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1 Ottobre Ott 2015 1622 01 ottobre 2015

Perché Il Teatro Degli Orrori è la band italiana più importante

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D’accordo, certo, lo so: negli ultimi quindici anni ci sono sempre stati anche gli Afterhours, i C.S.I, i Marlene Kuntz, un certo Paolo Benvegnù e chi più ne ha più ne metta. Ma lasciatemi spiegare. L’Italia musicale, per sua immensa fortuna – perché un po’, in fin dei conti, non se lo meriterebbe per molte ragioni – ha sempre avuto degli artisti di riferimento che, malgrado non abbiano inventato assolutamente nulla in termini di proposta artistica, hanno però sempre e comunque garantito non solo una elevata qualità delle produzioni offerte, ma anche – direi, talvolta, soprattutto – un enorme quoziente contenutistico in termini di richiamo non tanto ideologico quanto morale (se così si può dire, ma non si fraintenda) e principalmente culturale (eh sì, la cultura, questo sconosciuto) in un contesto generale in cui aprire un libro o ascoltare un brano per più di un minuto equivale a un eccesso di fatica inutile.

A partire dalle incursioni progressive e sperimentali degli anni ’70 (epoca, purtroppo, irripetibile nei secoli dei secoli, per proposta e capacità di ricezione) di Area, PFM o Banco del Mutuo Soccorso (senza mai dimenticare la sterminata mole di colleghi contemporanei che non sto qui ad elencare perché se no facciamo notte), passando per gli ’80 della wave italiana basilarmente fiorentina di – su tutti – Litfiba e Diaframma (con accento sui primi per una maggiore inventiva in ambito di miscellanea tra post punk e predisposizioni mediterranee) fino ad arrivare ai ’90 delle incursioni grunge di Malfunk e Movida o delle elevazioni irraggiungibili, appunto, di C.S.I, Marlene Kuntz, Bluvertigo, Afterhours o Verdena (sì, dai, mettiamoci dentro anche loro), l’Italia ha sempre offerto una proposta musicale pienissima di contenuti, sia prettamente esistenzialisti che maggiormente rivolti all’analisi della realtà contemporanea a livello individuale. E poi? Cos’è successo dopo? Dove sono finiti i nostri punti di riferimento? Si direbbe che gli eccessi di “debosciamento” pseudo indie alla Baustelle, Colapesce e compagnia bella (al momento mi vengono in mente quei due nomi lì perché sono quelli che meno tollero, che ci vuoi fare) abbiano letteralmente frantumato – oltre a un noto apparato riproduttivo del corpo umano – anche il desiderio effettivo di rendersi conto di come stanno le cose attraverso il mezzo più sincero a disposizione – per quanto non di propria invenzione – vale a dire il rock, questo enorme ed eterno veicolo di energia, emotività e, manco a dirlo, contenuti la cui potenza non è poi così giusto scindere da opere eminentemente letterarie o cinematografiche.

Negli ultimi quindici anni, in Italia è successo davvero qualcosa. Nella stragrande maggioranza delle proposte dotate di maggior capacità divulgativa in senso mediatico, è andato perso l’elemento complementare più importante al pari della musica stessa: il contenuto. A qualcuno interessa davvero sapere perché Charlie fa surf, perché il declino sarebbe meraviglioso o perché ci si ponga il problema della “hipsteria”? Si direbbe di no, dal momento che la maggior (anzi unica) propensione dell’audience tricolore attuale (maledetto sia il pubblico di massa, ora e per sempre) è quella diretta al puro e semplice divertimento o – peggio ancora – intrattenimento senza scopo né utilità fondamentale. A chi importa un fico secco se questa o quella canzone dice qualcosa? L’importante è la presenza di un motivetto orecchiabile che posso fischiettare mentre giro a vuoto nella macchina di papà, due o al massimo tre accordi, una chitarrina lustrata, qualche tastierino automatico, giacchettina, pantaloni col risvoltino e via, tutti pronti per lo spritz o la birra annacquata al Circolo degli Artisti.

