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28 Novembre Nov 2014 1354 28 novembre 2014

Il futuro della musica è la playlist. Purtroppo

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Il 20 novembre 2014, presso l’Università Statale di Milano, il noto interprete della nuova canzone italiana Marco Mengoni è stato ospite di rilievo nel corso di un importante incontro/conferenza sul tema «Dal disco alla playlist. Come sta cambiando la musica e la sua fruizione nell’era digitale». Purtroppo il sottoscritto non poteva essere presente al suddetto incontro, malgrado il suo livello di interesse toccasse vette quasi irrinunciabili. Tuttavia, è stato possibile sentir parlare il diretto interessato in un – altalenante – collegamento Skype durante la nota trasmissione Che fuori tempo che fa, sorta di appendice del sabato sera relativo al ben noto programma Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio, nella prima di queste due occasioni in compagnia del vicedirettore de La Stampa Massimo Gramellini.

Riferendoci a Marco Mengoni – che conosciamo bene visto il grado di popolarità e gradimento di una buona fetta di pubblico medio italiano (sul quale c’è da fare un gran bel discorso ma non è questa la sede adatta), bisogna premettere che stiamo comunque parlando di qualcuno che – stando a ciò che riporta il Corriere della Sera sul suo sito internet ufficiale – almeno una volta ha affermato: «Digitale? Sono un vecchio, compro ancora i vinili» (perché, poi, comprare vinili è sinonimo di senilità qualcuno ce lo dovrà pur spiegare con tanto di prove tangibili). Non è proprio questo il punto, certo, però ricordiamocelo giusto per avere un’informazione in più a portata di mano.

Marco Mengoni, dunque, era presente all’incontro presso la Statale di Milano per – come è lecito supporre – eventualmente apportare un contributo non di poco conto in quanto proveniente dall’interno del settore musicale, nello specifico da un punto di vista prettamente artistico, di presumibile contenuto dato in pasto ad una macchina produttiva nel pieno di un forsennato divenire che, almeno riferendosi agli addetti ai lavori conterranei, fa difficoltà ad essere assimilato, se non proprio compreso. Al fianco di Francesco Boni (docente di sociologia e processi culturali e comunicativi) e Andrea Rosi (presidente di Sony Music Italia), Mengoni avrà diligentemente esposto le sue opinioni e il suo personale punto di vista in merito. Il sottoscritto non può saperlo per certo in quanto assente, come accennato in principio. Ma, proprio come indicato in precedenza, è stato possibile udire televisivamente e prendere nota di una sua affermazione apparentemente innocua e superficiale (considerando quello che già tutti sappiamo riguardo l’andamento delle cose nel settore: l’eterna lotta tra il materiale e l’immateriale, il digitale e il “vintage” retrogrado che però, sugli scaffali di alcuni negozi, tanto retrogrado non è), nella realtà dei fatti – almeno per chi, come lo scrivente, non smette mai di riflettere fondamentalmente sul dato deontologico della questione – un tantino devastante in funzione di alcune concezioni e modi di vedere, forse, non solo l’ambito a cui ci si riferisce ma l’intero universo di potenziale senso che esso rischia di non implicare più nella vita di tutti i giorni – il che è un dato di impatto enormemente maggiore.

Mengoni, in collegamento con Fazio, ha dunque ribadito: «Il futuro della musica è la playlist». Ora, senza dare credito a supposizioni eccessivamente retroattive o disseminate in chissà quale massimo sistema (a questo, o ad una sua parte, ci avranno già pensato proprio nel corso dell’incontro alla Statale), una simile affermazione ha sguinzagliato, nella mente del sottoscritto, una serie di considerazioni riassumibili in pochi ma importantissimi punti.

Che cos’è una playlist? Niente di trascendentale, praticamente una sorta di compilation non troppo dissimile da quelle che tutti noi – non perfettamente nativi digitali ma subentrati in questo mondo gradualmente e senza molte difficoltà o nevrosi, anzi con entusiasmo – abbiamo costruito più e più volte su nastri magnetici di musicassette dalla durata variabile dai 60 ai 90 minuti (stando alle misure standard). Registrando su di esse, in successione, i nostri brani preferiti ascrivibili a un determinato periodo di ascolto o ad un’intera vita di passione musicale (anche Wim Wenders diceva di averlo fatto assiduamente, scambiando cassette con il fratello da una parte all’altra del mondo e finendo per innamorarsi di Fabrizio De Andrè), abbiamo registrato su nastro migliaia di canzoni da vinili o compact disc anche non di nostra proprietà per ascoltarle in macchina, in una pausa sul lavoro, a passeggio o in spiaggia nei Walkman o semplicemente nella nostra cameretta per non consumare il supporto originario o non aspettare che l’amico di turno ci prestasse questo o quel disco una seconda volta.

La stessa e identica cosa vale per le playlist: in linea pratica, non sono altro che delle compilation su musicassette virtuali di durata e capienza praticamente illimitata. Per le musicassette, il futuro è andato scemando lasciando il posto ai compact disc di uso comune grazie ai primi masterizzatori, fino ad arrivare ad un’attualità in cui chiunque può farsi il suo bel disco in casa. Nascendo quasi come optional del Windows Media Player o di lettori multimediali affini – che, in tal senso, permettono di ordinare una serie interminabile di file audio (di codifica anche ben diversa e nettamente migliore dell’originario mp3), la playlist ha immediatamente invaso – sia concettualmente che da un punto di vista materiale e, soprattutto, economico – i moderni supporti audiovisivi che, di volta in volta, coincidono sempre di più con telefoni cellulari e prototipi di tecnologia “invisibile”. Tutto bene, fin qui, se non fosse che a perdere ogni valore, sia personale che a livello di marketing, è il concetto di opera musicale.

