39 steps

3 Gennaio Gen 2016 2039 03 gennaio 2016

Italia underground: Michele Maraglino

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Siamo soltanto alla terza tappa del percorso ciclico che abbiamo costruito nell’inconscio dei nostri più affamati desideri di conoscenza e già una constatazione prende il largo per poi approdare sulle impervie coste della più concreta definizione di senso comune. Resiste vivo e squillante, cioè, un imprescindibile aroma di urgenza espressiva ma, al contempo, si fa avanti – pressante e spigolosa, quasi pungente – una ragion d’essere ben chiara e definita, evidentemente lontana da approdi momentanei o dettati esclusivamente dalle esigenze del tempo presente. L’urgenza che ci si presta dinanzi in questo preciso istante, contrariamente ad altri casi anche più altisonanti, non equivale mai, però, a quella pur comprensibile – se non anche giusta – incompletezza o approssimazione riscontrabile nella stesura e definizione di opere scandite da una qualità produttiva che può facilmente rischiare di barcollare sotto il peso della smania di dire le cose. Talvolta, all’urgenza più immediata e instabile ma scintillante, può e deve accostarsi una fondamentale capacità riflessiva utile a prendere il giusto respiro necessario alla stesura di un discorso, certo, denso e profondo in termini tanto di senso quanto di forma, ma anche sufficientemente omogeneo ed efficacemente diretto.

Tutte queste cifre esplicative corrispondono a quanto il brillante trentenne tarantino Michele Maraglino è riuscito ad uniformare per la stesura del suo secondo – e importante – album Canzoni contro la comodità, pubblicato da La Fame Dischi. Usiamo non a sproposito l’aggettivo “importante” e lo facciamo per un motivo ben preciso: il tempo presente a cui accennavamo in principio, per Maraglino è un contesto spaziotemporale che affonda le radici più cupe ma, al contempo, lungimiranti in un passato mai del tutto evoluto, anzi fossilizzato nella tardiva presa di coscienza di un fallimento non solo generazionale ma storico, un oblio collettivo di cui sono responsabili i padri ma artefici i figli, prediletti colpevoli dell’assenza percettiva di un futuro delineabile o quantomeno ipotizzabile. Tutto questo corposo insieme di elementi, per nulla di poco conto, riaffiora a colonna portante per Canzoni contro la comodità, album ormai alquanto datato – stando alle direttive da network (è uscito nel febbraio 2015) – ma di fondamentale importanza per un recupero di temi e concetti che di datato non hanno assolutamente nulla, anzi risultano – con l’intrepido incedere di un tempo più drammaturgicamente sospeso che tendente a una qualsivoglia ipotesi di evoluzione – perfettamente attuali, oggi come domani o fra dieci anni, proprio perché la situazione che si apprestano a centellinare continua a mostrare tutti i segni necessari alla comprensione di un’eternità indelebile, una presenza cementificata nella storia nazionale come sangue incrostato sulle palpebre dell’occhio più importante, vale a dire quello interiore.

Canzoni contro la comodità, grazie alla forza e al potere emotivamente trainante delle sue canzoni, ci pone dinanzi a una realtà dei fatti a noi assolutamente nota eppure lasciata in disparte, adagiata senza troppa cura – esattamente come qualunque paura recondita – nel dimenticatoio delle nostre attuali claustrofobie generazionali. Siamo di fronte a un disco di pure canzoni provenienti da una sincera induzione cantautorale, ma la cifra stilistica scelta da Maraglino, sull’eco, per fortuna, di quella sperimentata anche da soggetti di fama internazionale (assaporando il sound dell’album, in certi frangenti viene in mente tanto il graffiante disagio di Canzoni da spiaggia deturpata,a nome Luci Della Centrale Elettrica, quanto il malinconico recupero periferico degli Arcade Fire di The suburbs,ma è un attimo), corica il tutto sul letto di spine del dissenso per i propri confratelli temporali, accusati aspramente (e senza alcuna ombra di cinismo) di inconsistente lascivia e disarmante inettitudine nei confronti della chiara possibilità di non poter fare peggio di quanto ereditato da disastrose situazioni precedenti. Il maggior rischio corso, naturalmente, è quello di fare ingiustamente di tutta l’erba un fascio – e noi sappiamo bene, per contro, quanti coetanei di inestimabile valore proseguono imperterriti nella loro ricerca di un ruolo, azione sempre più paragonabile a una qualche forma di redenzione. Ma proprio questo rischio, assolutamente sveglio e consapevole nel corpo delle liriche di Maraglino, è la chiave per la comprensione del tutto: riuscire a passare oltre la provocazione (“parla per te”, “non è sempre così” o quanto altro), vuol dire provare a scavalcare l’opinione pubblica per aprire, fin dove possibile, i propri orizzonti di valutazione.

