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31 Gennaio Gen 2015 1626 31 gennaio 2015

A cosa serve un critico? Un incontro inutile

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Venerdì 30 gennaio 2015, Casa del Cinema in Largo Marcello Mastroianni 1, Roma. Conferenza, convegno, incontro o in qualunque altro modo si voglia denominare un evento dal titolo A cosa serve un critico? Vita, morte e miracoli di una figura professionale in evoluzione (o in estinzione).

Evviva. Urrà. Finalmente. Quale migliore occasione per confrontarsi e parlarsi apertamente tra colleghi (credo) per cercare di capire dove stiamo andando su questa Terra. Finalmente (spero) qualcuno che ha compreso l’essenziale importanza del venirsi incontro, del porre in essere dibattiti riguardanti questioni fondamentali incentrate sul divenire di quello che, agli occhi di molti (troppi), non è più un mestiere, bensì praticamente un hobby completamente delegittimato dalla piattezza liquida dell’odierna realtà basata su un’immediatezza di interazione che dell’analisi e dell’approfondimento fa carta da servizio igienico.

Personalmente, divulgo analisi e recensioni da quasi sei anni a questa parte, ormai. Fai dieci, se in mezzo ci vogliamo mettere anche esperienze saltuarie precedenti. In Teorie e Tecniche del Linguaggio Cinematografico mi ci sono anche un po’ laureato e, come puoi leggere anche solo dai miei scritti precedentemente pubblicati su questo blog, la questione critica nei confronti dei critici mi sta anche notevolmente a cuore. Quindi si direbbe che la cosa provoca in me un certo interesse, direi anche un bel po’. E allora vado all’incontro, senza ombra di dubbio.

Venerdì 30 gennaio 2015, dunque. Mattina. Roma regala all’essere umano che calpesta le sue strade un’aria ventilata tra le più potenti mai assorbite negli ultimi mesi, a quanto pare. Che sia un presagio di coscienzioso rinnovamento esistenziale? Spazzeremo via tutti i dubbi, le inquietudini e le incertezze per ri-legittimare, finalmente, il nostro ruolo in questa fetta di mondo professionale? Un po’ lo spero, quasi me lo sento. Ma sì, non potrebbe essere altrimenti, maledizione. Se non ora, quando (non per rubare lo slogan semi-femminista, solo per descrivere realmente il momento in maniera genuina)?

- “Buongiorno. Mi scusi, è qui la conferenza sulla critica cinematografica?”

- “Sì, prego. Primo piano. Si accomodi pure”.

Appena metto piede nella sala proiezioni/conferenze principale della Casa del Cinema – cioè appena finisco di percorrere il simil-corridoio laterale che porta alle poltrone del piccolo anfiteatro interno – quattro o cinque persone di numero smettono di parlare tra loro e mi cominciano a fissare manco fossi il cavaliere oscuro. Saluto. Loro accennano qualcosa con la testa – non so, magari ho i capelli troppo scompigliati dal vento. Quindi passo nelle loro vicinanze per raggiungere la piccola scalinata che mi porta ad una delle poltroncine rosse ancora vuote. Dopo un minuto e mezzo si sono rimessi anche un po’ a parlottare tra di loro vedendo che sono innocuo e che sto semplicemente togliendomi il cappotto e aprendo la mia tracolla per estrarre un blocchetto e una penna. All’ingresso ho anche preso una rivista distribuita gratuitamente in portineria, ovvero Fabrique du Cinema (i contenuti sono in italiano, ovviamente). Mi pare di conoscerla già, credo di averne già incrociato diverse copie ai festival o in qualche sala cinematografica. Su questo numero 8 invernale, a pagina 6 c’è Luca Argentero che parla del web come quasi unica fonte di futuro per lo spettacolo in senso generale, ancor di più per il suo versante da grande schermo. A pagina 12 dicono che il premio Solinas “guarda con sempre maggiore alle forme narrative del web”. A pagina 23 c’è il listino 2015 delle uscite a nome Medusa Film, tra cui, in basso, troneggia, nel banner più lungo e colorato, uno spazio riservato a Checco Zalone; dice semplicemente “Pietro Valsecchi presenta un film di Checco Zalone, 3 dicembre 2015”, poi largo alla faccia di quel genio che però a me non ha mai fatto ridere. Quindi, hai già una data ma non un film preciso. Bene, buon per te, sei ottimista sul fatto che tutto vada bene e ogni tassello di regolarità rientri nel piano prestabilito. Buon per te, Valsecchi.

