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19 Gennaio Gen 2015 1729 19 gennaio 2015

Se il giornalismo online tocca il fondo

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Premessa: in questo post, almeno nello specifico tematico, evaderò per un momento dai miei settori di prevalente appartenenza – vale a dire Cinema e Musica – per stendere alcune personali riflessioni riguardanti una situazione a mio modesto avviso navigante in acque molto più difficili di quanto si sia sempre vociferato. Neanche a farlo apposta, però, l’ambito a cui sto per fare riferimento non riguarda generalmente il settore giornalistico (che comunque, in certi anfratti, non fa mancare atteggiamenti non meno fastidiosi), ma focalizza la mia e l’altrui attenzione su una (sembrerebbe) ormai quasi consueta predisposizione professionale (?) nell’ambito del giornalismo anche di spettacolo erroneamente votata ad un particolare modo d’intendere lo svolgimento dell’attività informativa online.

Sulle pagine virtuali di un altro blog da me gestito – aggiornato con scadenze cronologicamente anche molto distanti tra loro poiché preferisco usufruire dello spazio che gentilmente mi concede Lettera43 – di recente ho rilasciato uno scritto, dividendolo in due parti e titolandolo “Giornalismo: il problema, spesso, riguarda le persone”. Qui, nel corpo del testo, ho scritto così: Per quanto mi riguarda, la nostra vera crisi è quella interiore. Il problema sono e resteranno sempre quelle persone che invece di risolvere il problema ne creano consapevolmente e deliberatamente altri […] talvolta più grandi ancora, e si crogiolano sulle inadempienze psichiche altrui, vale a dire quelle di chi accetta un simile scempio pur di sperare in qualcosa finendo per essere spesso anche sopravvalutato quando i suoi temini di terza elementare vengono fatti passare per articoli pur di buttare qualcosa sul sito […]. Il tutto coadiuvato da un mezzo fenomenale (internet) usato per il 75% nella maniera più schiavista e retrograda possibile (sia come non-lavoro che come “contenuti”). Basta oltrepassare un qualunque confine fisico per vedere che le cose, nel resto di una buona fetta di mondo, non stanno così e tutto è ben più possibile, legittimo e rispettoso delle circostanze? Sì e no, perché anche in questo posto maledetto ci sono moltissime persone di esimio calibro educativo che devono essere necessariamente preservate, costi quel che costi.

In quel caso, la situazione era un po’ particolare perché mi ero soffermato un attimo in più a valutare il comportamento di un non scarsissimo numero di persone con le quali avevo avuto a che fare nell’assidua (tuttora in corso) ricerca di un lavoro con regolare retribuzione. Non sto qui a dilungarmi spiegando chissà cosa (se siete curiosi, recatevi pure sulle pagine di www.stefanogallone.blogspot.it), vi basti sapere che quello da me ricevuto, su più fronti e in confronto a un altro ben preciso e sostanzialmente “normale”, non fu proprio un trattamento cordiale e disponibile, per certi versi dal punto di vista umano e per altri da un punto di vista unicamente professionale.

A quanto appena riportato, adesso, aggiungiamo una semplicissima riflessione che una mia collega, in un suo post personale su Facebook, non molto tempo fa ha esternato: Oggi la musica di qualità non riesce a distinguersi dalla concorrente mediocre – dice la collega –per il semplice fatto che non c'è più differenza tra Critica e opinione. Critica con la “C” maiuscola, da notare. Su questo concetto credo ci sia da riflettere un bel po’, specie se, strano ma vero, va perfettamente a braccetto con quello che ho riportato in precedenza. L’ambito di comune accordo di questi due elementi – il primo professionalmente ma anche umanamente specifico, il secondo circoscritto all’ambito dello spettacolo, anzi, scusate, dell’Arte, campo purtroppo non meno esente dall’infezione provocata da certi loschi personaggi – è un certo tipo di giornalismo: mi riferisco al giornalismo online. Eh già, la rete. Questo stratosferico mezzo di libertà espressiva (“di questi tempi, poi”, qualcuno potrà anche dire) usato, per larga parte, in maniera talmente becera da far seriamente riflettere su varie tipologie di incentivo per la preservazione dei contenuti veri. Ma andiamo per ordine.

Il fatto che a questa turnata non riesce a farmi stare fermo (ebbene sì, a volte preferisco star fermo e zitto a riflettere soltanto, senza esternare tutto immediatamente per forza di cose; pregio o difetto professionale?) è il seguente.

Purtroppo, come tutti ben sapete, l’inizio di questo 2015 ci ha privato di un personaggio molto importante per quanto riguarda la storia di un certo tipo di cantautorato italiano. Parlo, ovviamente, di Pino Daniele, la cui scomparsa improvvisa ha sorpreso e rattristato molti di noi legati, in qualche modo, al settore dello spettacolo. Per quanto riguarda me personalmente, non sono mai stato un suo grande fan (preferivo i Napoli Centrale, gli Osanna e alcune collaborazioni di Tony Esposito) ma ho sempre ammirato la predisposizione e la passione con la quale l’artista in questione ha praticamente vissuto una vita intera. Quanto basta, insomma, per riempirmi di puro e semplice rispetto nei suoi confronti. Ma non importa. Ciò che balza molto più facilmente agli occhi di tutti è la stravagante confusione che media e gente comune hanno messo in piedi attorno alla situazione nonché alla sua stessa persona.

