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26 Gennaio Gen 2015 1817 26 gennaio 2015

Il mio negozio ideale può usare anche gli mp3

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Nell’ambito dello spettacolo, come sempre accade nel momento in cui un simile argomento – non meno attiraclick – viene messo in discussione pur conoscendo perfettamente i risvolti risolutivi più immediati di una vicenda da corsi e ricorsi storici, la notizia del momento vede oscurati 124 siti internet di streaming illegale. La cosa riprende, in questa particolare occasione, il discorso sulla ritrasmissione selvaggia di eventi sportivi (immagino partite di pallone a iosa più di qualunque altra cosa; per rincarare la dose verbale, poi, è consuetudine inserire anche la dicitura “e altri sport”), tanto da spingere la Procura della Repubblica di Roma ad accogliere le richieste insite in una denuncia che Sky Italia (sulle cui funzioni dirigenziali, di fatturato e promozionali legate a una Vodafone sempre più fastidiosa con i suoi sms promozionali su numeri di cellulare mai comunicati esplicitamente…ma lasciamo perdere) ha effettuato per segnalare l’utilizzo abusivo delle ritrasmissioni (pensi che ci facciamo mancare qualcosa? Assolutissimamente no!) anche di concerti e, tanto per farci mancare ancora meno, interi film e dischi di vario genere. Quest’ultima precisazione, nello specifico, riconduce ogni tipo di riflessione tematica nella direzione riguardante non soltanto il problema della pirateria generica ma, ad ancora più ampio raggio, specificamente a quella sua potente ramificazione consistente nella diffusione illegale di prodotti audiovisivi di ogni sorta.

Quanto mi fanno ridere, ancora una volta. Mamma mia, se mi fanno ridere a crepapelle. Ma di gusto, proprio, con affetto. Ancora tutti a credere, ora e sempre, nella possibilità di risoluzione del problema estirpando una radice che, ormai, è talmente tanto profonda e ramificata da arrivare praticamente a non esistere più.

«Eliminare la forfora tramite la decapitazione», suggeriva il grande Frank Zappa in un’aula di tribunale negli anni ’80. Sorrido perché, a quanto pare, l’affettuoso e benevolo ghigno di compassione è l’unico approccio possibile nei confronti di un problema che potrebbe non essere la catastrofe totale se solo si provasse a venire un pochino incontro alla questione reale. E invece no, niente, è troppo faticoso. Radiamo tutto al suolo con la bomba a idrogeno per poi eventualmente ricostruire a nostro piacimento. E no, cari miei: la guerra mediatica è ben altro e voi lo sapete benissimo anche se fate finta di niente.

Il nucleo speciale per la Radiodiffusione e l’Editoria della Guardia di Finanza aveva già fatto il suo legittimo dovere anche nel mese di marzo 2014, quando, cioè, le autorità incaricate avevano semplicemente svolto il loro onesto lavoro oscurando quarantasei siti web capaci di fornire la visione in streaming di pellicole anche di più recente uscita, non esitando ad autorizzare il garante politico di turno ad inneggiare a spada tratta alla deflorazione del sacrosanto diritto d’autore. Poco importa, poi, se un sito come “cineblog01”, esattamente nella stessa giornata, riapriva i battenti senza alcuna distinzione di grafica e contenuti dalla sua identità precedente sottoforma di “cb01.tv”, mentre Emule e Utorrent, nel frattempo, facevano ciao ciao con la manina da lontano, con tanto di sorriso a ottocento denti smaglianti in bella vista.

La Guardia di Finanza, dicevo, non faceva e non fa altro che il suo legittimo dovere semplicemente svolgendo il suo lavoro, legittimo per l’appunto, doveroso, onesto e insindacabile stando alle direttive di legge (che andrebbero estese all’ambito del controllo dei server su scala mondiale con potenzialità di raggiungimento della fonte principale di ogni segnale ma vabeh, sorvoliamo). Ma è proprio questo il problema reale: si continua a voler stroncare a tutti i costi una determinata cosa pur di non sforzarsi minimamente a riflettere sul coefficiente di raggiungibilità legato ad una soluzione che, forse (e sottolineo: forse), non è così lontana e traumatica come si tiene ad evidenziare ad ogni maledetta turnata elettorale.