Chiudo la rivista e la caccio nella tracolla, la guarderò più tardi a casa o forse domani con più calma e scioltezza. L’inizio di questo incontro, oggettivamente, ha luogo alle 10:40 circa (come al solito, nonostante sul cartellone all’ingresso fosse riportato un invito ad essere puntuali, ci si attarda sempre tra caffè al bar, chiacchiere molto spesso anche vuote e inutilità varie nella più totale noncuranza – che poi è soltanto mancanza di rispetto – degli avventori più corretti). I quattro gatti presenti al mio ingresso sono diventati sette o otto mentre, nell’attesa dell’inizio dell’incontro, gente presenta gente ad altra gente che potrebbe avere contatti così se vuoi tu puoi farlo scrivere con te in modo che poi lui ti fa conoscere eccetera eccetera eccetera. Qualcuno si guarda intorno coprendosi gli occhi dalla luce dei riflettori di sala per vedere se c’è qualcuno di sua conoscenza per poter eventualmente attaccare bottone durante l’attesa del Godot di turno. I presenti, ad ogni modo, sarebbero aumentati fino ad almeno un terzo di sala dopo circa un’ora o un’ora e mezza dall’avvio delle danze.

Dopo ancora un po’, pronti via.

Apre le danze Giorgio Gosetti, direttore della Casa del Cinema, che subito mette le cose in chiaro: «Bisogna ammettere – sostiene Gosetti – che un po’ tutti coloro che, come me, si sono trasferiti a Roma provenendo da altre città, hanno stabilito fin da subito: “bene, io voglio fare del cinema, quindi mi conviene cominciare facendo il critico, così almeno posso conoscere qualche regista”». L’affermazione di certo non è così errata, è sempre stato il pensiero di un po’ tutti noi prima di venire a contatto con la reale pasta che conformava (e conforma ancora) questa particolarissima realtà. Ma poco importa. Il tema centrale è ben preciso: a cosa serve un critico? A cosa serve oggi, ovviamente.

«Dieci anni fa nessuno avrebbe posto una domanda del genere – avanza Gosetti. Dal giudizio del critico dipendevano le sorti di film anche molto importanti. Spesso si additavano i critici come venduti alle produzioni e alle distribuzioni se parlavano bene di un film grosso che stava per uscire. Oggi, visto che ormai anche i festival cominciano a porsi domande sulla loro potenziale utilità, tocca capire bene come e dove svolgere il mestiere di critico cinematografico. Il critico che scrive sul quotidiano di turno serve a poco perché i quotidiani cartacei si leggono poco e non vendono più. Il critico che scrive su internet serve a poco perché non ha più quella necessaria autorevolezza capace di distinguerlo e renderlo culturalmente importante nel marasma mediatico odierno. Ma, in fin dei conti, al pubblico importa davvero qualcosa di ciò che scrive, dice o anche solo rappresenta il critico cinematografico? Tutti straparlano tra di loro cercando di stabilire se un film è bello o brutto, ma nessuno segue più un “opinion maker”, cioè qualcuno capace di creare o smuovere opinioni attraverso la propria conoscenza messa a disposizione degli altri».

Su questa seconda parte in particolare, sante parole, direi. Sul fatto che dal giudizio del critico dipendevano (e sostanzialmente dipendono ancora un po’) le sorti di un film anche importante, mi prendo un po’ di tempo per rifletterci su un pochino meglio, vista la non-sostanza di un certo ramo informativo (per quanto competente) al cospetto del potere livellante di una buona fetta di popolo sovrano (ne ho già parlato ampiamente in qualche scritto precedente). Quindi il quesito iniziale si trasforma o, meglio, si duplica nel seguente: qual è la maniera corretta di svolgere, oggi, il mestiere di critico cinematografico?