C’è, però, una band (vera) che – estremamente più di mille altre dai nomi, dalle facce e dai cervelli a dir poco improponibili, e grazie anche a una casa discografica con gli attributi – proprio dall’inizio di questi quindici anni di completo oblio in termini contenutistici prende a sfasciare letteralmente la propensione all’abbassamento sostanziale dell’asticella del quoziente intellettivo nazionale proponendo puri e genuini calci nel deretano a orecchie e, soprattutto, menti – se ne esistono ancora – in attesa di una semplice scintilla per un risveglio non solo musicale ma anche e corposamente culturale nel vero senso della parola. Immensa cultura musicale, letteraria, cinematografica, teatrale, antropologica e sociologica, insomma, trovano finalmente il loro imprescindibile punto d’incontro.

Questa band, questo punto d’incontro, si chiama Il Teatro Degli Orrori e non le ha mai mandate a dire. Ad ogni modo, facciamo una doverosa precisazione: nel titolo di questo scritto non ho detto che Il Teatro Degli Orrori è la migliore band italiana; ho detto che è la band italiana più “importante”. Non si può affatto negare che in Italia, tra i più svariati generi musicali, ci siano diverse ottime band. Questo non lo mette in discussione nessuno. Ma cosa vuol dire essere importanti? Essere importanti vuol dire, sostanzialmente, possedere determinate caratteristiche che, se espresse a dovere, conferiscono una certa utilità alla condizione esistenziale di chi queste caratteristiche le riceve (o, meglio, le vuole ricevere).

Nato per puro divertimento nel 2005 dall’unione dei membri di due delle (pochissime) migliori band in circolazione nello stivale negli orripilanti “anni zero”, ovvero One Dimensional Man (Pierpaolo Capovilla alla voce, Giulio Ragno Favero al basso e Francesco Valente alla batteria) e Super Elastic Bubble Plastic (Gionata Mirai alla chitarra), Il Teatro Degli Orrori è sinonimo di grande coraggio artistico e produttivo. Perché? Molto semplice: perché i rispettivi membri godono da sempre di una sterminata cultura non solo musicale, e non si sono mai posti ostacoli o problemi di vario stampo nelle rispettive band precedenti nel loro imperterrito tentativo di portare in Italia – ed evolverli, fin dove possibile – generi musicali apprezzati anche nello stivale ma mai sviluppati perché di difficile reperimento. Già. Perché in Italia, se certe persone, invece di rincitrullirle con Sanremo e derivati, le imbocchi con qualcosa di diversamente succoso, un minimo di interesse riesci a crearlo. Quindi riesci a creare anche una proposta molto più ampia e variegata senza più doverti lamentare della crisi del mercato discografico. Se poi non lo vuoi o proprio non ci riesci è tutto un altro discorso. Anzi, è l’oblio definitivo che stiamo già vivendo, lo puoi vedere semplicemente guardandoti intorno.

Ecco allora che sotto l’apparente semplicità di una copertina, per contro, apocalittica (Dell’impero delle tenebre, 2007)si scontrano frontalmente (per dirla seguendo il pensiero di uno dei membri) Jesus Lizard, Melvins, Unwound, Oxbow, Fugazi, Minor Threat, Husker Du, NoMeansNo, Gun Club, Sonic Youth, Slint, Scott Walker e De Andrè (sì, anche De André), William Shakespeare, Charles Baudelaire, John Milton, Albert Camus, Pier Paolo Pasolini, T.S.Eliot, Joseph Conrad, Vladimir Majakovskij e Carmelo Bene. Se non si conosce almeno uno di questi nomi appena segnalati (De André a parte, per quanto ormai sdoganato anche ai più profani), l’invito è quello di non proseguire nella lettura di questo scritto e di tornare tranquillamente al proprio spritz in allegra e spensierata compagnia.

