39 steps

20 Marzo Mar 2015 1308 20 marzo 2015

L’istinto inconsolabile. Intervista a Luca De Pasquale

  • ...

Malgrado ne possegga uno e nonostante tu stia leggendo queste mie nuove digressioni, caro lettore, proprio su uno schermo di computer, anche se collegato ad un noto quotidiano online, il sottoscritto non si è mai reputato seguace o anche solo semplice lettore di quella nuova metodologia di esposizione autoreferenziale denominata “blog”. Trattasi di una non-metodologia il più delle volte antiletteraria che, spesso e volentieri, non fa altro che sovraesporre una certa mediocrità divenuta, ormai, d’uso comune e, peggio del peggio, entrata con passo felino a determinare le dinamiche generali anche in ambiti all’interno dei quali dovrebbe essere severamente proibito e sanzionato l’impavido predisporsi ad una sciatteria di pensiero francamente poco salutare. Da un po’ di tempo a questa parte – credo, ormai, diversi anni – mi ritrovo a seguire, però, anche se non costantemente ma in scia di una curiosità destata in me dagli scritti che esso contiene, un blog in particolare. No, non si tratta di esternazioni politiche servite su piatti scelti e invocati dagli stessi usufruttuari. No, non si tratta nemmeno di corbellerie erotiche miscelate alle plastiche esistenze da set fotografico che non si avrà mai il piacere di esplorare realmente perché, semplicemente, non esiste. “E che sarà mai, allora?”, chiederai giustamente, caro lettore. Spiego.

Fumo, inchiostro e basso” è il blog di Luca De Pasquale, uno scrittore vero. Sai, uno di quelli per cui scrivere – ma anche ascoltare e vedere, nel senso più umanamente profondo – è davvero una ragione di vita. Lo so, detto così un po’ suona male e un po’ sembra un luogo comune al seguito di un blasfemo sdoganamento della dicitura. Ahimè, però, è proprio così, prendere o lasciare. Dirai “vabeh, ho capito, questo è un altro che usa gli eccessi di libertà della rete per mettere in mostra doti che non ha”. No, caro lettore, ti sbagli veramente di grosso, almeno stavolta.

Luca lo conobbi per vie indirette. Inizialmente non ci feci molto caso – magari, chi lo sa, colto da un accenno di quello scetticismo che ti sta letteralmente divorando in questo preciso istante, se non proprio nell’esistenza in generale – ma pian piano mi accorsi che, leggendo anche solo poche righe di una qualunque sua pagina virtuale, c’era seriamente qualcosa di più. Leggi qui, leggi là, non ricordo bene nemmeno io come ma ci siamo ritrovati a non esserci ancora mai visti – se non inconsapevolmente – eppure, sembra strano ma è così, a condividere una stima reciproca – sia umana che artistica nel suo senso più puro e genuino – con davvero pochi precedenti. In Luca ho sempre riscontrato una sequenza di interessi talmente sconfinata e viscerale – in tutti i settori che anche io amo a dismisura – da risultare inestinguibile e viceversa. Stiamo parlando, cioè, di quel tipo di essere umano al quale è riservato sempre meno posto su questo pianeta e un ruolo sempre meno concreto – come concreto, invece, un individuo così dimostra di essere giorno dopo giorno semplicemente vivendo – in una società tragicamente “liquida” e oltraggiata nel comune senso dell’intendere il proprio stesso stare al mondo.

Solo pochissimo tempo fa parlavo con lui di come sia stata interessante la sua scelta di sfruttare anche quel genere letterario nascosto che è l’intervista per proporre al mondo, gratuitamente, tutta la propria capacità di analisi esistenziale e tutto il proprio desiderio di accrescimento di curiosità e ricerca personale. Già, perché è la curiosità, non l’ossigeno, ad essere il vero elemento vitale di un individuo, senza il quale sarebbe meglio chiudersi docilmente in una bara molto presto, praticamente adesso. In risposta, siamo finiti a concordare un’intervista su di me, con mio non celabile stupore visto che non sono chissà chi o chissà cosa. Fatto sta che l’evento ha generato in entrambi una serie di stimoli intellettuali talmente vasta che, ovviamente, non potevo esimermi dal sottovalutare ricambiando il favore.