Una visione personale ma non meno condivisa da terzi comincia lentamente a riemergere – poiché già ben viva e vegeta in cuor mio – e a costruire nuove dimore nella mente del sottoscritto considerando, se vogliamo anche un po’ onanisticamente, che la mia idea professionale (ma anche considerevolmente umana) naviga da sempre – o almeno da quando ne ho piena coscienza pratica – verso la consapevolezza di avere a che fare con un ruolo a serio rischio di estinzione a causa della scomparsa di una prevalente specializzazione capace di sorvolare i dolorosi ostacoli inflitti dal pressappochismo che la rete, in tutta la pur giusta libertà offerta al comune mortale, ha sdoganato senza alcun barlume di ritegno. Oggi sono tutti critici. Tutti si sentono in grado di esprimere giudizi analitici che di analitico non hanno nulla e – peggio ancora – una buona parte di essi viene anche considerata capace di esprimere critiche di settore quando, per contro, la preparazione scarseggia a vista d’occhio. Su questo, a quanto pare, concordano assieme a me un po’ tutti quelli che prendono la parola durante l’incontro, salvo poi evitare completamente problematiche ben più complesse e importanti come vedremo in seguito.

Tutto questo pressappochismo di giudizio sdoganato principalmente dalla libertà di usufrutto degli spazi mediatici offerti dalla rete, insomma, sarebbe l’artefice principale dell’ormai gravissima mancanza di capacità di comprensione nei confronti del cinema d’autore che, stando a simili condizioni, sarebbe condannato a sparire qualora le produzioni puntassero unicamente sul giudizio popolare e non più sul reale valore culturale delle pellicole che propongono di volta in volta.

Prende, poi, la parola Fabio Ferzetti, noto critico cinematografico attivo soprattutto sulle pagine del Messaggero da ben trent’anni a questa parte. «All’epoca (giù ancora col paragonarsi a tempi che non sono più, ndr) vivevano di vita propria numerose riviste molto seguite da una vasta schiera di pubblico. Oggi noi critici possiamo avere ancora un ruolo utile nell’opinione pubblica solo se riusciamo a capire dove ci troviamo. C’è da tenere in considerazione tutto un mondo che cambia continuamente tra nuove tecnologie e stili di scrittura (ma davvero?, ndr). Prima si andava in giro per decine e decine di sale cinematografiche, oggi basta premere un tasto per avere tutto a portata di mano (comincio a spazientirmi di passare del tempo ad ascoltare quello di cui già sono ben al corrente, ndr). Gli spazi a noi riservati sui quotidiani si sono ristretti di moltissimo, tanto che un pezzo di cinema al massimo può essere ospitato per 15 o 18 righe ma non di più (questo è vero, ndr). Per quanto uno possa comprimere i concetti che vuole esprimere, non riesce mai a dire qualcosa nel modo giusto».

Sì ma, Ferzetti, qual è il ruolo del critico, oggi? Abbiamo ancora un mezzo potere, tutti noi qui dentro? «I critici possono tornare ad avere un certo potere solo se operano uniti e compatti su un determinato film che, in questo modo, può davvero ottenere considerazione. Se continuano a contrastarsi tra loro migliaia di voci diverse, il più delle volte poco competenti in materia, non si fa altro che deistituzionalizzare il mestiere in sé che, in questo modo, perde di senso e valore. È anche bello considerare che chiunque può avere la possibilità di dire la sua donando punti di vista differenti, ma ci deve essere un ordine e una chiarezza nello stabilire i ruoli: se ognuno strimpella qualcosa per conto suo in maniera sconsiderata, non si ottiene nessun risultato». E su questo possiamo essere d’accordo. Un potenziale accenno di soluzione potrebbe essere il tentativo di reinventarsi in qualche modo (ma quale? In che direzione?), di scritturarsi un ruolo esterno alla ormai esponenziale mole di funzione promozionale svolta da trailer, teaser e banner pubblicitari “spammati” davvero ovunque, che della considerazione critica e analitica fanno carta da toilette nel momento in cui fanno presa sulla massa (vero obiettivo di un’arte che ormai, per larghissima parte, è solo mero commercio) in men che non si dica.

