39 steps

1 Novembre Nov 2014 1051 01 novembre 2014

Un cinema italiano diverso è possibile. Parola di Lorenzo Sportiello

  • ...

Il giovane filmmaker Lorenzo Sportiello sta smuovendo l'opinione pubblica grazie al suo lungometraggio d’esordio Index zero, un interessantissimo film di fantascienza distopica post apocalittica che nulla ha da invidiare al Cuaròn de I figli degli uomini o all’Hillcoat di The road nel suo narrare di un futuro primitivo in cui l’umanità è succube del pregiudizio razzista di una società solo apparentemente evoluta. Assieme a Last summer di un altro esordiente italiano (Leonardo Guerra Seragnoli), Sportiello – passando per il Festival del Film di Roma – dimostra come sia possibile fare film italiani completamente diversi dallo standard attribuito al cinema nostrano. Viene da chiedersi, in definitiva, cosa significhi produrre cinema italiano al giorno d’oggi. Tiriamo le somme e diamo qualche risposta decisiva assieme a lui.

Lorenzo, che conformazione ha il processo con cui sei arrivato a fare questo tuo primo lungometraggio?

Il mio film, che sia più o meno riuscito a seconda dei gusti personali della gente, secondo me è un segnale – insieme ad altre pellicole di miei colleghi coetanei – che rende evidente una forte voglia di fare qualcosa di diverso nell’ambito del cinema italiano. Ciò che viene fuori è il dato che dimostra come i problemi maggiori stiano tutti nel processo di produzione. Quando io e i miei colleghi ci troviamo a scrivere una storia, il 99,9 percento delle volte ci troviamo a ricercare, possibilmente, una storia che piaccia ai produttori.

Prima ancora che al pubblico.

Esatto, per poter sperare innanzitutto di avere la possibilità di farlo, il film. Purtroppo, negli autori stessi c’è una vera e propria castrazione preventiva delle idee perché si pensa a quelle che possono piacere al pubblico. E le idee che piacciono al pubblico sono quelle standard che tutti conosciamo, oppure quelle che per un certo quoziente di fortuna sono riuscite ad avere un successo.

Forse la cosa più terribile è proprio il rischio di finire alla mercé del giudizio del pubblico medio che può pregiudicare anche scelte ministeriali e direzioni produttive. Non essendo, il nostro, un pubblico istruito a sufficienza, è difficile vederlo apprezzare prodotti diversi.

Questo è parte del problema ma non credo si tratti di qualcosa di così decisivo. I film devono comunque piacere al pubblico. Con Index zero ci siamo accorti che anche sessantenni o settantenni capiscono benissimo le coordinate di un lavoro del genere pur non essendo, per larga parte, il loro target. In fin dei conti, chiunque guardi un film senza sovrastrutture se lo gode tranquillamente se è un bel film. Il problema principale sta nell’accettazione del rischio da parte di alcuni produttori. Se parli di fantascienza e di genere, mi sembra ci sia una forte richiesta da parte del pubblico per film di questo tipo.

Infatti preferiamo importare più che produrre noi pellicole di questo tipo.

Esatto. Si preferisce importare dall’estero perché c’è meno rischio, si scelgono operazioni commerciali già collaudate a livello mondiale.

E tu come sei riuscito a fare un film del genere?

Devo fare una premessa – e questa è una cosa che vorrei fosse molto chiara soprattutto ai giornalisti ma anche agli addetti ai lavori (non tanto al pubblico perché un film può piacere o non piacere, va bene lo stesso). Noi del settore dobbiamo capire una volta per tutte che oggi non abbiamo più le libertà che avevano Sorrentino o Garrone quando mossero i primi passi in una maniera completamente diversa da quella potenzialmente standard. Oggi, le produzioni sono talmente quadrate e controllate da trasformare in sfida intellettuale e fisica il riuscire a fare un film che piaccia a te che lo fai ottimizzando, però, delle opportunità che ti si creano. Index zero non è, in tutto e per tutto, il film che avrei voluto fare. Io ho solo fatto il miglior film possibile sulla base dell’opportunità che mi è stata data. Sono riuscito a convincere il produttore praticamente truffandolo. Gli ho detto solo che l’intenzione era quella di girare un film di fantascienza, in inglese e con location in Bulgaria. Lui ha pensato che in Bulgaria costa tutto molto meno e che un film di fantascienza girato direttamente in inglese può essere facilmente esportato in tutto il mondo. In sostanza, la storia e lo stile di regia non sono mai state nemmeno considerate.

La scelta di attori anglofoni, però, oltre a convincere il produttore sull’esportabilità del prodotto, può avere anche altri fattori interni in ambito italiano?

