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14 Dicembre Dic 2014 1648 14 dicembre 2014

Effetto Notte di Truffaut. Tempi che non sono più

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Effetto Notte. François Truffaut. 1973. Ennesima visione, questa volta in sala al Palazzo delle Esposizioni di Roma il 12 dicembre 2014, ore 21.

Che odore avrà, quella pellicola? Sì, esatto, proprio quella che quell’indaffarato ragazzo ha utilizzato, lì in quella isolata cabina, un paio di ore fa, trafiggendo la croce di Malta ma accarezzandola con docile destrezza, quasi dolcezza, consapevole di un valore pressoché superiore, quantomeno venerabile se non sacro in uno spazio e in un tempo altro, sia dalle normali cronologie umane che da sé, dal proprio stesso farsi – come dire – assenza, ingiustificabile mancanza di scopi, obiettivi, lungimiranze a caso in un’epoca di atroce e pseudo-dissidente buio interiore.

Mai come in quella sala, in quei precisi attimi di contemplazione atemporale, realmente onirica seppur ben ancorata a quel fattore di realtà sostanziale mai troppo fine alle circostanze, mi sono sentito profondamente deluso, mortalmente deluso dalla consapevolezza della costrizione di dover rivolgere, di nuovo, questi stanchi occhi ad un esterno senza più forma né valore, senza più colore né sapore, senza più desiderio alcuno che non fosse quello di forzare un sorriso a scopi di futile e punibile (ah, se punibile) propaganda meramente non-esistenzialista mal retribuita.

1973: altra epoca, altro spirito, altre intenzioni. Altre possibilità reali, tangibili, per quanto costernate da difficoltà politico-sociali oggettive, consistenti pur in ambienti e circostanze, però, non del tutto limitate ma nelle quali una macchina da scrivere vale più di cento sistemi operativi messi insieme nell’intento di provare a scrivere qualcosa.

2013: sfascio, disonore, complessità ingiustificabilmente esistente. A quale scopo? Perché? Per quale motivo? Epoca di velocità, immediatezze e ipermediazioni secolarmente sospirate e finalmente raggiunte col solo battere delle ciglia. Epoca, però, di cattivo, pessimo, sciagurato, infame, lecchinoso utilizzo di risorse fenomenali, sovrumane, proprio per questo tenute alla larga, costantemente al bando dei limiti stessi del proprio vigliacco essere al mondo.

Quanto era semplice anche solo chiedere un lavoro? Meglio del meglio se in termini creativi, in ambiti di produzione artistica non importa se più o meno attinente a metodiche di divulgazione oggettiva di sostanza corposamente valida per situazioni morali dignitosamente elevate.

Proprio in quel preciso istante, proprio mentre quell’indaffarato ragazzo, lì in quella isolata cabina, ha dovuto, per forza di cose, riaccendere le luci in quella sala sempre troppo piena di chi davvero – credete – non merita un usufrutto gratuito di tanta spontaneità, delicatezza, suprema scelta affettiva con relativa dichiarazione audiovisiva di eterni intenti, penso inevitabilmente a tutte le volte che le mie pupille non riuscivano a distendersi al buio delle anticamere delle notti più dense di inquietudine e spietata incertezza lacerante. Sarà questa la strada che davvero potrò e saprò percorrere? E se invece…? E se poi…? Vuoi vedere che…? Saprò mai…? Forse dovrei…Chissà…

Naturalmente, io non c’ero. Quindi, forse, non avrei nemmeno il diritto di esprimermi in questa direzione, se proprio vogliamo andare a controllare nel profondo. Ma, credete, meglio non addentrarsi troppo in là nei meandri di un’anima così complessa e, al contempo, paradossalmente e laicamente esigente soluzioni condotte agonisticamente per mano a tratti come in un gioco di andirivieni emotivi giusti, leciti, nel loro stesso divenire patriarcali nei confronti del proprio distinguersi dal contesto e costituenti quel necessario patrimonio universale che qualsivoglia essere umano dovrebbe conservare (e portare orgogliosamente avanti, sempre più avanti, se non oltre) dentro di sé con la più gelosa delle affermazioni.

No. Oggi, ora, non è così. Non è e basta. Il rammarico più profondo è quello della consapevolezza, magari precoce ma comunque considerevolmente esistente, di esser nato nell’epoca sbagliata.