Ma finalmente veniamo ad approfondire la questione che più preme le mie viscere, ovvero la considerazione del ruolo del critico cinematografico nel mezzo della piena bufera scatenata dalla rivoluzione (per modo di dire) digitale. C’è più di una persona, ad avvicendarsi dietro agli appositi microfoni, che potrebbe sfatare qualche segreto o donare un po’ di pozione magica, qualche antidoto alla crisi esistenziale che ci attanaglia così atrocemente da diversi anni a questa parte. Insomma, la critica sul web, dopo aver incrementato a dismisura la possibilità di opinione, farà di esse qualcosa di valido o no? Comincia Marianna Cappi di Mymovies: «Non bisogna autocommiserarsi pensando unicamente al passato (vaglielo a dire a Ferzetti, ndr). Mymovies ha circa 7 milioni di utenti fissi ma solo una minima parte di essi va a leggere le vere recensioni. Il dato che emerge per primo è quello che vede la gente preferire le brevi sinossi, i giudizi immediati e le piccole curiosità informative alle critiche analitiche (non vorrai mica continuare davvero a pensare al popolo sovrano? ndr). Gli unici veri lettori rimasti nel campo delle riviste cinematografiche sopravvissute sono i critici stessi. Non essendoci specializzazione, per larga parte, in ciò che circola online, il web non si pone minimamente il problema di fornirsi o anche solo seguire un critico competente. Nessuno vuole più davvero seguire la critica (parla per te e per il tuo popolo sovrano, ndr) perché ormai è sufficiente soltanto un misero giudizio da 140 caratteri (non per me e per chi come me, ndr). Certo, essendoci spazio per tutto, il critico non è comunque esonerato dal suo ruolo. Ma vivere con lo spettro dell’appiattimento non colpevolizza unicamente l’ambito della critica, bensì deriva da un complessivo impoverimento della lingua e delle esigenze di usufruire di scritti critici. Sul web il critico può distinguersi, ma proprio distinguendosi, quindi facendo valere la sua competenza, rischia di sfociare nell’incomprensibilità e, di conseguenza, nel dimenticatoio della non considerazione. Sta di fatto che il risultato più evidente, a livello mediatico online, consiste in un continuo parlarsi addosso privo di cognizione. Di mio posso offrire uno spunto, cioè quello di concentrare la funzione del critico sull’amplificazione della capacità di descrivere il piacere o il dispiacere che traggo da un film, non limitandomi, dunque, ad offrire solo una competenza di pensiero e scrittura, ma tentando di tradurre le emozioni che un film provoca per espatriare dal solo ruolo tecnico-analitico. Credo che in questo modo si possa sviluppare il linguaggio critico in una direzione che possa godere di una maggiore attrattiva, dal momento che non si limita ad analizzare un prodotto ma estende il suo giudizio a livello percettivo. Insomma, puntare non su un’oggettività piatta ma su una lucida soggettività di scrittura».

L’idea non è malvagia, a maggior ragione se comincia seriamente a dare inconsapevole seguito a tutte quelle mie supposizioni passate che, quindi, non sarebbero unicamente frutto di follia romantica tardo adolescenziale. Il nesso principale, infatti, sempre in barba al popolo sovrano consumatore non eccezionalmente competente, sarebbe sempre e solo un unico e fondamentale bisogno cognitivo: «Ci sono tantissimi film – sostiene, infatti, la Cappi – che non hanno affatto bisogno del nostro lavoro perché sono immersi in una promozione sterminata. Ma ci sono anche tanti altri film più piccoli e più importanti a livello culturale che solo il critico competente sa e può divulgare qualora fossero validi, perché detiene gli strumenti adatti a decodificarne il linguaggio e diffonderne il suo senso e il suo significato».

Insomma, niente di particolarmente nuovo: è fondamentale mantenere quel minimo di autorevolezza imprescindibile per orientare lo sguardo del consultatore intermediale medio, anche saltuario, al di fuori del melmoso calderone di una realtà (soprattutto nazionale) dove tutti sono tutto in qualsiasi momento. E il grado di autorevolezza e credibilità di un critico, naturalmente, è direttamente proporzionale alla sua preparazione e alle sue capacità di scrittura.

