da innestare urgentemente a pilastro portante di una nuova concezione di critica cinematografica, musicale e letteraria italiana, affinché si possa – almeno idealmente – tornare a vivere di interesse puro verso arti vere, genuine e, soprattutto, necessarie a uno sviluppo umano sempre meno legittimato da comportamenti politici sadici e predisposizioni popolari annoiate.

Ringraziandovi per aver sopportato la lettura fino a questo punto, vi propongo il mio personale Manifesto della Nuova Critica Cinematografica, Musicale e Letteraria Italiana come mantra autoironico esorcizzante per tutto ciò che so già di dover incontrare anche in quest’altro giro in qualità di critico cinematografico ad un Festival Internazionale del Film (o Cinema?) italiano.

1. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo rispetto per le nostre conoscenze e spazio per esprimerle in maniera tale da farle giungere, più o meno umanisticamente, a chiunque voglia assorbirle con curiosità, pazienza, desiderio, intelletto e spirito critico aperto al dibattito pacifico, coscienzioso e genuinamente incline al confronto di punti di vista, condizione necessaria affinché si possa giungere a stipulare accordi o disaccordi ideologici che, più di qualunque altra cosa, mantengano vivo il dibattito nonché la voglia di esprimere i propri pensieri, ovvero la capacità stessa di avere ancora delle idee in un’epoca in cui prevale l’aridità.

2. La sola capacità di confessare se un disco, un film o un libro è bello o brutto, bianco o nero, chiaro o scuro, X o Y, non basta, non è minimamente sufficiente a spiegare ciò che davvero si annida in qualunque opera sempre e comunque, per quanto semplice e diretta essa possa presentarsi agli occhi del pubblico. Occorre seriamente dire, a chiare lettere e in maniera concettualmente ben strutturata (non solo sulle riviste di settore), perché un’opera è X o Y, perché e in che modo quel prodotto è bello o brutto: il tutto, non solo ed esclusivamente derivando il giudizio dal semplice gusto o non-gusto personale, bensì dalla fondamentale strutturazione di considerazioni tecniche, argomentative, logiche o anche illogiche che generano l’opera passata in rassegna. Pertanto, pretendiamo che vengano eliminati da ogni quotidiano e da ogni rivista i tantissimi trafiletti di poche battute dediti a dire (non spiegare) qualcosa su un disco, un libro o un film relegando l’ipotetica (e mai effettiva) comprensione qualitativa del prodotto a un semplice voto o a una sciocca sequenza di “stellette”. Voti o stellette possono avere un’utilità, certo, ma solo se situati alla fine di un discorso logico e adeguatamente sviluppato.

3. Siamo più che consapevoli del fatto che la rete, internet e le tecnologie attuali, se adeguatamente utilizzate, sono enormemente indispensabili per far fronte a quel tumore malefico che coincide col vizio di casta riguardante molteplici firme riunite in insiemi di conoscenze interpersonali anche molto discutibili e, perciò, dedite periodicamente a compiere stesure prive, molto spesso, di qualunque fondamento analitico filmologico, musicologico o linguistico-concettuale che detenga un minimo di coraggio nello stroncare qualcosa di “popolare” se qualitativamente affossabile, così come sottolineare l’importanza di ignoti meritevoli.

4. Troppo spesso le sale dei festival o adibite ad anteprime stampa cinematografiche sono frequentate anche da personaggi (spesso identificati come firme di quotidiani nazionali) che, se non gradiscono il film, pur di non andare via, non fanno altro che disturbare il prossimo tossendo volontariamente, commentando cinicamente a voce alta – quando non lanciando veri e propri insulti allo schermo – impedendo la corretta visione del film stesso (pregiudicando anche la credibilità del brano critico che andranno a scrivere, vista la mancanza di attitudine al solo lasciar finire un film) e, soprattutto, mancando di rispetto nei confronti di chiunque altro voglia arrivare indisturbato al termine della proiezione. Chiediamo, dunque, a grandissima voce, che gli “operatori di sala” non si limitino, nei casi delle anteprime o dei festival, soltanto a disturbare i critici con fastidiose supposizioni anti-pirateria, ma che si adoperino adeguatamente per sollecitare al rispetto altrui o, in casi di renitenza, accompagnare queste persone fuori dalla sala.

5. Troppo spesso vengono spesi giudizi fin troppo luminosi nei confronti di film, dischi e libri provenienti da autori nazionali di discutibilissima caratura, mentre (non per forza) giovani talenti (non sempre) emergenti vengono continuamente ignorati preferendo elogiare (spesso a torto) sempre i soliti noti, considerandoli come unici esportatori di “italianità” all’estero. Tutto questo nuoce gravemente alla salute dello stato dell’Arte nel nostro paese, condizione ormai statica, retrograda e assolutamente inaccettabile. Ci chiediamo il motivo di centinaia di scelte simili. Rispondiamo a noi stessi con la supposizione del termine “mecenatismo”, dal quale ci discostiamo apertamente e dal quale vorremmo che si discostassero anche molte testate giornalistiche note.