Luca, direi di partire anche qui in modo – diciamo – tradizionale, ovvero dalla genesi delle tue passioni che penso siano quasi pari alle mie, se non di gran lunga superiori. Siamo sempre nel campo di musica, cinema, letteratura e – azzardo – arte figurativa?

Sì… ho iniziato praticamente da bambino a leggere in modo massivo e compulsivo, grazie a mio nonno che era un lettore onnivoro e al fatto che non mi piaceva uscire e giocare con gli altri bambini. Vivevo in un mondo tutto mio, sognavo e poi cercavo di recuperare qualche sogno nella realtà. Il modo migliore per farsi prendere a pugni da subito. Poi ho scoperto la musica, partendo dall’heavy metal (che mi è sempre rimasto un po’ addosso, anche oggi che lo trascuro) per arrivare a molto altro. Il cinema è stata la terza musa, e sono partito da “Ultimo tango a Parigi” da adolescente; infine, ma è più una passione matura, sono arrivate le arti figurative che adesso mi sono fondamentali per l’ispirazione, ma che mi vedono ancora umile e curioso cadetto. Però voglio dire che la passione principale dev’essere una: la vita. Anche quando ti prende a calci e non mantiene le promesse. Da questo parte tutto, e tutto può svilupparsi.

Sei principalmente uno scrittore. Mi viene istintivo chiederti da dove nasce quello che percepisco essere un vero e proprio istinto inconsolabile, cosa cerca di raggiungere e in che modo.

Mi piace molto la tua definizione di “istinto inconsolabile”. Lo è. Non basta mai, brucia, fa un male cane e chiede continuamente carne, cibo, visioni. Non mette pace e non celebra tregue, la scrittura; incide a fondo, prima di scrivere sono come un animale ferito, sono quasi cieco. Non è esaltazione, anzi; è un bisogno primordiale che si espleta brindando con spettri, fantasmi, demoni. Forse, banalmente parlando, è dolore che chiede di essere messo in riga, ma dolore rimane. Tentativo, volo destinato allo schianto. Per questo non mi piacciono gli scrittori trionfi, esagitati, che spacciano per spirito positivo la loro predisposizione ad una vanità “pragmatica”. Ho un rapporto trascendente con la scrittura, può darsi anche che sia solo un girare attorno ai desideri più nascosti e quel senso di lotta che sembra sogno, ma confina pericolosamente con la nausea.

Siamo d’accordo sul fatto che musica e scrittura, principalmente, godono di un legame indissolubile l’una con l’altra. Spiegami, però, come lo vivi tu nel profondo, questo legame.

Non scrivo senza musica. Ho sempre scritto ascoltando qualcosa. Scelgo i dischi a seconda di quel che voglio scrivere, o devo, nel caso di qualche consegna. Quando presentai il mio primo libro, nel remoto 2004, dissi subito che mi ispiravo più a musicisti che a scrittori. Se dovessi dire, per citare due adorazioni assolute, chi buttare dalla torre tra Henry Miller e Mark Sandman, penso che lascerei Sandman. Infatti, nel mio piccolo, e senza credermi un vate della contaminazione, attribuisco alla mia scrittura dei veri e propri “periodi”, fasi legate ad un genere. Nel 2014 ho scritto vivendo un periodo hard e metal, oggi credo di essere finito (con gioia) in una fase punk e grunge. Dalla musica spesso nasce l’idea, ed è la musica che mi accompagna quando scrive. E teniamo presente che un uomo che scrive è in quei momenti la persona più sola dell’universo.