Trovo, per esempio, molto fastidiosa l’idea del flash mob in Piazza del Plebiscito (mi infastidisce proprio il non-concetto stesso di flash mob, a dire il vero: lo trovo semplicemente inutile e vanitoso ma è solo una mia opinione, non importa), nonché inopportune le svariate dichiarazioni di perfetti sconosciuti ai microfoni del Tg1 di turno. Specie per quanto riguarda l’aver interpellato suoi concittadini, la cosa mi ha fatto sorridere un po’ tra i denti (come accaduto anche in altre situazioni simili) semplicemente perché, tra me e me, ho messo a confronto tutta questa esplosione di amore incondizionato nei confronti di Pino Daniele, da parte veramente di chiunque, con le scelte di vita di altri grandi artisti partenopei come Eduardo o Totò, tanto per dirne due. Da nativo di quelle realtà, mi chiedo: perché mai tutte quelle persone interpellate dalla televisione di stato in mezzo alla strada – se vogliamo anche alcuni suoi colleghi conterranei – non si chiedono mai (sembra) il motivo della sua scelta (come della scelta degli altri grandi) di vivere in pace lontano da Napoli, al di là dei comodi pregi di risiedere in città fulcro dello spettacolo italiano (voglio dire, Toni Servillo, ad esempio, dovrebbe vivere a Roma per il lavoro che fa e invece, il più delle volte, pare se ne resti tranquillo dalle parti di Caserta)?

Ma non usciamo troppo fuori tema, torniamo un po’ sui binari.

Come se non bastasse tutto il calderone di prefiche (figure meglio note come “chiangimorti” o “repute”, non predecessori del pube), al lutto di una normale famiglia italiana affranta si sono aggiunti pazzi decerebrati capaci solo di scattarsi selfie con la bara dell’artista dietro le spalle e, peggio del peggio, una notevole schiera di sciacalli mediatici pronti a conformare news e articoli brevi online pronti per attirare l’attenzione e, soprattutto, il click (!) dello sprovveduto, ingenuo o semplicemente normale avventore di turno. Ed è qui che entra in gioco la rete. O meglio: è qui che entrano in gioco le solite persone mica tanto furbe che con la rete speculano e lucrano. Perché il problema, in casi come questi, sono sempre certe persone. Magari poche, ma onnipresenti.

Che è successo, allora? È successo semplicemente che – come in altre situazioni – qualcuno ha fatto cartastraccia di ogni forma di rispetto (sul concetto di rispetto “2.0” ci sarebbe da approfondire studi antropologici per enciclopedie intere, che forse neanche basterebbero a placare una certa smania di sadismo davvero poco utile) e ha seguito la scia di una tragedia intima e personale (quella della scomparsa, anche questa improvvisa, del cantante Mango e del fratello, per un malore identico, durante le celebrazioni funebri) per costruire una spregevole menzogna “attiraclick” anche nel caso di Pino Daniele. Il buon mentitore attiraclick di turno, dunque, ha sentenziato sulla presunta scomparsa del fratello dell’artista napoletano, notizia ovviamente infondata sulla quale la famiglia si è espressa subito per smentire e svelare lo sciacallo arcano attraverso le parole della nipote di Pino Daniele, Loredana: «Si tratta di una notizia falsa e destituita di qualunque fondamento, messa in circolazione su Internet. Purtroppo non è la prima volta che accade con artisti celebri».

Esatto. Accadde non molto tempo fa, infatti, la stessa identica e infame sciatteria mediatica 2.0 anche con altri personaggi dello spettacolo caricati di una certa popolarità come, ad esempio, Gerry Scotti o Paolo Villaggio. Per Villaggio, poi, la cosa fu strabiliante perché a dare la falsa notizia non fu un cretino qualunque ma addirittura l’Ansa, salvo poi ritirare, ovviamente. La sciacallata più recente, ad ogni modo, arriva qualche giorno fa e vuole passata a miglior vita, stavolta, la signora Iva Zanicchi.

Ma, volendo, possiamo andare anche oltre la farloccheria notiziaria per toccare con mano anche altri metodi attiraclick come, ad esempio, l’utilizzo di Facebook o Twitter per la pubblicazione di post altisonanti e richiamanti all’allerta immediata come se stesse per fiondarsi un meteorite sulla Terra proprio in questo preciso istante, salvo poi allegare un link che, una volta cliccato, apre una finestra assolutamente inutile e priva di una qualunque funzione giornalistica da edizione straordinaria, naturalmente – il più delle volte – anche ben piena di banner e annunci pubblicitari che pagano il gestore di quel sito a visite uniche (pubblicità o no, il primo a sparare a raffica sui social network a suon di “sono costernato” o “non ci posso credere, l’hanno fatto veramente” è il blog di Beppe Grillo; simpatica o no, è ormai una strategia comunicativa – adottata, mi vien da dire purtroppo, anche da altri – per meglio divulgare i post contenenti le linee ideologiche di quella che ormai è una concreta azione politica).