Dobbiamo assolutamente confrontarci con un mercato globale. Poco pubblico significa poco incasso sempre, a meno che tu non faccia la solita commedia mainstream. Bisogna pensare a fare prodotti internazionali e girare in lingua inglese è solo una delle soluzioni. Certo, si può fare anche un film in italiano che, però, abbia una forza internazionale. Un film come il mio, girato con facce e location italiane, non penso sarebbe stato credibile.

Strano ma vero, è così. È un fatto di percezione spettatoriale nostra. Abituati a ciò che ci arriva dall’estero, se ci troviamo dinanzi a prodotti nostri, magari confezionati anche meglio ma con attori che associamo a tutt’altro stile, magicamente il prodotto non funziona.

Sì, è vero. E non è colpa degli interpreti o degli autori. Siamo abituati così.

Ho letto una bella recensione dell’Hollywood Reporter su Index zero. Che giudizi stai ricevendo da oltreoceano?

È un po’ strano ma, un giornalista americano che recensisce film su importanti riviste del settore, tratta il film come, sì, un film riuscito ma che non aggiunge niente alla fantascienza mondiale. E ci credo. Se solo sapesse, invece, quello che ho passato per metterlo in piedi. Però il solo aver detto che comunque è un film riuscito e che funziona, ovviamente, è un grosso complimento. Mi chiedo se sapessero, invece, con che budget e con quali mezzi l’ho fatto, cosa potrebbero eventualmente aggiungere al giudizio.

Con che budget hai messo in piedi il film?

Il film è comunque costato tantissimo malgrado il budget fosse molto ridotto. Non ti so dire proprio con precisione ma, per quantificare, viaggiamo attorno al mezzo milione di euro. È una cifra grossissima, ma per il genere in questione è anche troppo bassa.

Infatti, si chiede molto di più per fare film normalissimi.

Un milione o un milione e mezzo, certo.

E, se non sbaglio, si considera una cifra come 600.000 euro un budget medio se non proprio low.

Esatto. Solo che con tutti quei soldi fai film normali. Con quel tipo di budget, anzi meno, noi abbiamo fatto un film non così convenzionale per essere una produzione completamente italiana. È una vera e propria sfida. Tra capireparto e persone che hanno dato veramente l’anima oltre ogni ricompensa monetaria, ci si conta pressappoco in dieci, escludendo la troupe bulgara.

Quindi, alla luce di tutto questo, anche e soprattutto in termini di costi, è possibile, in Italia, fare questo tipo di cinema o comunque un tipo di cinema diverso dal solito?

Assolutamente sì, perché c’è sempre un mercato per quel tipo di prodotti, un mercato che è anche internazionale. Quelle cifre di budget, con diffusioni internazionali, si possono ammortizzare facilmente raggiungendo proprio questi mercati globali. Quindi, o fai un film mainstream, una commedia italiana, o fai un film piccolo e indipendente ma capace di essere mondiale in termini sia economici che di stile. Queste, secondo me, sono le uniche strade odierne. Ad ogni modo, i filmmaker della mia generazione devono soprattutto fare. Bisogna farle, le cose. Si deve sempre cercare di scavalcare le barriere produttive se si hanno film completamente fuori dagli schemi nazionali ma pieni di idee forti. A vincere sempre sono le idee.

Che progetti hai in futuro? Vorresti continuare sulla linea di Index zero o tentare altri generi?

La fantascienza non è il solo genere di film che mi interessa. Vorrei provare a fare altro, magari un film all’estero o in Italia ma dalle caratteristiche “pop”. Non una commedia ma qualcosa che possa sempre fare al caso di una certa fetta di pubblico. Non bisogna guardare al pubblico come un potenziale nemico.

No di certo. Però qui in Italia è stato associato – forse indebitamente – il consenso del pubblico generico al riscontro economico, un accostamento che non sempre è sinonimo di qualità preservata. C’è una grandissima fetta di pubblico molto interessato a qualcosa di diverso che non vede l’ora di sperimentare ricevendolo in proposta.

Assolutamente sì, è vero. Ma c’è anche il modo di fare film che possano avere successo non essendo per forza stupidi. Esistono capolavori che hanno avuto un enorme riscontro di pubblico. Certo, bisogna proporre una maggiore varietà di cose alle persone per educarle a visioni differenti. Il mio film è stato visto da moltissime persone perché era in concorso al Festival del Film di Roma, ma è anche vero che un certo interesse delle persone che avevano letto solo la sinossi ha riempito la sala ad ogni proiezione con tanto di soddisfazione. Stiamo parlando di un film che nessuno avrebbe visto mai se qualcuno non l’avesse spinto ai loro occhi. Certi prodotti bisogna avere il coraggio di darli.