Il tuo blog, “Fumo, inchiostro e basso” (che in precedenza, se non vado errato, indicava “fughe” come terzo enunciato), lo vedo come una sorta di coacervo per traduzioni letterarie di stati d’animo e ideologie esistenziali, ma propone spesso anche interviste estremamente appassionate – come la nostra e molte altre ben più importanti – nonché recensioni o anche solo consigli visivi su passioni, ascolti, tasselli di vita emotiva legati indissolubilmente a opere di vario stampo. Visto che – come credo ma correggimi se sbaglio – ospita sempre e comunque elaborati che non entrano a far parte di quello su cui invece lavori in separata sede per idee di pubblicazione o quanto altro, che idea hai del concetto stesso di blog e quale finalità, eventualmente, gli prescrivi?

“Fumo, inchiostro e basso” (ex fughe, sì…) è la mia area di libertà. Scrivo veramente quel che diamine mi pare, senza temere conseguenze o rifiuti. Conseguenze che arrivano lo stesso, visto che buona parte di chi mi legge tende a cadere nella trappola dell’identificazione totale tra persona e scrivente (blogger). Scrivo in prima persona, sì, e con tratti autobiografici marcati ed esagerati, ma non c’è una totale convergenza. Altrimenti non potrei nemmeno definirmi scrittore. Se scrivo di pompini, non è che ne voglia uno per forza; se scrivo di persone stupide –e lo faccio spesso- non è detto che io alluda a quella incontrata ieri (magari è l’altroieri…) Ad un certo punto ho deciso di ampliare la cosa, utilizzando le mie conoscenze musicali ed i miei contatti per non far diventare il blog un mero spazio di (finto) sfogo autoreferenziale; in questo momento ti direi che c’è troppo caos sul mio blog, e infatti sto per lanciare un sito apposito dedicato al basso, al contrabbasso e al rock in genere: il suo nome è “Bass, My Fever”, sarà prevalentemente in inglese e sancirà la separazione con le riflessioni e le ispirazioni del blog. Quando scrivo per pubblicare, scrivo in modo sostanzialmente diverso, non saprei nemmeno come spiegarlo accuratamente, ma è una divaricazione benefica.

Personalmente ho sempre considerato l'intervista come genere letterario e mai come un futile pro forma a cui attenersi per lasciar parlare l'interlocutore restando impassibili e limitandosi a registrare risposte su risposte. Mi riferisco al concetto di intervista che contempla una derivazione come 'inter' (fra) e 'visere' (andare), quindi penetrare a fondo tra le righe di un’anima, più che tentare continuamente di reperire semplici informazioni. Tu come la vedi?

Sono d’accordissimo con te. Mi è capitato di fare interviste davvero povere di contenuto, non certo per la pochezza delle persone (l’altro e anche io), quanto per la vecchia e sporca abitudine di considerare l’intervista, l’incontro, come un momento pubblicitario, un passaggio in vetrina con un cappello eccentrico e nulla più. Cerco di scegliere musicisti ed artisti che non si straparlino addosso e che non inizino a torturare il lettore con lunghissimi elenchi accademici. L’intervista dev’essere creativa, uno scambio, un feedback continuo, e un tacito gioco di complicità tra l’intervistatore e l’intervistato. Mi interessa quel che spinge un artista ad esprimersi, non quanti complimenti e recensioni abbia ricevuto, e amo i musicisti, in particolare, che sono consapevoli della loro portata e del loro senso, senza sdrucciolare su facili slogan (“il rock è tutto”, “il jazz è arte”, etc). Non sono un giornalista, quindi non saprei dirti cosa sia opportuno fare per un’intervista ideale, ma l’istinto mi dice che deve trattarsi di uno scambio e non di bocche che si parlano, ognuna con il suo rosario privato, il chiusissimo mondo del risultato da ottenere.

