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28 Novembre Nov 2014 1257 28 novembre 2014

Riconsacrazioni in “un’espressione di niente”

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Cos’è che, nell’era dell’interconnessione di massa hi-tech-giga-figa-annamo-famo, spinge ancora qualcuno a poggiare un trentatre giri lì sul piatto, a rivedere un film per la terza o quarta volta oppure a riaprire un non per forza vecchio libro di poesia? Un giorno, di punto in bianco, ti ritrovi a ripassare in fila tre, quattro, cinque, dieci volte – tanto per fare un esempio – The fragile, Things falling apart e Still dei Nine Inch Nails e cominci a sentire che qualcosa, dentro di te – se si può ancora parlare di un “dentro” senza scadere in stupide allusioni contemporanee – si muove davvero.

Quale sentimento, quale reazione chimica, quale scintilla spinge un semplice appassionato – ma più appassionato di qualcun altro – a rimettere piede in quel paese dei balocchi che equivale alla sua camera tappezzata di armadi e cassettiere zeppe di cibo per occhi e orecchie, sano mix da nouvelle cuisine a base di vinile, nastro magnetico e codice binario per supporti ottici? Probabilmente il fabbisogno giornaliero di nutrimento interiore (detestabile sconosciuto del terzo millennio), al pari di un piatto di pasta o di una bistecca succosa per pranzo. O forse il fondamentale desiderio (almeno questo più che realizzabile) di toccare di nuovo con mano ciò che rappresenta un frammento di vita, un tassello di memoria passata ma sopravvissuta allo scopo di mantenere vive certe sensazioni, certe percezioni per la paura di non riuscire a provarle più per i secoli dei secoli? Entrambe le opzioni, verrebbe da confermare. E allora largo alle reminescenze di esperienze inimitabili al tocco di (non solo) oggetti che han significato qualcosa per la nostra personalità, all’insegna delle capacità umane di visione soprannaturale tipiche del Bruce Willis di Unbreakable, il supereroe inconsapevole che riusciva a leggere nell’anima della gente al solo tatto somatico. Cosa inizierà a trasportare, allora, i nostri sensi in un universo parallelo rispetto alla cruda realtà quotidiana?

Un film, un libro, ancora di più una canzone può benissimo destare qualcosa di diverso dalla solita godibilità auditiva da consumo immediato. In una canzone, ad esempio – quindi parole e suoni – possono annidarsi interi mondi capaci di generare e moltiplicare altri mondi, illuminare sogni nascosti sotto altri sogni che, a loro volta, possono aprire le porte alla conformazione di ulteriori creazioni che, non ultime, possono tranquillamente diventare culla fondamentale anche per quella sorta di trapasso (dis)umano che è la perdita di un qualunque punto di riferimento, la dissezione del sé, il frantumarsi progressivo delle presunte barriere protettive di quella che si definirebbe emotività. Una dissezione che non è, però, per forza sinonimo di dispersione e ammutinamento, ma incipit per nuove albe – per quanto meccaniche e seriali – speranzosamente rivolte verso una consapevolezza definitiva e la sua automatica ridefinizione in termini di azione individuale (per quanto la speranza stessa sia da lasciare agli stronzi, cit). E tutto questo arriva ad avere un valore talmente alto ed esponenziale che non riesci a startene fermo con le mani in mano ma – se sei un certo tipo di persona che non serve descrivere più di tanto, ne va della pura salvaguardia spirituale, se si può ancora parlare di spirito senza compiere blasfemia – quasi d’istinto prendi carta e penna, o apri un virtuale foglio word, e cominci a scrivere. Scrivere, scrivere e scrivere.

Il sottoscritto ha da poco rilasciato una nuova pubblicazione letteraria (conflitto d’interessi, mi dirai; a buon altrui intendere il senso complessivo, ribatto). La terza in termini cronologici, la prima in ambito esclusivamente narrativo. Nel corpus esile, apparentemente non comunemente prolifico ma sinceramente amorevole di In un’espressione di niente (Ekt Edikit Edizioni, 2014) prendono letteralmente vita (campo semantico che genera forma, sostanza, contenuto; riesci a seguirmi?) personaggi e storie – alcune percettivamente descrittive, altre con un substrato longilineo più solido – che traggono origine proprio dalla sostanza musicale nel suo eterno abbraccio letteral-auditivo.