Proprio la possibilità immediata di avere a disposizione uno spazio infinito presuppone (o, meglio, spera) che quella capacità di autorevolezza e dimostrazione di valore emerga non tanto a livelli tali da organizzare eventuali “pride” di piazza, come vorrebbe la visione “cool” narcisistica di Federico Pontiggia di Cinematografo.it (con il quale sono d’accordo almeno sulla necessità di eliminare i cosiddetti “bimbiminkia” dalle anteprime alle quali vengono invitati solo per creare rumore e scompiglio su film che, di per sé, non hanno potenzialità culturali capaci di attirare l’attenzione), quanto (udite, udite) per riprendersi il suo principale ruolo di scrittura e analisi pedagogica capace di prendere per mano lo spettatore e guidarlo a dovere laddove non sa o non può addentrarsi perché privo dei mezzi che proprio il critico deve insegnargli ad usare nel suo approccio con un grande schermo differente dalla normale amministrazione.

Proprio sul fattore pedagogico a tutto tondo (sia in sede di istruzione che professionale) mi sono molto soffermato in tutto quello che ho sempre detto da quando svolgo il ruolo di critico cinematografico (delegittimato o meno, non importa), tanto da farne punto fondamentale anche nel mio Manifesto per una Nuova Critica Italiana. Credo, insomma, di avere un quoziente intellettivo almeno sufficiente se anche l’esperta e pluripremiata produttrice Francesca Cima ammette che «quando negli anni ’80 e ’90 il cinema italiano era a pezzi, l’unica fonte di resurrezione proveniva proprio da quella preparazione critica che il cinema lo ha un po’ rinsavito anche producendolo. Per tornare a posizionare il cinema – non solo italiano – su un gradino importante a livello di fruizione, occorre saper educare le generazioni future alla giusta ricezione del prodotto, selezionandolo a dovere tra mille altri potenzialmente inutili a tale scopo. Il tutto, ovviamente, senza alcun fine politico. Oggi chiunque ha l’occasione di vedere tutto quello che vuole attraverso la rete: a maggior ragione, bisogna necessariamente fornire gli strumenti interpretativi utili a sapersi orientare qualitativamente. Il critico, insomma, deve aiutare lo spettatore medio a maturare un occhio diverso dal solito e superficiale sentire e vedere comune».

Il problema rimarrà, però, sempre vivo e vegeto laddove a una stragrande maggioranza di individui nostri connazionali non importa un fico secco di usufruire di un prodotto di qualità perché triste, noioso, angosciante e altezzoso (ma già ho parlato anche di questo negli scritti precedenti). Fatto sta che, fino a questo momento – sono passate almeno due ore di incontro – l’unico argomento degno di considerazione sembra proprio essere quest’ultimo, ma rimarrà privo di una particolare soluzione proponibile, visto che non ci sarà praticamente più bisogno di star seduti lì in mezzo una volta assaporato il limbo astratto in cui ci si ostinerà a dimorare fino alla fine – cioè altri novanta minuti almeno. Già, perché ora, attenzione, è il turno del regista Paolo Virzì.

«Leggo sempre non proprio tutto ma moltissimo di quello che scrive la critica e senza particolari distinzioni, vado da Mereghetti al cosiddetto “bimbominkia” (mh, ndr). Una volta litigavo molto coi vostri colleghi, ma lo facevo perché mi interessava il loro parere, per me era importante. Oggi tutto questo quasi lo ignoro perché non mi piace infierire su chi non naviga in buone acque (prendi per i fondelli, Virzì, con quel faccione pacioccone? ndr). Però vorrei che ritornasse proprio quel piacere di litigare perché significherebbe mantenere interesse e libertà di espressione appassionata (1: che c’entra?; 2: torniamo in argomento, per cortesia?, ndr). Ora, io voglio bene a chi ama il cinema e cerca di raccontarlo, ma non apprezzo molto lo scrivere difficile, accademico, perché è anche vero che c’è un mondo enorme anche fuori da quella roba lì. Voglio dire (testuali parole, ndr): le pippe son belle ma è bello anche trombare. Ad ogni modo, voi siete fondamentali e il cinema non esisterebbe veramente se non venisse raccontato».

