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10 Aprile Apr 2015 1746 10 aprile 2015

Escursioni letterarie vol. II – L’universo umano di Raul Montanari

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Se sei un vero scrittore o, a tutto tondo, un vero artista (ah che parolone, che bestemmia!), allora necessariamente hai una propensione visiva che sfiora un linguaggio prossimo anche (se non soprattutto) a quello cinematografico, almeno stando alle necessità narrative (e fondamentalmente umane) che partono dalla parola – qualunque sia la sua genesi – per confluire definitivamente nella creazione di immagini non per forza tangibili al tatto fisico perché disposte in un ordine assimilabile tramite un altro tipo di tatto, degnamente diverso da quello materiale.

Ben oltre la narrativa più seminale, se vogliamo, sopravvive una sua (non per forza) ramificazione che evade liberamente da ogni scomoda direttiva di genere per rivolgere il suo sguardo al di dentro, non alla forma che genera la sostanza ma alla sostanza che genera svariate forme, non obbligatoriamente percorribili eppure ben delineate in maniera paradossalmente non scritta ma percepita.

In questo, se vogliamo, non c’è moltissima differenza tra un particolare concetto di percezione – appunto – letteraria (ma anche musicale, figurativa, plastica, persino teologica) e cinematografica perché, in fin dei conti è proprio quel concetto di “cinesentire” (De Bernardinis docet in vie da setacciare comunque a dovere, pena una certa follia glossolalica fine a se stessa) a invocare a gran voce – e forse anche un po’ tra i denti – una fondamentale modalità di ricezione “altra”, ben diversa dal comune senso dell’acquisizione intellettuale nell’epoca dell’interconnessione accumulante.

Da buon individuo medio che al termine della sua onesta giornata di lavoro fa rientro nella sua ambita e accogliente dimora, se dopo cena, per chissà quale miracolo ma sentitamente incuriosito, decidi di vedere, mettiamo, un film diverso dal solito pescando tra un Tarkovskij, un Lynch o un Bergman prontamente serviti da uTorrent e automaticamente adagiati in una innocua cartella virtuale onnicomprensiva, non otterrai alcun risultato personale divergente dalla noia se lo sguardo che rivolgi allo schermo di televisore o personal computer parte dall’apparato oculare e non da qualcosa che ne fa unicamente un mero strumento dell’acquisizione di senso personale, interiore, prettamente umano. Cerchiamo di parlare di Arte, infondo, non di intrattenimento. Giusto?

Spolvero gli scaffali della mia libreria in compensato, qui alle mie spalle. Estraggo dall’ammasso di volumi la mia tesi di laurea. Soffio via dalla sua superficie in finta pelle blu economica altra polvere. Poi la apro a pagina 18, nel corso del paragrafo intitolato “Il cinesentire come recupero umano”, e d’un tratto mi ricordo del mio tentativo di rinsavire le menti della commissione accademica al profumo di estrapolazione, dalla superficie dello schermo, di «quell’ordine di senso compiuto che soltanto la necessità di condivisione delle proprie idee e, soprattutto, delle sensazioni umane ad esse strettamente legate, può trasformare in una narrazione […] capace di fornire allo spettatore […] tutti i mezzi etici possibili affinché possa aver luogo la rivelazione del vero concetto trasmesso e affinché possa avvenire quella sorta di risveglio individuale posto al centro dell’attenzione ideologica». Insomma, il nesso riguarda l’ «esprimere concetti, idee e opinioni attraverso la macchina».

Perché tutto questo? Come nasce? Perché nasce?

Raul Montanari, presentando una sua precedente opera letteraria, L’esordiente (citata non a caso, vedremo perché), puntualizzava su un trittico concettuale di valenza insindacabilmente esistenzialista: «La passione si nutre di inizi, la pornografia di ripetizioni, l’erotismo di sottrazioni». Cosa c’è di più appagante, per i sensi umani, del raggiungimento di un nuovo – e definitivo – punto di partenza che conceda di guardarsi alle spalle per poi proseguire senza più contemplare l’Euridice delle proprie più intime frustrazioni? E cosa c’è di più doloroso nella paura – se non nel terrore – riscontrabile nella consapevolezza di poter fallire nella ricerca di un fantomatico nuovo sé non avendo avuto in dono la capacità di comprendere le proprie stesse scelte e i propri stessi percorsi, più o meno coscienti?

