39 steps

10 Dicembre Dic 2015 1702 10 dicembre 2015

Italia underground: Mom Blaster

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Hai voluto la bicicletta e ora pedala, recita un detto. E noi pedaliamo. Ah, se pedaliamo. Spingiamo talmente tanto su adduttori e soci da rimetterci in sella per ripartire subito, senza la minima fatica in corpo, e proseguire dignitosamente in questo nostro viaggio alla scoperta di nuovi talenti connazionali. Il campo di gioco è sempre la musica e, questa volta, il tragitto delineato dalla sorte ci porta dalla Liguria dell’iniziale tappa di Italia underground all’Abruzzo dei Mom Blaster, un notevolissimo quartetto di ottimi musicisti uniti dal desiderio – anche qui – di miscelare quante più esperienze possibili. Come per la precedente puntata, però, una band come quella di Monica Ferrante (voce), Marco Cotellessa (chitarre e sintetizzatori), Fausto Bomba (basso) e Davide Di Virgilio (batteria) ci permette di comprendere senza alcuna difficoltà la netta differenza che intercorre tra la vera miscela di generi e stili compositivi e l’accozzaglia indefinita di parole e suoni presa in adozione – da almeno un decennio a questa parte – dagli esperti di circuiti radiofonici. Altrove, lo scrivente ha definito i Mom Blaster “alchimisti” prima ancora che eccellenti musicisti. Malgrado una simile definizione possa sembrare un tantino sostenuta con la forza, se non proprio da ritenere esagerata, la motivazione che – sempre in quell’altrove – ha concesso al sottoscritto di osare anche paragoni con nomi illustri della scena mondiale risiede tutta nell’ascolto – meglio se ripetuto – del loro nuovo (secondo) album Reset, in uscita proprio in questi giorni.

“Il secondo album è sempre il più difficile, nella carriera di un artista”, cantava qualcuno qui nei paraggi. Stereotipo o no, si tratta di un’affermazione sostanzialmente vera, qualora si decida di prendere in considerazione artisti nel vero senso della parola, cioè capaci di costruire le proprie stesse fondamenta e di farle innalzare solide verso seri tentativi di maturità. I Mom Blaster, nel nostro specifico, sanno bene cosa vuol dire affrontare certe difficoltà, in primis quelle legate alla costruzione di un’identità di gruppo, ma non ultime quelle riguardanti le scelte compositive. Un primo elemento di fondamentale importanza che emerge da Reset è il giro di boa linguistico: passando dall’inglese all’italiano, risulta evidente la presenza di un tentativo pressoché decisivo di stabilire importanti raggi di comunicazione da sfruttare a dovere se si vuole realmente far valere il proprio universo di idee. Scrivere in italiano optando per la composizione di brani musicali – e opere – sostanzialmente fuori dalla portata mediaticamente commerciale (la cui dottrina d’importazione è praticamente il principale anello responsabile di certe scelte iniziali) è un’azione dotata di un quoziente di difficoltà notevolmente elevato. Ce lo insegnano anche molti nostri compatrioti divenuti poi famosi o, meglio, riconoscibili, dagli One Dimensional Man di Capovilla e soci (Ora Teatro Degli Orrori) ai Golden Age dei signori Castoldi e Fumagalli (divenuti poi Bluvertigo), dai Jack On Fire tramutati in Marlene Kuntz agli Afterhours che son sempre Afterhours ma andatevi a riascoltare quei dischi prima di Germi. Cantare in inglese, certo, facilita il compito metrico e musicale della cucitura tra parole e suoni, ma fa perdere tantissimo potenziale comunicativo nel contesto in cui il prodotto viene proposto. Se ti trovi in Italia e il tuo bacino di utenza è principalmente tuo conterraneo, insomma, cantare in inglese può essere utile a riproporre uno o più generi su un palco mantenendo intatta l’adrenalina o il pathos che si viene a creare, ma se il tuo scopo è anche quello di veicolare dei contenuti ben precisi, fare qualche sforzo in più per rendere il tutto immediatamente comprensibile – quindi diretto e, si spera, efficace – può solo farti guadagnare in importanza divulgativa, ammesso che in tutto il resto – vale a dire la musica – tu sia comunque già bravo.