Ci sarà pure un motivo per cui così tanta gente si è resa artefice di un passaparola che mancava dai tempi delle compilation registrate su cassetta (io stesso ho conosciuto Il Teatro Degli Orrori – come molte altre realtà – attraverso un passaparola, finendo per riconoscere un paio di soggetti già incontrati in altri dischi in mio possesso, You kill me in primis). E ci sarà pure un motivo se una personalità come quella di Pierpaolo Capovilla, ieri, per qualcuno era solo equiparabile ad un buon bassista non propriamente dotato di bel canto (che per mettere qualcosa nello stomaco lavorava come cameriere all’osteria Bea Vita di Venezia), mentre oggi arriva ad essere uno dei rarissimi punti di riferimento generazionali capaci di scrivere canzoni – e non camuffare scoregge, come sostenne una volta il da me ammiratissimo Guglielmi –che “sembrano bandiere”. Il motivo sta in tutti quei nomi citati poco fa – e in moltissimi altri – così come sta anche nella viscerale capacità vitale di farne l’uso più appropriato, traducendo, cioè, tutti i valori espressi nelle opere, nei pensieri e nelle esistenze di ognuno di essi per farne vita propria nei dischi, sul palco e con la gente comune – che, in definitiva, per l’intera band (come per poche altre) sono esattamente la stessa cosa. Una volta, nel corso di un’intervista, fu proprio Capovilla a dirmi che «i drammi degli altri sono anche drammi miei. E comunque mi prendo molto sul serio e cerco di raccontare il Paese, sono un “homus politicus” prima che una rockstar che si pavoneggia sui palcoscenici. Ci tengo a raccontare il Paese, le sue contraddizioni, le ingiustizie, le prevaricazioni, voglio raccontare gli ultimi perché mi interessano e anche molto. Sono i primi, per me, a non essere motivo di interesse perché sono volgari e arrampicatori». In questo senso, evidentemente, anche il più pigro cittadino italiano minimamente propenso all’ascolto deve essersi reso conto che, se aprire un libro o leggere una poesia può essere etichettato da un’intera società come inutile e noioso, almeno ascoltare ciò che questo tizio ha da dire – nelle canzoni, nelle interviste su Youtube o, meglio ancora, durante un sorso di buon vino – può servire a qualcosa. Certo, la scelta di cantare quella particolarissima sfaccettatura di rock – poi affinata, limata e diventata più accessibile ad orecchie forse meno abituate – in lingua italiana ha facilitato il tutto, risvegliando un minimo di capacità di ricezione in una popolazione senza più un briciolo di pazienza intellettuale, arrivando a lanciare messaggi chiarissimi ed estremamente potenti a livello civico anche quando rivisitazioni di preghiere o riproposizioni letterali di testi poetici vengono additate o prese erroneamente come inesistente spavalderia superomistica.

Il tema portante di tutto il discorso intrapreso dal muro di suono e contenuto del Teatro Degli Orrori in – fino ad oggi – dieci anni di attività potrebbe essere racchiuso in un concetto molto particolare – perché unicamente umano – di Apocalisse. Non si tratta, dunque, di una fine del mondo iconograficamente biblica, bensì di una reale fine dei tempi (l’idea di “fine della storia” vi dice qualcosa?), metaforicamente riscontrabile in maniera assoluta nella vita di tutti i giorni. Italo Calvino, nell’ultima stratosferica pagina del suo Le città invisibili (1972), scriveva: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Ecco allora che nei brani dell’album di esordio del Teatro degli Orrori (Dell’impero delle tenebre) si fanno avanti, con infernale forza, temi come la perdita drammatica e mortale di una qualunque ipotesi di identità (Vita mia, Scende la notte, Lezione di musica), il male di vivere in contesti umani non accettabili malgrado la continua ed imperterrita ricerca di speranze giustificabili (Dio mio, L’impero delle tenebre), il senso di amore per affetti venuti a mancare che si trasforma in rabbia incontrollabile per una inevitabile caducità esistenziale (La canzone di Tom). Sono tutti temi che creano fin da subito un substrato emozionale a dir poco enorme, facendo da base di appoggio emotiva per qualunque altro tema verrà introdotto di lì a poco. Sono tutte argomentazioni e passaggi strumentali rivolti ad un solo ed unico grande scopo: sviluppare quell’attenzione e quell’apprendimento continui – sia musicale che genericamente culturale – per riconoscere ciò che è salvabile dall’inferno; scendere negli abissi del nostro odierno non-essere (proprio come faceva un certo Pier Paolo Pasolini, anche fisicamente) per portare alla luce la giustizia insita nelle più sane considerazioni, fossero anche le più oscure e negative. È quello che fa la band intera quando ti costruisce intorno un muro di suono improponibile per i network più commerciali. Ed è quello che fa Capovilla quando scrive testi che ti urlano in faccia l’esistenza di menti, opere, esempi di vita a portata di mano eppure sommersi dal liquame melmoso in cui sguazzano smartphone e social network. Uno scandalo per la ricezione radiofonica. Una cosa inammissibile per una vita globale fatta di selvaggio e cannibale senso del consumo. Eppure molte, moltissime persone sono state imboccate da una proposta di imprescindibile interesse che, finalmente, ha portato qualche ragazzo in più a seguire anche un reading su Pasolini o Majakovskij, adinteressarsi dell’Arte, della Poesia (quindi dell’essere umano), della possibilità effettiva dello sviluppo di un’opinione, della necessità di far valere l’esigenza di una sonora sveglia generazionale, di un progredire non per forza intellettuale ma quantomeno intellettivo per un individuo ineluttabilmente globalizzato.