Com’era semplice sedersi ad un tavolino, in una stanza d’albergo, accendere una sigaretta, ravvivare quella del proprio collega, aprire le pagine di quel copione e passare la notte intera a studiare il modo migliore per risolvere il rapporto tra due personaggi protagonisti. No. Ora non è affatto così. Non è affatto. Ora non è concesso un simile divagare, proprio per l’essere vigliaccamente considerato, appunto, un divagare. Solo per arrivare a poter avere la possibilità di esprimere le proprie idee si deve, per forza di cose (ma perché? Perché?! Mi sia spiegato una volta per tutte: perché?!), continuamente, inarrestabilmente, sostenere e superare a pieni voti quell’ingiusto e arduo esame attitudinale. Chi sei? Che vuoi? Da dove sei spuntato mai? Perché mi stai disturbando a tal punto? Perché mai dovrei ascoltarti? Perché mai dovrei gettare al vento o scaricare nel cesso il mio prezioso tempo per leggere quello che hai da raccontare? Preparami un trattamento dei tuoi pensieri, se proprio vuoi sottrarre del tempo prezioso al mio aperitivo.

Forse perché non sei eterno, sarebbe una possibile e magari anche giusta risposta. Forse perché chi sedeva prima di te su quella immeritata poltrona aveva la speranza di fare del suo creato qualcosa di avvicendabile, pratica che (tu lo voglia o no) risulterebbe ancora adesso, mentre quell’indaffarato ragazzo, lì in quella isolata cabina, mandava a nanna celluloide e metallo, assolutissimamente necessaria alla sopravvivenza di tutti quelli che, proprio come te, menre quell’indaffarato ragazzo aspettava che anche le mie membra accettassero di tornare a far parte di una realtà ormai solidamente inaccettabile, vitale al sostentamento di ciò che tu reputi come il tuo lavoro ma che lavoro non è, stando a quello che, invece, tanto fermamente sostieni per giustificare l’assenza di un qualunque tuo libro paga.

Ebbene, proprio mentre quell’indaffarato ragazzo, da quella isolata cabina, cercava di allertarmi sollecitandomi ad un chissà quanto legittimo rientro tra mura ormai non così tanto fraterne, io maledico mortalmente te e tuoi falsi simili, perché quello che quell’indaffarato ragazzo, da quella isolata cabina, lassù, ha proiettato ai cuori e alle anime di un’intera vita trascorsa nel desiderio non di realizzazione – no – bensì di lecita e costituzionale espressione, altro non è se non ciò che mi spetta di diritto, per il solo dato di essere, nel vero senso (più ma anche meno filosofico) del verbo.

L’Arte e la Scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. Libere. Non liberamente usufruibili a proprio piacimento o interesse tutt’altro che collettivo. Libere, non “hobby”. Libere, quindi doverosamente sostenibili, come una qualunque attività legittimamente retribuibile. Ah, già, perdonami: oggi, ora, proprio mentre quell’indaffarato ragazzo ha assunto lo status di rassegnata decisione, scegliendo (praticamente costretto) di lasciarmi qui a marcire volontariamente sulla pelle sintetica di questa pur comoda poltrona, non accetti più un simile discorso perché non ne vale la pena, tanto c’è altro da fare, altre sono le cose veramente importanti. Già, vero. È più importante rassicurare un sé diluito, liquido e inesistente (eppure così influente, caspita!) che assicurare un bisogno netto e reale perché davvero tangibile (ah, eccome se è tangibile…e quanto è tangibile…fanno così male le sue percosse…ma tu neanche le senti, da così lontano).

Io non sono niente, non sarò mai niente, dice il poeta. Non posso voler essere niente perché non mi è concesso: non esiste, per te, che comunque gestisci il mio mancato pane, lecito motivo perché io continui a pretendere ciò che mi spetta per diritto di nascita intellettuale.

Comunque sia, non saprò fare altro, fino all’estremo crepuscolo, che detenere in me, sempre e solo in me, unicamente in me, disperatamente in me, tutti i sogni del mondo, come suggerisce ancora quel poeta e anche quell’altro, mai così fratelli di attimi creativi mai così inutili agli occhi tuoi, fredde ma eternamente intense del mio ardere contro tutto, nonostante tutto.

E tu prosegui pure nei tuoi sogni d’oro, sceicco della vera fame. Sogni d’oro a te, convinto usurpatore di tempi che non sono più.