6. La storia dell’evoluzione di ogni forma d’arte, in particolar modo contemporanea, insegna che esposizioni e analisi critiche (non soltanto mere spiegazioni) hanno incentivato l’interesse nei confronti di movimenti, più o meno avanguardistici, volti all’individuazione delle più disparate ed eterogenee intuizioni creative. Ciò che la maggior parte della critica cinematografica, musicale e letteraria di oggi sa (o deve) fare non consiste in nient’altro se non nella continua, insensata e banale smania di eterno recupero di un passato che ha già espresso le sue potenzialità diversi decenni orsono. Il che, al di là di citazionismi naturalmente utilissimi se ricontestualizzati a dovere, non offre alcun senso nel continuo recupero totale di opere d’arte già confezionate e conosciute alla perfezione nelle epoche precedenti. Per continuare a vivere di idee occorre che queste idee, in qualche modo, adesso, qui e ora, nascano. Conoscere il passato (nel nostro caso in ambito artistico ma non sarebbe il solo) è più che necessario, anzi vitale, ma il riferirvisi in maniera perenne e totale può solo essere sinonimo di autoflagellazione. Il ruolo della critica, dunque, è fondamentale in luce del suo potere universale di guidare gli utenti di ogni forma d’arte verso la maturazione, l’abitudine e la successiva comprensione di linguaggi nuovi, possibili, derivanti da forme passate ma direzionati a rinnovarle con sempre nuove modalità espressive, tanto per incremento quanto per sottrazione ermetica di forma e/o contenuto. Se la critica italiana continua a desiderare solo ed esclusivamente questo o quel Fellini, questo o quel Rossellini e via dicendo, paragonandovi il mondo intero e implicando anche in scelte ministeriali la mancanza di finanziamenti a film di fattura linguisticamente ben più modernista, una via potenzialmente nuova è impossibile da tracciare.

7. La critica relativa a qualunque forma d’arte, allora, non deve più mantenersi al servizio del pubblico medio (destinatario principale del messaggio o del senso che una qualunque opera di qualunque arte non dovrebbe mai esimersi dal contenere) rintanandosi nel suo livello discendente laddove una certa sottocultura vuole passare, per forza di cose, per conoscenza e predisposizione allo sviluppo ideologico. La critica, e con essa tutto il fattore produttivo dell’arte a cui fa riferimento (case discografiche, produzioni cinematografiche e case editrici, con annesse società di distribuzione), deve necessariamente, invece, prendere per mano l’individuo medio e condurlo verso la paziente, duratura ma necessaria comprensione di nuovi linguaggi, affinché entrambi possano crescere insieme e maturare una nuova concezione sia pratica (nel senso legislativo e produttivamente economista) che spirituale della materia in questione.

8. Per farlo, però, la critica deve essere consapevole di tali linguaggi e, pertanto, capace di tramandarli, seppur in maniera autodidatta fin dove possibile. Anche a tale scopo, fondamentale è l’introduzione settimanale di almeno due ore di insegnamento scolastico (in particolar modo liceale), in qualunque istituto, di materie attinenti alla storia e al linguaggio musicale e cinematografico, con parallelo potenziamento delle ormai insufficienti lezioni relative a Letteratura (italiana e internazionale), Storia e Geografia. Non è pensabile maturare una nuova e duratura consapevolezza artistica se non se ne recepisce un minimo linguaggio basilare fin dalla giovane età, linguaggio ampliabile e affinabile, poi, a livello accademico ma, proprio sulla base pedagogica, anche da un punto di vista autodidatta.

9. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo di non essere disturbati quando ci riforniamo di materiale anche tramite download gratuito. Spesso, principalmente in ambito musicale, ne facciamo uso per approfondire, conoscere e studiare l’essenza di quello che dovrebbe essere il nostro lavoro (sempre più difficilmente retribuito e riconosciuto come lavoro) non avendo disponibilità economiche sufficienti in tasca (non sempre e per forza per colpa nostra, dunque) ma mantenendo tanta e tanta fame di conoscenza e ampliamento cognitivo personale da mettere serenamente al servizio del prossimo. Soprattutto nell’ambito musicale (ma anche cinematografico, per certi versi), davvero nessuno di noi riceve più il disco materialmente. Siamo continuamente bombardati da messaggi di posta elettronica che ci chiedono di prendere in considerazione e valutare prodotti di artisti, anche (e spesso) non emergenti, attraverso il download delle loro opere, intimandoci, poi, di non divulgare il link con password per non diffondere il prodotto in maniera “inappropriata”. In questo modo, però, abbiamo effettivamente compreso la reale provenienza di moltissime delle produzioni soprattutto musicali rintracciabili in maniera gratuita su una miriade di siti internet. Morale della favola: che non si distrugga mai più la nostra anima di divoratori e diffusori d’arte. Che ci si lasci in pace o, altrimenti, che si riprenda o si cominci a spedire il prodotto finito per una adeguata valutazione analitica (pratica ormai relegata ai soli artisti “manager di se stessi” che sono costretti ad inviare le loro opere di tasca propria).

10. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo la messa in discussione di qualunque testata giornalistica, cartacea o web, piccola o grande, più o meno specializzata, che osi non retribuire neanche di mezzo centesimo i propri articolisti. La divulgazione culturale, solo ed esclusivamente se intesa secondo quanto espresso fin qui, è un lavoro a tutti gli effetti. Non un mero passatempo sportivo ma un lavoro talvolta anche più importante di alcuni altri. Non una perdita di tempo, non sinonimo di ozio e nullafacenza, bensì una vera e propria ragione di vita in funzione del comune bene per l’intelletto umano, per il suo gusto e la sua capacità (ancora, ora e per sempre) di comprendere e maturare idee.