Disse proprio la Guardia di Finanza circa un annetto fa: «La pirateria in Italia determina danni economici per svariate centinaia di milioni di euro all’anno, e le conseguenze si riversano anche sul versante occupazionale. Solo nell’ultimo triennio sono stati oltre ventiduemila i posti di lavoro persi in vari settori del circuito cinematografico». Aggiungi pure musicale, almeno, tanto la cifra è la stessa se non superiore. E questo è un altro punto che dovrebbe, invece, facilitare la comprensione o, quantomeno, la formulazione ipotetica di un pensiero capace almeno di avvicinarsi di qualche misero passo alla riflessione – per quanto potenzialmente aleatoria – su una eventuale idea di soluzione.

Almeno in Italia, dal 1965 non esiste una legge seria nell’ambito della regolamentazione generale riferita agli audiovisivi. D’altra parte, purtroppo, le leggi, in percentuale maggiore, le fanno personaggi anche abbastanza ambigui in sede di curriculum che, ad ogni modo, poco capiscono realmente di progresso digitale legato a condizioni economiche nazionali e internazionali. Chiariamoci: personalmente capisco poco di economia, men che meno dinanzi alla sua più diffusa clonazione sostanzialmente creativa, ma non credo di essere del tutto lapidabile se azzardo una riflessione ad alta voce su eventuali soluzioni che ritengo possibili. Correggimi se sbaglio, ma se un nucleo (anche molto ma molto vasto) di persone afferma che guardare film in streaming o scaricare divx, mp3 e derivati lo soddisfa, tu non lo puoi sopprimere letteralmente, in puro stile nazistoide, togliendoli quella che a tutti gli effetti è una libertà gratuita. Eh già, caro mio, perché non è chi usufruisce ad essere il diretto colpevole, non beneficiandone a scopo di lucro. “Download” non è sempre uguale a “furto”. È chi fornisce, semmai, a “rubare“. E allora che si fa? Ovviamente si segano le mani a chi scarica o apre visioni in streaming in termini di utilità esclusivamente personale (perché della gente comune, normale e incensurata, beh, chi se ne importa) rendendo inaccessibili i siti web incriminati (sul cui destino legale non si viene praticamente mai informati fino in fondo) a decine e decine alla volta, salvo poi ricominciare tutto dall’inizio perché altri ne nascono e ne nasceranno sempre. Una cosa pressoché intelligente, nonché dimostrazione di coraggio e consapevolezza, sarebbe mantenere attivi i siti, consentire lo streaming o il download gratuito ma imbottire di tasse i gestori e, attenzione, tutti i titolari delle marche (anche rinomate) che acconsentono all’applicazione di banner e pop-up su quei siti in cambio di denaro “a clic” o tramite modalità simili (quello, semmai, è un mezzo scopo di lucro). Non solo: sarebbe utile anche convogliare i soldi da essi ottenuti (anche con condoni, azzardiamo) al reintegro del Fondo Unico Per lo Spettacolo per nuove produzioni tra opere prime e seconde. Ma sto farneticando, lo so. Per questo azzardo una semplice ma, credo, papabile idea di confronto e stimolazione per un incentivo alla comprensione della faccenda.

I negozi chiudono, i negozi falliscono, i negozi piangono, i negozi sono da salvare, o i negozi o la morte. D’accordissimo, dal momento che in un negozio di dischi, io, ci sono praticamente nato e cresciuto. Solo che oggi, il mio negozio ideale – sia esso di dischi, libri o dvd –come accennavo nel titolo di questo scritto,usa anche gli mp3, quindi non ripudia nemmeno i file “epub” (gli ebook da kindle) né quelli “divx”, “mpeg” o “mkv” (che sono i file audiovisivi di ultima generazione di codifica, capaci di contenere svariate tracce audio, quindi un film in varie lingue diverse, proprio come un dvd. Ci si aggiornasse un po’, prima di ululare alla luna piena, insomma). Invece di continuare a sentenziare immancabili e cicliche idiozie sulla sempiterna stramaledetta pirateria, non rinunciando veramente mai a riservarsi gelosamente il ruolo della vittima piagnucolando per potenzialmente evitabili danni economici, perdita di posti di lavoro e assenza (che c’è e fa malissimo) di un sistema che, però, ironia della sorte, proprio non riesce o (più furbamente) non vuole ripristinare se stesso stando al passo coi tempi, si potrebbe tranquillamente ammodernare – anziché chiudere e far cedere al catastrofismo da mancanza di energie personali legate a quelle economiche (pur comprensibilissime) – l’idea di negozio che ogni sano gestore ha sempre avuto e continuerà ad avere. Spiego, o almeno ci provo – magari sto farneticando veramente e, in quel caso, pazienza, vorrà dire che il Fiano che ho abbinato al buon piatto di carbonara di oggi a pranzo era particolarmente buono.