C’è, infatti, un fattore molto importante da considerare sia da un punto di vista positivo che, ahinoi, principalmente negativo: la rapidità di fruizione. Da una parte, essa permette di testare veramente qualunque cosa in termini di riscontro di gradimento (quando non a proporre produzioni proprie, naturalmente) grazie a siti internet come Youtube, Dailymotion e affini che, di fatto, consentono di andare a verificare davvero se un determinato brano o artista fa effettivamente al caso proprio, così come si era percepito, ad esempio, leggendo una recensione o ricevendo un giudizio personale da terzi. Dall’altra parte, però, la gravità dell’attribuzione di un valore così enormemente indispensabile alla rapidità di fruizione finisce per svalutare definitivamente almeno uno degli elementi fondamentali per cui la musica stessa, come qualunque altra forma d’arte, nasce e si diffonde: la necessità di espressione e relativa capacità di comunicazione. Si tratta di un elemento assolutamente surclassato nell’epoca in cui il tasso di pazienza d’ascolto (si deve parlare addirittura di pazienza, ormai) si è appiattito a non più di una decina di secondi all’interno dei quali, se il brano non coinvolge la stragrande maggioranza dei suoi potenziali acquirenti per euforia, entusiasmo o, al contrario, sdolcinatezza o melanconia scritturabile a tavolino, viene ripudiato dall’utente come fosse un qualunque rifiuto organico, declassato a sinonimo di inutilità che non tiene per nulla conto di tutto il processo di lavorazione alle sue spalle.

Se vogliamo, in questo senso ci si tiene, magari, al passo con un pianeta in piena tachicardia da sviluppo frenetico ma, di fatto – in un certo senso – si proietta il tutto (almeno idealmente) non in avanti, bensì indietro. Dalla fine degli anni ’40 in poi, il ben noto “45 giri” (o “7 pollici”) cominciò a spopolare sui mercati internazionali proprio per la sua capacità di proporre all’acquirente due soli brani musicali (uno per lato) in maniera diretta e immediata, dandogli in pasto tutta una enorme serie di canzoni fruibili al solo gesto del calare una puntina tra i suoi solchi. La pratica era già d’uso comune con il precedente 78 giri, ma il 45 migliorava nettamente la qualità acustica e la capacità di rimediare maggiormente all’usura da utilizzo ripetuto. Con l’avvento del 33 giri, fu possibile archiviare tutta questa serie di canzoni in supporti che ne contenevano fino a una dozzina, creando sostanzialmente una sorta di playlist delle canzoni migliori o di maggior successo di un determinato artista (eccezion fatta per svariate produzioni jazz particolari).

A partire dagli anni ’60, però, il 33 giri cominciò ad essere pensato non più come una sorta di playlist di 45 giri (sempre e comunque di uso comune ma, stavolta, quasi unicamente commerciale e radiofonico, se non da collezione) ma come una possibilità importante per incidere brani da far uscire direttamente su 33 giri secondo una consequenzialità che non era più prossima al casuale (come per le raccolte di 45 giri) ma prevedeva tutto uno studio significante, capace di generare un vero e proprio campo semantico per suoni e versi. È solo da questa concezione puramente artistica che sono nate delle vere e proprie opere rock (nel progressive dei ’70 capaci anche di raccontare intere storie nei cosiddetti “concept album” che introducevano tutto uno studio anche in termini di tecniche di registrazione e missaggio), perfettamente paragonabili a un’esposizione di quadri, a un film d’autore o a un buon libro. Vi dicono qualcosa titoli come Sgt Pepper’s lonely hearts club band, The dark side of the moon, Setting sons, Quadrophenia, Tommy, Aqualung, Joe’s garage, The rise and fall of Ziggy Stardust, Synchronicity o The wall (si potrebbe continuare all’infinito)? Sono tutti album di cui abbiamo più e più volte registrato su cassetta numerosi singoli brani, dai quali sono comunque stati estratti dei 45 giri di indiscutibile pregio e dei quali comunque è possibile reperire in rete singole porzioni digitali. Ma si tratta di vere e proprie opere rock, delle quali – di conseguenza – non è proprio lecito fare un utilizzo eternamente smembrato perché un simile atteggiamento equivale a svalutare tutto il lavoro che un artista ha pensato e svolto al fine di raggiungere un certo livello espressivo.

Posso ascoltare diecimila volte su Spotify Another brick in the wall, ma se non considero – di questi tempi nemmeno mi curo si sapere – che si tratta solo della seconda di tre parti di una suite disseminata in un disco che non ha una conformazione molto lontana da quella di un film (e dei migliori, per giunta), non arriverò mai a godere davvero di ciò che ho tra le mani o sul mio iPhone, ma potrò soltanto, ad esempio, entrare in una imponente sala da concerti, sedermi per ascoltare i primi cinque minuti della Quinta di Beethoven per poi alzarmi e andare a mangiare una pizza con gli amici.

Prima di sentenziare su un futuro musicale pari a quello di “una botta e via”, a somme tirate, pensiamoci su più di una volta perché, con molta probabilità, stiamo commettendo non un errore ma – peggio del peggio – una gravissima mancanza di rispetto nei confronti di una professione che, come tante altre nella “vita liquida” del nostro tempo (vedi Zygmunt Bauman), non è più considerata tale.