Parlando allo scrittore, mi verrebbe automatico chiederti giudizi e riflessioni sulle tue opere in circolazione. Percepisco, però – non so da dove ma lo sento – un certo distacco da esperienze probabilmente considerate passate e, di conseguenza, appartenenti a un contesto esistenziale differente rispetto a quello attuale. Senza pretendere anticipi informativi di alcun tipo – capendone la sacrale riservatezza – vorrei chiederti cosa bolle in pentola dal punto di vista letterario o, almeno, che idea hai della tua letteratura oggi.

Percepisci più che bene. Per me è cambiato tutto, ed ho effettivamente preso le distanze da quel che ho scritto fino ad ora, blog escluso. Il mio primo libro era figlio di una provocazione, di una ribellione, non lo rinnego ma aveva una giocosità che non mi appartiene più. Diciamo che quel libro era come il primo disco dei Red Hot Chili Peppers, con tanto di calzino genitale per fare effetto… a cavallo tra il 2005 ed il 2009 sembravo uno di quelli che stava per fare il “grande salto” e invece mi sono ritrovato a dover ripartire da zero, probabilmente per errori miei e per scarsa empatia ambientale, chiamiamola così. Credo che sia stata una lezione più che utile. Ti ritrovi solo, se vogliamo anche screditato, ti accendi una sigaretta, ti cali il cappello sugli occhi e ricominci. La gente dimentica velocemente e facilmente, tanti lettori vivono principalmente di suggestioni e di sensi di appartenenza, ma io trovo questa roba un ricatto noioso, è bello ricostruirsi dopo un’autodistruzione implacabile. Ho del materiale nuovo, non ti dico altro. E ne avrò ancora, perché adesso sono in una fase della mia vita che somiglia alla scena di una piccola piazza dopo un incendio doloso. La prima cosa che devi ricomprare è una sedia, poi una macchina per scrivere e forse l’anima, se capisci chi è che te ne può vendere una porzione che ti ricordi la precedente.

Poi c’è tanta gente che si preoccupa di risultare o meno uno scrittore, e di avere credibilità pubblica, riconoscimenti, ma così facendo si finisce inevitabilmente per stravolgere quello che si ha dentro. Quando mi dissero che con il secondo libro dovevo piacere e sedurre, mi sono sentito solo un povero stronzo, che avrebbe dovuto scegliere la migliore camicia per l’ennesima presentazione con pacche sulle spalle e “utili connessioni”. Non mi sento uno degli “autentici”, sono solo stronzate, quel che vedo però è che oggi scrive – e pure molto – anche chi non sente davvero di voler dire qualcosa, semmai solo di raggiungere. Non si sa cosa, visto che piccole scorciatoie per l’inferno ce le portiamo comunque nel letto, nei vestiti, nei sogni, nella fiducia che ci diamo e che crediamo di concedere.

Passiamo alla musica e, nello specifico, allo strumento che – credo – di più ami in vita: il basso. Parlami di questo amore così viscerale. Da dove viene? Come e perché la curiosità nei suoi confronti supera quella per altri strumenti? Hai, penso, una devozione talmente inarrivabile nei confronti, soprattutto, del quattro corde (ma anche meno, vista la tua ammirazione particolare per Mark Sandman e i Morphine) da amarne ogni vibrazione in ambiti anche completamente opposti come, da una parte, i ruggiti di Tom Araya e, dall’altra, le pregevolezze di Scott LaFaro tra gli altri.