I Mom Blaster conoscono benissimo le cause e le conseguenze di questo discorso e infatti, optando per la lingua italiana, riescono a fare di un album come Resetqualcosa di estremamente godibile sia a livello sonoro che contenutistico. La madrelingua italiana, dunque, si poggia con grande rispetto su generi come il pop-rock puro ma anche – anzi soprattutto – l’elettronica, la techno dalle sfumature rave, la dub, il trip hop di Bristol e persino il reggae, dichiarata passione latente di tutti e quattro i membri della band. Si capirà, allora, come non equivalga ad eresia tirare fuori titoli e nomi come Earthling per David Bowie, Blue lines per i Massive Attack, Come to daddy per Aphex Twin, ma anche Depeche Mode, Bluvertigo e Subsonica se si vuole cercare di definire una band come quella dei Mom Blaster. Tutto questo non solo per dimostrare l’importante preparazione culturale dei musicisti di cui parliamo, ma anche per evidenziare la perizia nascente proprio da quella cultura di fondo e – per naturale conseguenza di chi è davvero musicista dentro – destinata a migliorare nel tempo, a rendersi sempre più precisa e a dimostrare sempre più finezza nelle scelte compositive. Ecco emergere, dunque, l’importanza della miscellanea di generi e stili che in un album come Reset prende il sopravvento, certo, ma non senza una lucida e precisa selezione delle trame da tessere, soprattutto nel bel mezzo delle importanti tematiche proposte.

Tanto per scomodare un altro mostro sacro, passando in rassegna argomentazioni riguardanti l’analisi dei legami affettivi odierni, la svalutazione dei rapporti interpersonali, l’anestesia interiore che si annida sotto maschere di progresso e considerazioni socio-politiche, viene in mente l’utilizzo che un certo Trent Reznor cominciò a fare dell’elettronica (cioè della macchina, del concetto di controllo assoluto) in favore dei suoi Nine Inch Nails quasi in funzione di esorcismo nei confronti di profondi e laceranti discorsi in perfetta sintonia concettuale. Fare uso della macchina elettronica per domarla e innalzarsi a tutori del mezzo globalmente imperante può voler dire padroneggiare la propria condizione attuale in favore di una maggiore – e decisiva – tutela della giustezza proposta dalle proprie convinzioni. Mentre brani come Alchimia, Lei o Ciò che è giusto focalizzano l’interesse verso un pop-rock di stampo prettamente tradizionale, tasselli come Strani giorni o Mi troverai qui(oltre a mettere in risalto la splendida voce della Ferrante, che tanto ricorda il calore regalato da Gi Kalweit ai Delta V) usano, appunto, la macchina elettronica come mezzo di dominio e non come dominante, al fine di far valere tutto il potenziale delle convinzioni espresse in mai più di quattro minuti per volta. Mi guardi e taci, La nuova era e Sono niente, poi, sono preziosismi di miscellanea che aprono talmente bene il campo delle intenzioni sperimentali da riuscire a non conferire stanchezza o ripetitività nelle frazioni reggae finali di Confusoe Carillon.

Reset, in definitiva, così come la band sua procreatrice, dimostra a pieno merito come in Italia – e in italiano – sia possibile, anzi doveroso, osare nelle scelte stilistiche e nelle intenzioni comunicative senza mai dover per forza scadere in cialtronate da “sole cuore amore”. Quello che si può facilmente ottenere facendo girare Reset nello stereo è un corpus di idee sensate e versatilità di linguaggio espressivo, tutti elementi molto pregiati – se non proprio rari – in un contesto di ben nota regressione collettiva. Se in questa collettività polverosa, però, si riesce ad entrare in punta di piedi parlando il suo stesso linguaggio, prima, e direzionando le sue matrici principali verso orizzonti più espansi, poi (l’incursione in generi anche diversi ma sempre in interessata evoluzione come tentativo di acculturazione delle masse), qualche risultato, sia in termini personali che interpersonali, potrà sempre venire a far visita.