Tralasciando quest’ultima frase (perché non è precisamente così: ogni film che si desidera vedere va visto, punto e basta; magari non compreso bene e, quindi, successivamente letto se proveniente da chi ha più strumenti analitici), pare proprio che Virzì stia dalla parte del popolo sovrano (forse anche facendo film di un certo “impegno” politico, chissà perché, proprio in un periodo come questo) lanciando frecciatine ai colpevoli di quelle fatidiche “pippe mentali” e, di fatto, stroncando sul nascere praticamente tutto quello che si sta cercando di mettere in tavola. Virzì caro, qui non si parla di “pippe mentali” ma si cerca un modo di renderne fruibile una fetta importante a una più vasta schiera di potenziali interessati (eccome se ce ne sono, qui in Italia), perché, come lei non può far finta di non sapere, proprio quelle “pippe mentali” hanno creato tutta la base teorica e pratica sulla quale lei e molti suoi colleghi si vantano di esser nati e cresciuti. Insomma, quello di Virzì è un po’ l’atteggiamento che si usa denominare – passatemi il termine, solo per un attimo – “paraculo”, dotato anche di un certo fegato nel sostenere che «il cinema di semplice intrattenimento viene ignorato o sbeffeggiato dagli strumenti più ermeneutici della critica di settore, così come si rischia di elogiare prodotti molto scadenti». Una domanda, Virzì: su quale pianeta si trovava, esattamente, fino a una mezzoretta fa?

Un piccolo siparietto, poi, tra lo stesso Virzì e Ferzetti incentrato su alcune righe spese da quest’ultimo in favore del finale di un precedente film del noto regista, conferma quello che speravo di trascendere almeno in occasione di quest’incontro, e cioè che la testimoniata assenza di imparzialità tra critica cinematografica imperante (quella dei noti quotidiani nazionali e delle penne la cui firma rasenta la celebrità chissà per quale motivo, al di là della preparazione personale) e artefici di produzione artistica popolare fervidamente rappresentati dal buon Virzì (chi più di lui a cavallo tra qualunquismo e pseudo-impegno sociale? Tu rivediti per bene Ferie d’agosto – opera seconda –e poi ne parliamo, se vuoi) regna incontrastata tra le alte sfere dirigenziali di coloro che dovrebbero essere i padri della nuova generazione di critici alla quale dovrei appartenere anch’io – con annesso discorso sulla conseguente inaffidabilità della critica regolarmente stipendiata.

Nasce e cresce in cuor mio, in definitiva, un solo ed unico quesito: che senso ha tutto questo? È servito a qualcosa questo pseudo-convegno, oltre a far incontrare i soliti noti (tranne me, l’eccezionale Raffaele Meale di Quinlan.it – per me il miglior sito di critica nazionale in assoluto – e un altro paio di miei coetanei) per una sorta di aperitivo pre-pranzo (anche quasi inneggiato proprio da Virzì in finzione di un calo ipoglicemico più volte chiamato in causa)? Perché di questo si è trattato, in sostanza: un inutile e squallido Crodino al tavolino di un bar di classe.

Dirai “vabeh, adesso non esageriamo”. Sarà, ma qui non sono stati nemmeno ipotizzati problemi di un peso e di un’imponenza ben più fondamentale, che esistono e fanno ancora più male della deriva deontologica di questa professione. Unico su tutti, il concetto stesso di retribuzione. Tranne me, Meale e quell’altro paio di giovani critici cinematografici (la cui organizzazione interna nei rispettivi siti, ovviamente, non conosco, quindi non so per certo se percepiscono uno stipendio o quanto altro; di certo non se la passano in tranquillità come gli altri presenti pur divorandosi il loro quoziente culturale), in quella sala erano presenti unicamente professionisti anche blasonati e comunque non direzionati quotidianamente a lottare contro i morsi della fame sia concreta che professionale, quindi incapaci – come si è visto – non di affrontare il problema della retribuzione (il problema principale, ancora più grave di quello dei “bimbiminkia” che ne è una derivazione: uno stipendio riconosce una professione, quindi eccome se differenzia e autorevolizza) ma anche solo di ricordarsi o immaginare che esista, come esiste – in merito – tutta una serie di direttive schiaviste soprattutto nell’ambito della professione in luogo digitale.