C’è una bella intervista che lo stesso Maraglino ha rilasciato tempo fa a Pasquale Rinaldis de Il Fatto Quotidiano, nel mezzo della quale spiega la natura di un simile pensiero. «La comodità di cui parlo è la comodità di chi non si sporca le mani», dice Maraglino, «di chi non sceglie, di chi ha sempre il piede in due scarpe, di chi per paura non riesce ad abbandonarsi a quello che sente, ma preferisce avere sempre un’uscita di sicurezza. È la sicurezza che ci frega. La costante ricerca della sicurezza». È esattamente la paura di chi non riesce – o non vuole – andare oltre e, per questo, oppone il richiamo dell’eco collettivo (come una sorta di azione esorcizzante, purificatrice per i peccati di mancata obiezione al volere di certa modernità) al non fare di tutta l’erba un fascio come se non fosse ovvia una simile accortezza. Sporcarsi le mani non vuol dire per forza sistemarsi in una posizione scomoda per questo o quell’altro adepto ad una convergenza da pura routine (in troppi – spesso anche i “padri” – preferiscono sentenziare “no, lì non ci provo nemmeno perché la crisi gli ha divorato le risorse, figurati se danno un lavoro a me”, anziché rimboccarsi le maniche e tentare il tutto per tutto – che tutto per tutto non è mai, se non si decide di cominciare una buona volta). Non a caso, infatti, sempre in quell’intervista Maraglino afferma di aver trovato una personale ancora di salvezza «il giorno in cui ho realizzato che quello che pensavano gli altri, compresa la mia famiglia, non era importante».

Sono tutti questi gli spunti e le scintille che spingono Maraglino a trasformare forma cantautorale e gran gusto per l’arrangiamento in veri e propri contro-inni a situazioni di agio apparente e ben lontano da spiragli di soddisfazione personale («Questa storia che non ci deve mai mancare niente ha fatto solo in modo che tutto ciò che abbiamo non è nostro veramente», Triste storia), contesti individuali e collettivi in cui tutto ciò che rimane non è mai stato realmente conquistato né goduto con le proprie forze (I miei coetanei), negligenze espressive che tendono a nascondere la realtà dei fatti anziché renderla visibile non per ostentarla ma per chiedere aiuto in via di riparazione (La vernice), sentimenti di rassegnazione a mediocrità e rimpianti per non aver mai veramente provato a far valere la propria personalità (Se non saremo forti abbastanza) o decisioni ambivalenti su cosa scegliere di conservare in luce di quel po’ che resta di un qualunque futuro (Vie di mezzo), sia esso oscuro e solitario per scelte più o meno dovute (Felicità mediocrità comodità), sia esso aperto a una via di salvezza, recuperabile a patto di instaurare con la propria esistenza un rapporto finalmente consapevole e orientato a scelte lucide e, soprattutto, prive di orientamento prescritto (La rivincita).

Canzoni contro la comodità è tutto questo: rabbia e invettiva placata e resa ragionevole dal gusto per la melodia, un gusto che, a lungo osservare, non è solo musicale ma proviene con rara evidenza da un animo, sì, in pena ma rivolto a un sincero auspicio di pacata serenità edificabile proprio sulle certezze sociali che si è scelto di demolire senza esitazione né ripensamenti di sorta. Non è un caso neanche se proprio Maraglino scelse di concludere quell’intervista puntualizzando su un assunto non di inferiore importanza: «Mi immagino un terzo disco, semmai ci sarà, pieno di speranza e positività». Le risorse, artistiche e concettuali, ci sono. Dipenderà da tutto il resto.