Il mio amore per il basso è qualcosa di violento e di ancestrale, qualcosa che mi ha travolto da subito. Ascoltavo i Power Station a tredici anni e mi resi conto di fare caso quasi solo a John Taylor (o Bernard Edwards degli Chic, secondo le leggende). C’è stata una fase della mia vita in cui ero schiavo della mia sete di conoscenza, ed ascoltare il basso nella musica era davvero droga. Ho pagato il mio tributo a Jaco Pastorius, a Steve Harris degli Iron Maiden, a Mingus e LaFaro, dopo un percorso lunghissimo, che potrei contare nel passaggio tra le mie mani di centomila dischi, oggi mi ritrovo ad amare bassisti dei quali apprezzo più il sound, l’idea, l’amalgama strumentale, che la tecnica. Infatti, rispetto alla post-adolescenza, i bassisti virtuosi mi annoiano. Oggi, citando alla rinfusa quelli che adoro di più, ti direi Steve Kilbey, Mark Sandman, Douglas McCombs, Bent Saether, Jonathan Maron e molti altri, più di sostanza che di esibizione. Non è un caso che sia relativamente da pochi anni che ho imparato ad amare Paul McCartney. Prima non ero pronto, e mi comportavo al riguardo come un arrogantello idiota, pronto ad urlare i nomi di Stanley Clarke e Jeff Berlin ai mccartneyani… Credo di dovere tantissimo a Jack Bruce, per me un vero e proprio faro. Flea è un grande, mi piace più oggi che quando slappava come un folle agli inizi, Les Claypool è un genio imperscrutabile, Mike Watt è stato incredibile con Minutemen e Firehose… per me il basso e il contrabbasso reggono le strutture e squarciano il velo della melodia, sono la casa della musica. Ovviamente, apprezzo anche altri strumenti ma è vero che focalizzo l’attenzione principalmente sul basso. Sandman non era tecnicamente impeccabile, al di là del voluto basso slabbrato a volte risultava impreciso, ma la sua creatività e la capacità di essere magma e base erano incredibili. Anche Rob Wright dei Nomeansno non è certo il bassista più “pulito” in circolazione, ma la sua veemenza propulsiva è rimasta ineguagliata. Per anni ed anni ho ascoltato tonnellate di assoli slap e lunghe masturbazioni al fretless, oggi ci trovo sempre meno senso. Un disco di 57 minuti di deliri slap’n’thumb non ha futuro e ragione, molto meglio tornare ad ascoltare il leggendario Larry Graham e rivalutare i dischi dei Level 42, che al di là dell’innegabile leggerezza contavano su un basso, quello di Mark King, terrificante per tecnica e presenza.

Nella precedente intervista su di me, abbiamo constatato una differente idea nei confronti del concetto stesso di mito, idolo o eroe. Tocca a te, ora. Spiegami, invece, il tuo preciso punto di vista verso coloro che conservi nel tuo personale Olimpo interiore.

Credo di dover usare la definizione di “figure di assoluto riferimento”. Ho una particolare propensione a quelli che reputo gli angeli caduti, quelli che secondo me non hanno avuto il tempo di compiersi, quelli che erano talmente dilaniati da non riuscire a gestirsi con cura e calma. Sono figure alle quali sono devoto e che cerco di agganciare umilmente in una sorta di continuità emozionale. Patrick Dewaere, Valerio Zurlini, Jaco, Mingus, Stig Dagerman, Layne Staley, l’ossessione Mark Sandman… verso queste figure provo un senso di gratitudine e un sentimento di ispirazione da rielaborare… cerco di non mitizzare in senso generico, tant’è che non apprezzo quelli che venerano reliquie inutili, pensando possano contenere chissà quale magia inespressa. Mi piacciono quelli che non ce l’hanno fatta, pur avendo – apparentemente – tutte le carte in regola per diventare stelle e godersela. I percorsi interrotti sono un laboratorio di germogli permanente. Basta attingere senza paura, e poi rielaborare. Necessariamente.

Credo che per ogni grande appassionato di musica, cinema, letteratura o quanto altro ci sia, nella vita, un preciso periodo in cui cala su di lui una sorta di benedizione che gli apre le porte verso orizzonti fino a quel momento, per lui, impensabili o comunque ancora inesplorati. Il mio, come ti dicevo nella precedente chiacchierata, fu prevalentemente discografico. Ce n’è stato uno anche per te, sotto qualunque aspetto artistico?