Passione erotica insita nell’imperterrita ricerca di una consapevolezza dell’esistere sulla superficie terrestre, dunque. Anzi, erotismo di una passione che coraggiosamente polverizza – non senza esorcizzarla – la pornografia delle certezze di un vivere collettivo che rimarrà un vivere senza mai rappresentare un concreto esistere.

Tutto questo, o almeno una consistente parte di quanto espresso, è riassumibile artisticamente con due semplicissime parole: Post Noir. Nell’apposito saggio che mi permisi di scrivere qualche tempo fa, estendevo questa concezione a più ambiti artistici di cui, in sincerità, potremmo conversare fino all’alba del giudizio universale se non fosse che il senso principale di un simile discorso – che nasce principalmente artistico ma diventa necessariamente umano estendendosi a macchia d’olio tra le viscere di chi possiede ancora un’anima – si intarsia a perfezione tra le grinfie di una vita quotidiana che, proprio grazie ad autori sacrosanti come Raul Montanari, non rimane mero fulcro per la comprensione, in questo caso, di un testo, ma diviene testo essa stessa, malleabile, plasmabile e infinitamente rivolta alla sacra custodia della propria biblioteca interiore.

Tra tutte le opere più recenti di Montanari, almeno nel corso dell’ultima decade, la recente pubblicazione di Il regno degli amici(Einaudi) rappresenta una fondamentale sottolineatura su cosa voglia dire pensare, programmare e stendere un romanzo – o una qualunque altra opera – “di formazione”.

Citavo prima L’esordiente (Dalai), così come mettevo in parallelo il senso percettivo del fare arte narrativa e cinematografica. Ebbene, proprio il titolo Il regno degli amici emerge da quel romanzo del 2011 ad indicare diegeticamente l’opera seconda (in genere, si dice, quella della “maturità”, neanche a farlo apposta) del personaggio femminile che proprio in L’esordiente fa da contraltare alla ben celata immaturità di Livio Aragona, il protagonista della vicenda, uno scrittore cinquantenne che si ritrova, proprio per interposta personalità della controparte femminile, a fare i conti, al di là di intemperie di stampo marcatamente noir, con il proprio Io riflesso allo specchio ogni primo dell’anno e immediatamente impresso su fotografie in eterno accumulo più temporale che materiale. Sembrerebbe un’immagine di passaggio, o almeno un dato di contorno o decorativo della narrazione complessiva, se si guarda all’opera singola e non all’opera omnia che, per contro, è la sola entità capace di costruire un messaggio significante a tempo indeterminato, estremamente profondo, universale eppure mai così reale e tangibile.

Proprio nel nuovo Il regno degli amici, dunque, non senza passare per il precedente e, solo per alcuni nessi similare, Il tempo dell’innocenza, Montanari completa, anzi amplifica il suo discorso esistenzialista trapiantandolo, per pseudo-molteplice livello di incassamento, nella riflessione autoreferenziale che il poco più che trentenne Demo Giordani fa su un’adolescenza – la sua – che, come tutte le adolescenze (spesso anche quelle senza limiti di età), termina con una presa di coscienza traumatica sprigionata con violenza da eventi reali o morali di natura drammatica. Riportando la mente e l’anima all’estate del 1982, vero e proprio giro di boa della sua personalità, Demo rilegge e rivive – in vista di un evento contemporaneo di particolare importanza (l’epilogo, infatti, è l’unico capitolo a utilizzare il tempo presente nella narrazione degli eventi) – il suo diario segreto dell’epoca per portare al corrente il lettore di una sua più che intima confessione stesa, però, a parole proprie (l’impossibilità di guadagnare una conoscenza perfetta del proprio stesso metabolismo umanistico individuale se non per tramite del proprio “sentire” unico, appunto). E se un legame tecnicamente insito nel titolo Il regno degli amici riporta all’attenzione un romanzo di formazione come L’esordiente,il senso più profondo di una simile operazioneurla letteralmente dalle pagine di un ulteriore romanzo di formazione postdatato, stavolta fissato con i piedi sul terreno di un’età adulta che viene effettivamente giustificata (quasi come se l’essere “uomini” fosse una colpa a discapito dell’innocenza primordiale) dall’esorcizzazione di un pregresso trauma adolescenziale lacerante.