Certo, questo incontro era apertissimo a pubblico e addetti ai lavori, quindi – doveroso prenderne atto – dove era finita tutta quell’altra schiera capitolina di colleghi lamentosi? Ma nell’arco di tre ore e mezza di discorsi, non si è fatto altro che accennare a ipotesi di soluzione unicamente deontologica della questione (lasciamo perdere la baggianata del “pride” che è meglio; ulteriore testimonianza di disinteresse puro alla concretezza della questione), fattore che non si pone più di tanto al cospetto di un coefficiente di credibilità sufficiente dal momento che nessuno, tra i presenti, sente realmente sulla propria pelle il dilemma vero e profondo di una professione delegittimata e quindi – questo vi è sfuggito – per niente retribuita come più niente e nessuno nell’ambito giornalistico, cartaceo o digitale che sia.

In sala sono presenti anche esponenti del SNCCI. Bene: perché non si è smesso per un solo misero secondo di propagandare la presunta efficienza della Settimana della Critica per vedere, invece, di organizzare una corposa discesa in piazza finalizzata a pretendere l’assimilazione della professione critica cinematografica nuovamente a considerazione di lavoro retribuito su tutti i suoi possibili versanti? Il sindacato non è quell’organizzazione che dovrebbe tutelare i diritti del lavoratore, più che organizzare eventi? Magari mi sbaglio, non so. Tra l’altro, qualora si scendesse in piazza – e me lo ricordo bene perché ero presente – si finirebbe per fare la solita figura degli imbecilli abbandonati al proprio destino, perché quelli che ci credono davvero e hanno bisogno legittimo di dignità e regolamentazione professionale – come il sottoscritto e suoi pari – sono in numero nettamente inferiore rispetto a quella vasta schiera di scienziati stipendiati che, prima e dopo una corposa riunione di quel fantomatico Comitato Centoautori (a proposito: che fine ha fatto?), altro non desiderano se non un bell’happy hour da 10 o 12 euro al bar proprio dietro la Casa del Cinema di Roma.

Ecco cosa è stato, questo incontro: un happy hour tra amici e conoscenti. Si è accennato a qualcosa di intuitivamente propositivo, certo, ma soprattutto si è parlato, parlato e ancora parlato senza mai giungere ad una soluzione che non fosse unicamente deontologica.

Ognuno ha raccontato le proprie esperienze che non c'entrano ormai più un bel niente con quelle di noi giovani critici del futuro che di padri (professionali o anche solo spirituali), al contrario di voi con i vostri Cahiers, non ne abbiamo mai avuti (no, non siete nemmeno voi), e se siamo arrivati ad averne uno o due è solo perché abbiamo sofferto mortalmente scavando tra le sabbie mobili di una realtà che non ci appartiene del tutto e che forse nemmeno ci accetta (a cominciare da voi e dalla scarsa capacità di considerazione). Intanto la vera critica cinematografica (ma non solo) italiana non è al caffè ma al pisolino dopo l'ammazzacaffè. Perché, poi, ad offrire l’opinione autoriale in merito alla critica di settore, c’era Paolo Virzì e non – che so – Leonardo Guerra Seràgnoli o Lorenzo Sportiello, (magari già un po’ economicamente possibilitati – uno vive a Londra, l’altro ha la sua attrezzatura – ma) due veri giovani pionieri di coraggioso rinnovamento cinematografico italiano? Non ci è dato sapere. Intanto voi chiacchierate e pranzate in buona compagnia, bisticciate, puntualizzate su questa o quella espressione, su questa o quell’altra parola spesa, sulle righe a vostra disposizione che, tra le pagine del vostro celebre quotidiano, da 90 si riducono a 18. Nel frattempo, avete dato a questa giornata lo stesso senso che Woody Allen dava al test di Rorschach.