Non pago di soddisfazioni, però, il web, principalmente in ambito nazionale italiano, ha sdoganato anche altri ciarlatani come quelli che spendono il loro tempo per montare video ad hoc insinuando che l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 sia un falso, così come i video “analitici” sui boia dell’Isis tanto nelle loro terre sulla pelle degli ostaggi quanto in territorio francese di recente orribile azione.

Ma, signore e signori, largo alla vera passione di una buona parte degli italiani: il porno. Per semplice curiosità (e non l’avessi mai fatto, occhio non vede cuore non duole ma tant’è) ho spulciato i dati Google Analytics di un quotidiano online anche di mia competenza (che comunque non rinuncia a dare consapevolmente una certa fetta di spazio a simili baggianate pur di tentare di attirare l’attenzione su, invece, eccezionali articoli di approfondimento sociale, politico e culturale di moltissimi miei ottimi colleghi; l’obiezione la portai in riunione tempo fa ma, forse, non è stata così ben considerata un’alternativa in merito, pazienza) tanto per vedere quali sono stati gli articoli più letti per il medesimo giornale nel corso dell’intero 2014. Non sto qui a tediarvi, sappiate soltanto che, su dieci articoli, sette riguardano filmini porno e boiate rinchiuse in fotomontaggi altrettanto stupidi. Nell’ambito delle zozzerie, tra l’altro, l’articolo più cliccato e, addirittura, sproporzionatamente commentato da vittime della vicenda – in completo delirio nel richiedere consigli di redenzione all’autore del testo – riguarda la ben nota vicenda delle truffe online basate su ricatti da videochat.

Il bello, però, è altro. Il vero sublime della situazione sta nel sentir denominare tutto questo, in molti casi, con la dicitura di “giornalismo partecipativo”. Ecco, non che io voglia fare il maestro della situazione, per carità, ma credo che di partecipativo, in questo tipo di giornalismo (che giornalismo non è) non ci sia assolutamente niente se non un riunirsi per vedere come ingannare il prossimo (per chissà quali grandi guadagni, poi). Per giornalismo partecipativo, almeno io (correggetemi se sbaglio), penso di intendere qualcosa del tipo”vado nella striscia di Gaza, parlo con la gente, osservo quelli che si scudisciano di mazzate e scrivo o riprendo per mettere il cittadino, qualora interessato, al corrente della situazione. Magari mi sbaglio, non so.

Ad ogni modo, dopo tutto questo papiello, in fin dei conti, una sola è la cosa sulla quale sto cercando di riflettere un minimo, e cioè: dove diamine speriamo di andare con tutto questo? E soprattutto: cosa speriamo di ottenere? Un numero sempre maggiore di testate giornalistiche online, forse, non vuol dire in tutto e per tutto pluralità di informazione vera e propria. Purtroppo la cosa parte da questo ambito per intaccare anche i settori solo apparentemente incontaminati come quelli che, invece, mi riguardano in via molto più diretta, vale a dire quelli della critica culturale nella sua ramificazione di spettacolo, nel mio specifico Musica e Cinema. E qui ritorniamo, dunque, a quella frase della mia collega sull’eliminazione della distinzione tra Critica (sempre con la “C” maiuscola) e opinione, quindi al grado di appiattimento globale della capacità di pensiero e riflessione personale che non sia condizionata da questo o da quel social network, da questo o quell’altro video da “youtubers”. Che c’entra? C’entra, perché così come si è abili a raccogliere click spacciando bufale colossali, così si può essere altrettanto ingegnosi nel far credere che questo o quel film sia geniale, questo o quel disco sia innovativo, questo o quel libro sia un bestseller epocale, con conseguente attrazione – a beneficio di pochi – di semplici innocenti magari anche interessati.

Sono sicurissimo di una sola cosa (e un po’ anche fiducioso in una concreta applicazione dell’assunto): se tutti impiegassimo il tempo che disperdiamo nella costruzione di coccodrilli anticipati o bufale filanti nella concretezza di un’analisi tranquilla e ben delineata (non importa il tempo di produzione), il web (mi riferisco almeno a quello italiano) potrebbe finalmente essere veramente quello che sostanzialmente è: una enorme (enorme!) e importantissima fonte di costruzione della conoscenza. Nel frattempo, vado a cercarmi con estrema curiosità un libro che credo possa fare al caso di tutti noi, vale a dire “La dignità ai tempi di internet” di Jaron Lanier. A tatto, sento che potrebbe essere una sorta di bibbia per tutte queste mie supposizioni, chi lo sa. Vediamo.