A suggellare la presenza di una maturità incompleta e in continua ricerca di sé, inoltre, è un ulteriore elemento di ipertesto operistico dell’universo umano di Montanari: se in Strane cose domani (2009) e Il tempo dell’innocenza (2012) era la figura del detective Ric Velardi a mettere esplicitamente a nudo la colpevolezza umana dei rispettivi protagonisti, in Il regno degli amici è la sua versione adolescenziale a prendere letteralmente per mano quella del giovane e innocente Demo tanto nella quotidiana gestione delle dinamiche interpersonali più formative quanto, soprattutto, nel solenne momento della scoperta dell’orrore più profondo e del senso di colpa più atroce.

Sembrerebbero dati e soluzioni di continuità riscontrabili in seguito a un abile gioco onanistico di rimandi, giustapposizioni e parafrasi tematiche. E invece è proprio una linearità così concettualmente lucida a conferire al semplice scrittore (o regista, musicista, pittore e via discorrendo) la tutt’altro che comune caratteristica di Artista (sul grande schermo si usa dire Autore; nelle sale comuni l’Arte ha sempre fatto un po’ paura).

Nel senso tangibile – anche se mai sprecando la vita ad attaccare etichette a destra e a manca – parlavamo di Post Noir, dunque. Montanari, non a caso, ne è il padre sia teorico che pratico (malgrado avesse posto in essere le sue direttive ideologiche accorgendosi di aver già pubblicato opere di simile stampo; anche questo, in sostanza, non è affatto un caso se prestiamo fede al discorso della “necessità”). Scrivevo in quel mio saggio: «È con Montanari (si può dire) che il discorso stilistico perde in egoismo artistico tra le pagine di un romanzo per assumere, gradualmente, un’importanza apparentemente non primaria ma decisiva e preponderante a favore di cosa si vuole esprimere prima ancora del come lo si vuole espletare. Rimangono entrambi, tuttavia, elementi caratterizzanti e complementari per il conferimento di quel pathos necessario all’espressione di una complessa e intricata interiorità per mezzo di periodi meno articolati ma nettamente più consoni alla motivazione che li ha generati».

Il regno degli amici, in un certo senso, rappresenta quasi una non chiusura ma ulteriore evoluzione del cerchio perché (più dei suoi predecessori) espatria dal concetto di opera singola avanzando richiami e collegamenti anche al di fuori delle pubblicazioni a nome Montanari così come, talvolta, oltrepassando l’intero ambito letterario pur senza mai fuoriuscire dai binari immaginari della predisposizione (prima ancora che dal genere o sottogenere) Post Noir. Oltre al cinema come fonte di interesse e ispirazione, infatti, Montanari gode da sempre di una fortissima passione per la musica, elemento sempre presente e, spesso, di fondamentale importanza per la comprensione del senso più intrinseco e non verbale di ciò che si sta leggendo. Se prendiamo un autore come – tornando per un attimo al cinema – Stanley Kubrick e, ad esempio, una pellicola come “2001 – Odissea nello spazio”, alla prima visione si farà seriamente difficoltà a comprendere di cosa si stia parlando non per tramite delle immagini. Se, in seguito a ciò, consideriamo la presenza di un frammento di “Also sprach Zarathustra” di Richard Strauss (con annesso riferimento nietzschiano) nei momenti topici del film e accostiamo le due cose (anzi tre) in via analitica, giungeremo ad una conclusione che vuole una delle maggiori riflessioni poste dal film essere nient’altro che il macrotesto della potenzialità dell’evoluzione umana fino al suo statuto incorporeo. Allo stesso modo, nella colonna sonora di un “Barry Lyndon” è facile constatare la presenza di una serie di brani provenienti pressappoco dalla stessa epoca di ambientazione della vicenda narrata, fatta eccezione, però, per la presenza dell’Andante con moto dal “Trio in mi bemolle maggiore n.2, op. 100, D 929” di Schubert (autore successivo all’epoca di ambientazione del film) che incombe in alcuni dei momenti in cui maggiormente sembra che la situazione vada a conseguire una posizione di stabilità, salvo poi deflagrare nella rovina. La posteriorità cronologica di uno Schubert, allora, vuole conferire l’idea di ritrovarsi dinanzi a qualcosa di incommensurabilmente bello a livello estetico ma fondamentalmente morto in termini di stati d’animo e prospettive (imminente, nel film, è il 1789).