Credo di aver vissuto quel periodo aureo mentre lavoravo nella grande distribuzione, con il naso turato. La smania di uscire da un ambiente asfittico, mefitico, compromissorio, mi ha spinto verso l’arte come una fionda ed ho per questo desiderato l’approfondimento sistematico e devoto di tutto quel che mi appassionava. Fino ai 27-28 anni ero imbevuto di nozionismo e devozioni sparse, ma non avevo imparato davvero a scendere fino al fondo, ad esplorare collateralmente cause e concause. Anche io posso legare questo momento magico principalmente alla musica, proprio per quel che ti dicevo prima, la musica spingeva verso il resto. Sandman mi ha spinto verso Eric Bogosian, i Tuxedomoon verso le arti figurative, il grunge mi ha riportato sulle sponde degli Angry Young Men, Scott Walker si è chiamato Knut Hamsun… periodo che posso delimitare al lustro 2002-2007.

Che cos’è, per te, il cinema?

Come ti risponderebbe Stéphane di “Un cuore in inverno”, il cinema è il sogno, o almeno parte del sogno. Sogno di espressione e di non inutilità. Forza visiva, potenza dello sguardo. Ma anche strumento di ribellione alla passività, presa di posizione rispetto al lassismo della vita quotidiana. Posso dirti che Sam Peckinpah e Valerio Zurlini mi hanno davvero cambiato visuale, mi hanno spinto in territori anche interiori di cui non supponevo nemmeno l’esistenza.

Esterno giorno, o sera. Io cammino per una strada non molto affollata di città indefinita. Mi fermo davanti a un negozio di dischi di stile statunitense sopravvivente, di quelli che hanno un piano inferiore strapieno di gemme polverose. Magari siamo a San Francisco o zone simili. Ti chiedo se posso dare un’occhiata in giro, acconsenti. Nel negozio ci siamo solo io e te. Dopo un po’, diciamo venti minuti, io sono ancora lì che spulcio vinili, osservo le preziosità sulle pareti e passo in rassegna titoli su titoli scegliendone alcuni e tenendoli sottobraccio mentre proseguo l’esplorazione. A quel punto, tu cosa fai?

Domanda molto carina… perché io sono un fissato con i dischi, ma davvero dipendente, ma prim’ancora sono un venditore di dischi. E quindi conosco bene le sensazioni che si vivono quando ti entra qualcuno in negozio ed inizia ad aggirarsi lungamente per stanze e sottostanze. Posso dirti certamente che ti verrei incontro, ed in qualche modo, come solo gli appassionati seriali di dischi sanno fare, parleremmo, ci confronteremmo. L’unico problema potrebbe essere rappresentato dall’eventuale orario di chiusura ed una mia annunciata fine turno, in questo caso ti inviterei – ma senza fastidio – a proseguire la scelta il mattino seguente… Lavorare in un negozio di dischi, ed io l’ho fatto per sedici anni, è come guidare un taxi di notte. Impari a conoscere il mondo, impari a riconoscere le persone. Distingui l’appassionato dal perditempo, l’innamorato dal maniaco autoreferenziale. Ma il piacere di comunicare, di esternare ed imparare dagli altri è il motore primario di questa professione ormai decaduta.

Vorrei chiudere anch’io questa chiacchierata, se mi consenti, chiedendoti di avanzare tutti i consigli che desideri in tutti gli ambiti artistici che ritieni necessario fronteggiare. Più o meno legati a una certa popolarità non ha eccessiva importanza: sono curiosissimo di sapere cosa si annida tra i meandri di un’intera vita emotiva che solo un profondissimo conoscitore come te sa rendere punto nevralgico anche agli occhi di terzi. Mentre mi preparo a ricevere tutta la sostanza del caso, ti ringrazio infinitamente per tutto questo nostro scambio di idee e opinioni e, in tutta sincerità, non ti nascondo una certa curiosità nell’ipotizzare produzioni a quattro mani.