Poniamo la medesima situazione da più punti di vista spazio-temporali. Siamo all’inizio degli anni ’90 e io sono un fervido appassionato di musica, magari anche collezionista di vinile. Ho appena finito di parlare al telefono fisso in corridoio con un mio amico per stabilire orario e luogo in cui trovarci stasera per farci la consueta pizza di fine settimana coi ragazzi della comitiva, non senza urtare contro le fauci di mia madre che mi ha bestemmiato addosso il calendario Maya per quanto le avrò fatto spendere di chiamate nel corso del mese che deve ancora finire. Torno nella mia camera e ascolto in radio un gran bel brano o leggo su una rivista specializzata – che compro abitualmente – la recensione di un album d’esordio. Rimango affascinato dai suoni nuovi che mi raggiungono o dalla curiosità che il bravo recensore, di cui mi fido spesso, mi ha fatto nascere nell’animo di appassionato che non estinguerò mai. Quindi mi faccio due conti in tasca e, se posso, vado al mio negozio di fiducia, richiedo quel disco, il negoziante me lo fa assaggiare, mi piace, lo compro, lo porto a casa e me lo godo in lungo e in largo.

Saltiamo di una decina d’anni. Ora siamo nei primi anni 2000. Sono sempre un intramontabile appassionato di musica e collezionerò sempre anche dischi in vinile. Ho appena parlato al cellulare col mio amico per la pizza di stasera coi ragazzi della comitiva e la radio sta passando un brano che mi affascina. Faccio due conti in tasca e, maledizione, non ho uno spicciolo nemmeno per comprare la mia rivista specializzata preferita per vedere cosa dice il mio vate giornalistico. Però accendo il computer, rischio di pagare oro una connessione 56K ma ce la metto tutta per aprire Winmx e digitare il nome della band che mi aveva affascinato. Qualcosa sempre si trova. Clicco due volte dove vedo i numeri scritti in verde, mi metto in coda e, dopo circa un’oretta buona, ho sul mio hard disk un brano di quella band. Mi piace, mi affascina ancora una volta, quindi aspetto di avere i soldi necessari per acquistare il disco e, una volta passato anche questo ostacolo, me lo godo in lungo e in largo.

2015. Quanto mi infastidisce questo mio amico che nemmeno su WhatsApp, oggi, si degna di farmi sapere qualcosa per stasera. Sto da tutto il giorno a leggere bufale su Facebook e scartavetrare dentro e fuori Youtube quando, finalmente, per puro caso tra i video correlati di chissà quale trailer di chissà quale film, trovo un bellissimo videoclip di una band che non ho mai sentito nominare prima. Il video e il brano mi piacciono tanto, quindi apro Utorrent, newalbumreleases.net o laspikedelycmusic.bloguez.com e scarico il loro nuovo album dieci giorni prima della sua uscita, stando alle informazioni che vedo inserite sotto il player di Youtube. Da qui parte una biforcazione a mo’ di Sliding doors: A) Il disco, una volta ascoltato per intero, mi piace davvero moltissimo, quindi vado ad acquistare l’edizione in vinile su Ibs, Amazon o Play se il prezzo, con spese di spedizione incluse, è inferiore a quello che vedo indicato sul sito di Feltrinelli o sulla pagina web del mio negozio di fiducia. In caso contrario, vado spedito dal mio mentore negoziante e il dilemma è risolto, mi resta solo da godermi il prodotto; B) Il disco, una volta ascoltato per intero, mi piace davvero moltissimo, quindi me lo piazzo sul lettore multimediale del mio cellulare per poterlo avere sempre a portata di orecchio. Non ho pagato assolutamente niente per avere quel disco e non mi andava nemmeno di masterizzarne una copia in cd per ascoltarlo meglio, in tutto relax, dalle casse del mio fedele stereo. Però mi sento un po’ in colpa perché so benissimo che l’ho ottenuto illegalmente ma, d’altra parte, il prezzo richiesto anche per la copia in cd era eccessivo per le necessità economiche che ho da diversi anni a questa parte. Se solo costasse di meno rispetto a quanto chiede un qualunque negoziante, reale o online che sia, non ci penserei due volte a spendere qualche euro anche solo per un download legale (a patto che io poi, però, non lo trovi più così facilmente sui siti che guardavo prima, ma in quel caso la faccenda si farebbe molto più ardua da risolvere anche solo eticamente).