Ed ecco allora che, a messaggio parzialmente ma sorprendentemente recepito, con un album come A sangue freddo(2009), la sveglia culturale e sociale diventa un dolorosissimo pugno in faccia estendendo il suo raggio in maniera assolutamente inedita per le potenzialità di una rock band, per di più italiana (certo, Manuel Agnelli è un maestro in termini di inventiva e risveglio culturale ma sotto altri aspetti, forse più legati all’ambito organizzativo; qui stiamo parlando di risveglio della coscienza umana nel profondo del profondo, nell’indicibile) e veramente rock (perché, a quanto pare, ora il rock sembra essere un po’ di tutto e di più). Si estende ulteriormente – e si fa ben più diretto e assimilabile – il riferimento alla realtà attuale più perfettamente riscontrabile. Scontri ideologici generazionali mutano in eccessive preoccupazioni familiari sotto il segno dell’incomprensione dei tempi (Io ti aspetto), rapporti affettivi e autoriflessivi si lacerano irrevocabilmente e percolano ingiustificabile odio e autodistruzione (La vita è breve, Due, Direzioni diverse, Die zeit, Majakovskij), la rabbia per uno stato delle cose inaccettabile rivolge lo sguardo al disprezzo per il prossimo (Padre nostro, Mai dire mai, Il terzo mondo), un raro e fulmineo – ma ragionevole – senso di colpa attanaglia l’animo di chi riconosce nei propri errori tutta l’inettitudine del caso (È colpa mia) ma cerca di porre un soffio di rimedio attraverso l’azione o l’ideologia (A sangue freddo, Alt!).

Parole e suoni sono come tanti piccoli terremoti che scuotono a dovere l’anima di chi si sofferma ad ascoltare e, di lì in poi, si accorge – quasi con stupore – di non riuscire a starsene con le mani in mano per più di dieci minuti. Che diventano, venti, trenta e poi mille e ancor di più quando i sedici tasselli di un album come Il mondo nuovo(2012) innestano nel cuore di chi vuole davvero ascoltare una tempesta di rabbia e frustrazione mai fine a se stessa (come se ne trova a buon mercato un po’ ovunque) perché perfettamente capace di stimolare un profondo senso pratico di operosità civile e culturale. Huxley, De Andrè, Zizek, Céline, Pasolini, Esenin, certo, ma anche e soprattutto tanta cronaca, tanta ma tanta realtà. Attraverso sedici piccole biografie non del tutto immaginarie, Capovilla e soci srotolano come meglio non si poteva tutta l’enorme e spaventosa complessità della condizione umana attuale. Storie di immigrazione (Cuore d’oceano, Skopje), sopruso e sfruttamento (Ion, Nicolaj, Gli Stati Uniti d’Africa), speranza lacerante perché non ricambiata da nessuna situazione favorevole (Doris, Io cerco te, Pablo) desiderio di rivolta sedato da condizioni inadatte al suo stesso germogliare – non senza la presenza di colpe individuali, sia chiaro – (Martino, Dimmi addio), deliberata perdita (o meglio, stupro) della memoria collettiva che abbandona all’oblio più atroce e crudele i veri artefici di una storia da considerare finita (Vivere e morire a Treviso). Sono varie le partecipazioni e il suono cambia ancora una volta. Si fanno avanti anche gli impulsi elettronici degli Aucan, le sonorizzazioni di Mirco Mencacci, le chitarre graffianti di Appino (Zen Circus) e di Egle Sommacal (Massimo Volume) in un discorso che dice anche più del necessario – che non è mai solo necessario – con lo sciorinare verbale di un Caparezza.