Per produzioni a quattro mani, te lo dico dritto, ne sarei onorato e ne riparleremo certamente con grande piacere. Detto questo, mi sentirei di consigliare artisti che credo dovrebbero essere riscoperti e rivalutati. Penso a Mike Johnson, che dopo i Dinosaur Jr. ha iniziato una carriera di crooner disperato ed elettrico che non ha proprio nulla da invidiare al ben più celebrato Mark Lanegan. I suoi dischi per Up Records sono splendidi. Penso ai grandi Green Magnet School, autori di tre sfortunatissimi dischi di stampo grunge-noise-wave, dove “Blood music” è l’onda apicale; suoni taglienti, basso dadaista, chitarre devastate. Ma anche i Truly di Hiro Yamamoto, autori di lavori che mescolavano tutta l’aggressività del grunge e gli spazi aperti di un certo post rock dolente e ovviamente successivo. Altri gruppi da riprendere “in mano” sono per me gli HP Zinker (Mountains Of Madness su tutti), Count Zero (“Affluenza”), Fuck (“Pardon My French”), tutti gli Oceansize che riuscivano nel miracolo di essere emotivi/Radiohead-oriented e virulenti, gli sconosciuti East Ash (sembra di ascoltare un misto tra U2 degli inizi, Simple Minds, Bauhaus e Fields Of The Nephilim), il progetto post rock Isotope 217 su Thrill Jockey, l’intera discografia dei Sea&Cake di Sam Prekop, morbidi e implacabili, con i loro continui rimandi melodici; e da loro risalire agli Shrimp Boat (“Cavale”). Per la musica, infine, sto ascoltando senza sosta il nuovo disco dei Church, “Further/Deeper”, psichedelico e profondo, e sono in attesa dei cofanetti di Jah Wobble e dei Replacements di Paul Westerberg (opera omnia).

Per i libri, in questo momento consiglierei “Il grande imbroglio” di Gaston Criel (che fa ripensare ad Henry Miller), “Skagboys” di Irvine Welsh e “Niels Lhyne” di Jens Peter Jacobsen, quando Iperborea deciderà, come auspico, di ristamparlo. Per il cinema, che è certo più materia tua, mi limito a segnalare un regista, Nicolas Winding Refn, danese, e il suo attore feticcio Mads Mikkelsen, che ovunque appare lascia il segno.

Grazie Stefano…

Luca De Pasquale è nato a Napoli nel 1972.

Scrittore, blogger, esperto di musica rock, indie, metal, jazz, punk e avantgarde, ha al suo attivo una raccolta di racconti, “Tu non sai chi è Frank Ressel”, licenziata nel 2004 da Atì Editore, e due partecipazioni in collettive: “Napoli per le strade” (Azimut 2009) e “Se mi lasci non male” (Kairos, 2010).

Il racconto “L'eredità Crispi”, tratto da “Napoli per le strade” ha ricevuto menzione speciale nella recensione di Francesco Durante su “Il Corriere Del Mezzogiorno” ed è stato portato a teatro, insieme a tre altri racconti della raccolta, dalla compagnia di Roberto Azzurro.

Giurato nel 2012 per il premio letterario 'Parole in corsa', organizzato dal Comune di Napoli e dall'ANM, Luca è venditore di dischi professionista dal 1999 al 2013, specializzato in musica d'importazione, con particolare propensione al mercato giapponese, coreano e francese.

Attualmente freelance, è all'opera su nuovo materiale letterario.

Ha creato e gestisce il blog “Fumo, inchiostro e basso”, che si occupa tanto di narrativa quanto di musica, ed è in procinto di lanciare il sito “Bass, My Fever”, dedicato al basso elettrico e al contrabbasso in tutte le scene musicali.

Ha intervistato noti musicisti come Colin Hodgkinson (Back Door, Alexis Korner), William Kopecky (Kopecky, Par Lindh), Barend Courbois (Blind Guardian), Robin Zielhorst (Exivious), Joe Bouchard (Blue Oyster Cult).

Appassionato di libri, in particolare degli Angry Young Men e della letteratura americana moderna, della letteratura scandinava (Dagerman, Hamsun, Jacobsen, Strindberg