Ecco. Il punto B di questo ultimo assunto è l’ambito di ragionamento fondamentale. Non so, in tutta sincerità e onestà, se sarà mai realmente fattibile un’ipotesi del genere ma la formulo ugualmente, trascinato come sono – praticamente da sempre – da una certa visione fisiognomicamente semi-romantica della condizione vitale che solo un buon negozio e un bravo negoziante può regalarmi. L’ipotesi è la seguente: che ne sarebbe del mercato principalmente musicale e letterario (ma, per riflesso, anche cinematografico, anche se in quel caso il discorso è da estendere agli esercenti che, in tutta sincerità, sono un’altra bella gatta da pelare, ma ne parlammo già un po’ di tempo fa) se il mio negoziante musicologo o libraio intramontabile (“videotecaro” un po’ meno, visti i tempi di acquisizione di un simile prodotto digitale) fosse fornito, accanto alle inossidabili pile di vinili e compact disc o libri,anche di una semplicissima postazione adibita a sorreggere un computer collegato in rete con i principali siti di download legale a pagamento?

Molto probabilmente, accetterei di pagare una cifra nettamente inferiore alla metà del prezzo stabilito dal mercato nazionale su quel preciso prodotto, e non attenderei un secondo di più non a passare una giornata intera per cercarmi il mio nuovo libro o disco preferito rischiando di beccarmi anche un virus tra i tanti siti di download a ufo, ma recandomi dal mio rivenditore che, per pochi euro legittimi, si prenderebbe il mio kindle o il mio iPod o cellulare e mi ci caricherebbe sopra immediatamente il prodotto richiesto. Magari, il mio buon negoziante di fiducia, potrebbe anche svolgere questa funzione senza aggiungere nemmeno mezzo centesimo su quei due, tre o quattro euro richiesti per il download legale del prodotto da me richiesto o con ulteriori sconti/omaggi speciali per il “download in store”, perché il portale a cui ha scelto di fare riferimento per una simile operazione include, nel contratto di registrazione online, una piccola clausola che prevede il rifornimento gratuito di un certo quantitativo di dischi o libri al mio negoziante una volta raggiunta, da parte sua attraverso il suo account aziendale su quel sito, una quota di download legali prestabilita.

Chi lo sa, magari in un mondo perfetto – e di gran lunga più innocente e sincero – questa potrebbe anche essere una mezza soluzione almeno per una buona fetta di problema – l’altra riguarda sempre il comportamento e il modo di pensare, quindi essere, di certe persone, sul quale c’è ben poco da fare o ipotizzare. Però perché non provare a pensare ad una soluzione del genere anche solo per semplice tentativo? Che ne sai, potrebbe anche venirne fuori qualcosa di utile per una specie di ritorno umano tra quattro mura dipinte di belle copertine. Il che vuol dire mantenere un barlume di senso in quello che ancora – per fortuna – non ci stanchiamo di definire collettività, un concetto capace di mantenere qualche pilastro portante attraverso lo scambio, tra quelle quattro mura, di una semplice opinione sul contorno di una passione concreta, viva, riscontrabile nel proprio simile giorno dopo giorno e assimilabile al reale significato del termine “condivisione” che non sia un link su una pagina di social network tra altre quattro mura dove, però, ci sei soltanto tu, in fin dei conti.

p.s:

Letture consigliate:

Alta fedeltà di Nick Hornby (Guanda);

Il diario di Disco Club – Memorie di un dischivendolo di Giancarlo Balduzzi;

Il 33º giro. Gloria e resistenza dei negozi di dischi di Graham Jones (Arcana).