Il disco, anche sulla scia del successo di critica e pubblico del precedente lavoro (e menomale), non passa inosservato. Se ne parla, e se ne parla tanto (talvolta anche male per via dell’eccessiva durata, quasi 80 minuti, e per chissà quale scintilla di supponenza percepita). Capovilla porta in giro per i teatri reading poetici dove legge Majakowskij e Pasolini con una ruvidità tale da far accapponare la pelle. Dopo aver riunito momentaneamente gli One Dimensional Man con Favero e con tanto di disco (A better man, 2011), fa uscire anche un album solista molto stratificato e assolutamente non congeniale agli amanti della canzone convenzionale (Obtorto collo, 2014), un lavoro che incrementa definitivamente la vena critica (nel vero senso della parola, cioè commistione di senso logico/analitico e capacità espressiva di potenziali soluzioni) derivante dal contesto artistico più sincero e appassionato (nel vero senso della parola anche qui, ovvero a metà strada tra il dolore/sconforto e l’immortale desiderio di porre rimedio ad esso, ora e qui).

Proprio mentre sto scrivendo queste righe, arriva nei negozi – o in download o in quello che vi pare – questo nuovo disco omonimo (Il Teatro Degli Orrori, 2015). Ed è politica allo stato puro. Anzi: vera politica. Il pugno in faccia delle occasioni precedenti diventa, qui, una carezza rabbiosa, caritatevole ma al contempo piena di rancore e odio viscerale (“Così sgradito da doverti amare”, scriveva Vittorio Bodini) per te che non hai voluto fare qualcosa per uscire da un vero e proprio palcoscenico d’orrore, dalla comune e burattinaia condizione pur essendo consapevole dei difetti insiti nella realtà circostante e della semplice raggiungibilità delle soluzioni più pure e tangibili. Ovvero: non basta – per quanto sentito e sincero possa essere – scrivere uno status su Facebook. Non basta credere di recepire certi messaggi confidando in una semplicità di intenti quando, per contro, la comprensione della vera condizione umana è molto più complessa di quanto si possa credere o anche solo immaginare. In un’operazione del genere, Capovilla e soci si fanno definitivamente – e legittimamente – prosecutori di quanto avviato profeticamente da quel santo imprescindibile che fu (ed è, e sempre sarà) Pier Paolo Pasolini tra gli anni ’60 e ’70, ma lo fanno con un taglio decisamente più rovente di quanto si possa leggere, ad esempio, ne La religione del mio tempo o in Poesia in forma di rosa, un approccio forse sminuzzato in un’ulteriore immediatezza di contenuti, trasmessi attraverso testi relativamente più semplici ma non per questo meno roboanti. Chissà, forse una potenziale ragione per l’abbandono – pur minimo – di fette poetiche in favore di sanguinolente affermazioni deriva da una scelta rabbiosa – per nulla errata – di rendere il messaggio ancora più chiaro principalmente ai meno predisposti alla ragione, così come da quella sorta di inutilità dell’articolazione che proprio Pasolini accusava come principale artefice di un abbandono metrico.

Se Pasolini è sempre stato il punto di avvio per la costruzione dell’intero corpus di oscenità contemporanee narrate e svelate in tutta la loro sottigliezza disarmante, il pensiero del Teatro Degli Orrori, qui e adesso, arriva a tratteggiarne un resoconto postumo ma perfettamente in linea con quanto di più coerente – pur nelle sue mille contraddizioni – si fosse mai letto, visto o sentito come proveniente dalla lungimirante mente del profeta italiano. Con questo nuovo omonimo album, in sostanza, sembra davvero di essere di fronte all’opera conclusiva mai edita dall’insormontabile intellettuale bolognese, una sorta di summa definitiva di tutte le argomentazioni esposte nell’arco di una vita intera e, a corredo di tutto, incorniciate in un epilogo lapidario a suon di “te l’avevo detto, io”.