Già, perché ho sperimentato sulla mia stessa pelle che la passione musicale e quella letteraria possono fondersi perfettamente in un unico sciame di pensiero neanche troppo desueto e inconsistente. Traendo spunto da testi, musiche, senso e ambiente di divulgazione relativamente ad alcune canzoni amate, studiate nel baratro di una cameretta provinciale e, per anni, ritenute all'apice della costruzione esistenziale personale, è stato possibile, dunque, lasciare campo ad un flusso di idee approdate nella creazione di racconti (uno per ogni brano) basati sul senso che, per la personalità dell'autore – cioè io – , ogni singolo brano, in quanto miscela di senso sonoro e letterario, ha inoculato nel corso del suo processo di crescita ideologica.

In Anni luce – il racconto di apertura di In un’espressione di niente - , allora, traspare lo spettro della Nutshell del tetro ed intimista Jar of flies, di marca Alice In Chains, a dar vita a frustrazioni e sensi di autoisolamento unicamente circoscritti all'anima del protagonista, prigioniero di se stesso e dei propri graffi interiori proprio come lo è colui che declama le sensazioni che il disco lascia defluire dai suoi solchi. Non è dato sapere di chi si tratti e quale sia il suo posto nel mondo. Occorre soltanto seguirlo nel suo viaggio a ritroso nelle considerazioni interiori più recondite ma, al tempo stesso, perfettamente capaci di mostrargli proprio quell’altrove che assiduamente ricerca attraverso la magia – che, ormai, tarda ad arrivare – di una successione incontrollabile di vocaboli.

L'ultimo fiore, di ispirazione Radiohead più o meno edita (Last flower, bonus track della limited edition di In rainbows) lascia emergere una ambigua ma inconsapevolmente importante figura umana sconosciuta nei pressi del feretro della madre defunta di un protagonista adulto ma infantile nel proprio pensare ed agire da inetto: il desiderio di saperne di più riguardo quella presenza lotta con l'inadempienza a fare della propria vita qualcosa di utile.

Ne Il confine di springsteeniana derivazione (la Across the border di The ghost of Tom Joad), un ignoto viaggiatore parla a se stesso spiando la realtà esterna attraverso il finestrino sporco di un treno malandato sul quale sta compiendo il suo viaggio decisivo, in fuga dall'inaccettabilità del proprio rapporto con la sua terra.

Cristo si è fermato al McDonald, sulla scia di The real thing firmata Faith No More (dall'omonimo album), è il motto di un pensatore stanco e provato, coscientemente recluso nel suo appartamento polveroso, deliberatamente discostato da quanto possa accadere all'esterno ma solido e determinato nel levigare i suoi ragionamenti per riuscire a prendere la decisione più importante tra quelle che gli è possibile vedere di fronte a sé.

Volevo uccidere Marco Travaglio, infine, dalla matrice Corduroy del controverso Vitalogy (capolavoro di casa Pearl Jam), è l'estremo desiderio di ribellione maturato da un volgare conduttore di programmi televisivi spazzatura nei confronti di un giornalista – nominato solo nel titolo ma non è detto che sia lui, anzi può tranquillamente non esserlo…se leggi scopri perché e come – che più lo ha massacrato di critica pur senza nominarlo mai. In scia scorsesiana da tassisti di notte, l'uomo matura seri sensi di colpa riassumibili meditando vendetta.

Sotto questa chiave, In un’espressione di niente è un semplicissimo esperimentoche però, se non ci trovassimo nell’epoca del “chemenestrafotteame”, potrebbe rappresentare un motivo in più per esprimere ciò che l’animo umano non smette mai di possedere. Dicono “ma non serve a niente”. Dicono “sì vabeh, ti sei levato lo sfizio ma tanto è inutile, tutti questi discorsi non hanno più senso, oggi la poesia non vende più, la musica non vende più, il cinema non vende più, Gesucristo non vende più”. Sarà, ma io non ci sto. Vi lascio soltanto un pensiero immortale di un uomo altrettanto immortale (no, non è De Andrè, lo avete già spremuto abbastanza per via della direzione ostinata e contraria):

Negli insegnamenti che ti impartirò io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.