Similarmente, in un'opera di Montanari (ancor di più in Il regno degli amici) la presenza musicale (riscontrabile per titoli, descrizioni emotive e paragoni esistenziali) è estremamente interessante da approfondire chiudendo il libro o leggendolo di pari passo all’ascolto proprio per arricchirsi del suo senso globale. Tra i vari artisti e tra le numerose opere citate e prese come sfondo emozionale a determinate vicende (Talking Heads, Yes, Led Zeppelin, Pink Floyd), Montanari sceglie come perno – anche se non dichiaratamente nel corso della narrazione, ma è proprio questo il bello – una canzone degli Who che porta il titolo di Love reign o’er me. Il brano in questione chiude Quadrophenia, un (non a caso) concept album del 1973. Nel libro di Montanari se ne trova un riferimento indiretto nel momento in cui il gruppo di ragazzi protagonisti, di cui fa parte il giovane Demo come protagonista assoluto e narratore, trova una scritta (“Reign over me”) su di un muro della sgangherata casa abbandonata che decide di adottare (chiamandola, quindi, “Il Regno”) per i ripetuti ritrovi di comitiva e dalla quale parte tutta una serie di eventi che non fanno da sfondo, bensì determinano in tutto e per tutto la personalità del personaggio principale. Il brano degli Who, Love reign o’er me, di fatto chiude la storia (narrata dal concept album così come dal successivo film del 1979 da esso tratto per la regia di Franc Roddam) di un ragazzo alle prese con un desiderio di crescita e indipendenza che trova ostacoli prima negli scontri tra bande (ad una delle quali appartiene; torna qui, dunque, l’esigenza dello spirito di gruppo), poi (oltre al rapporto con gli stupefacenti) nella consapevolezza del dover lasciar maturare in solitudine il proprio Io in seguito al fallimento degli ideali in cui credeva.

Anche il Demo di Montanari ha degli ideali tanto innocenti da essere ben più imponenti di ulteriori divagazioni filosofiche, così come vive profondamente l’esigenza di uno spirito di comitiva, di una fratellanza che lo aiuti a costruire il proprio stesso essere un futuro adulto. Proprio in questo senso, così come Quadrophenia si pone come un concept album sulla dissolvenza traumatica a cui è condannata l’innocenza adolescenziale di ogni individuo, anche Il regno degli amici si innalza a romanzo di formazione essenziale per quanto duro, crudo e perfettamente diretto proprio nell’esprimere questa considerazione preventiva. Il tutto giocando anche la carta, appunto, del conferimento di senso interdisciplinare.

Quanto alle caratteristiche Post Noir per eccellenza, si riscontrano nel romanzo praticamente tutti i nessi di preponderante imponenza distintiva: l’esigenza di mantenere il “giallo” della vicenda lateralmente al bisogno di rivivere un trauma per esorcizzarlo (accadeva anche in Il tempo dell’innocenza seppur vincendo a forza – e neanche troppo volentieri – una certa inettitudine); l’onnipresenza di un senso di colpa travolgente che implica una condanna verso se stessi (qui il senso di colpa deriva da un evento sconvolgente mentre altrove, come in Che cosa hai fatto, arrivava a rappresentare persino il non meritare di essere ancora in vita); il “prosciugamento” che la definitiva rielaborazione del senso di colpa compie nei confronti del calore umano (il “non avere più lacrime”); il ricongiungimento e la resa dei conti col proprio passato in funzione del proprio presente, scegliendo di accettarne la congruenza o meno (si veda, cinematograficamente parlando, anche un gioiello come “Mystic river” di Clint Eastwood).

In un simile calderone, in Montanari trova però sempre spazio un catalizzatore di pacificazione interiore, nel caso di Il regno degli amici identificabile in una figura non paterna ma solo apparentemente collaterale (lo zio Rainer; mi vien da dire come Rainer Werner Fassbinder, un altro autore, anche qui cinematografico, al quale il tormento interiore era molto familiare: a proposito di identità e interiorità, si veda “Un anno con tredici lune”).

In fin dei conti, ciò che in precedenza poteva essere una sensazione, in questo caso (non definitivo ma egregiamente più completo rispetto ad altre situazioni, sempre considerando l’intertesto insito nelle opere di Montanari) diventa, in sostanza, una certezza. Sta all’occhio del lettore ricongiungersi col proprio simile interiore e ritrovare, in un modo o nell’altro, l’ordine naturale della condizione umana. Le carte in tavola ci sono tutte. Ci sono sempre state.