Se le sempre granitiche sonorità si affinano ulteriormente in una maggiore chirurgia del dettaglio celato sul fondo di controtempi e distorsioni liturgicamente ossessive (frequenti sono le incursioni elettroniche ed elettriche di una formazione ampliata a sei elementi, con Kole Laca e Marcello Batelli al seguito), sull’altra sponda risiedono, appunto, liriche più scarne e semplici (mai semplicistiche) ma proprio per questo decisamente più taglienti e dolorose perché ulteriormente dense di sconforto tramutato in rabbia pura. Una rabbia che la voce distruttiva di Capovilla ben conferisce – involontariamente ai limiti della “loudness war” – in inscindibile coppia col piombo sonoro retrostante. Una rabbia che è rivolta politica allo stato puro, una rabbia comprensibile veramente da chiunque, oltre la quale davvero nulla è più possibile mettere in tavola in favore di una decifrazione altrui e, di conseguenza, di un’ipotesi di mobilità civica e individuale definitivamente componibile. Nell’arco di 50 minuti di fuoco, fiamme, schiaffi e suole di scarpa stampate sul deretano, Capovilla e soci sviscerano l’impossibile in termini di “ora o mai più”. Chi vuol capire capisca e faccia qualcosa una volta per tutte, insomma. L’immediatezza lacerante di angosce, frustrazioni, senso di rivalsa, purezza di un Inferno in Terra frammentabile e ricomponibile ma troppo spesso scambiato per progresso e/o sviluppo anche interiore. Proprio da quell’Inferno proviene – chiudendo momentaneamente un vero e proprio ciclo di non vite – la descrizione più precisa e dettagliata di errori/orrori storici che diventano, d’improvviso, tasselli assemblabili per la conformazione reale di una catastrofe imminente al netto delle inadempienze sia personali che, per diretta conseguenza, collettive. In un affresco storicamente critico incentrato su ciò che è successo e su ciò che potenzialmente sarà, irrompe nell’anima di chi ascolta (facendolo per davvero) tutta una serie inarrestabile di esclusioni sociali intergenerazionali dall’impossibile risoluzione (Genova, Una donna, Cazzotti e suppliche), al pari di emarginazioni fisiche scaturite da divergenze sostanzialmente intellettuali il cui contenuto – più reale del reale stesso – non può essere inteso da chi mantiene lo sguardo fisso sull’asfalto dissestato della propria scialba quotidianità (Benzodiazepina, Slint – il cui riferimento emozionale alla Washer dell’omonima band provoca irrimediabili voli interplanetari) anche nell’ambito cosiddetto artistico (Sentimenti inconfessabili).

Sono tutti elementi che concorrono a delineare, non a caso, una “nuova preistoria” il cui futuro dispiegarsi risiede unicamente nelle mani di chi davvero vuole averlo. In caso contrario, ecco straripare tutto il più marcio senso del disinteresse interpersonale sprigionato dalla totale chiusura insita nel ripudio di ipotesi future così come, vigliaccamente, di fondamentali esperienze passate (Disinteressati e indifferenti, La paura), finendo per lasciarsi inghiottire dal terribile buco nero del disamore per qualunque cosa circondi una pelle già defunta da tempi remoti, e per qualunque cosa si annidi sotto di essa (Bellissima, Il lungo sonno – che, come sottotitolo, indica “Lettera aperta al Partito Democratico”, il che è tutto dire). Alla fine del tragitto, ecco giungere una consueta – perché irrinunciabile – speranza tanto utopica nella sua potenziale realizzazione (Lavorare stanca) quanto realmente fattibile con l’utilizzo del semplice concetto di buona volontà (Una giornata al sole). Ma è una speranza talmente fragile e – per certi versi – liquida da rasentare una similarità con quella inossidabile ostinazione riscontrabile nel continuare a scrivere poesie in un contesto che accetta solo e sempre romanzi commerciabili di facile consumo scritti da ghostwriter. Sarà una scossa di catastrofico terremoto o soltanto un sasso in mare aperto? Ecco l’importanza del contesto: solo tu puoi riconoscere la chiave del tuo disagio, per quanto invisibile eppure percettibile nel profondo dei tuoi incubi, esattamente in quel frammento di secondo che precede la caduta in un mondo di sogni dal quale doversi per forza risvegliare ogni santo giorno.

Siamo irrimediabilmente dinanzi al bivio universale: scappare via dall’Inferno o restarci dentro per lottare? «No, io resto e lotto fino all’ultimo dei miei giorni», mi disse Pierpaolo in quell’intervista. «Se esco vado in vacanza. Amo il mio paese nella stessa identica misura in cui lo detesto».

E tu?