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16 Gennaio Gen 2016 1546 16 gennaio 2016

Italia underground: Siranda

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Prosegue il nostro viaggio tra i sotterranei meandri sonori dello stivale. Questa volta facciamo tappa nella splendida Sicilia, luogo, certo, strapieno di monumentali attrazioni enogastronomiche, storiche, culturali o prettamente turistiche (ognuno scelga ciò che più gli aggrada), ma anche terra natia per una considerevole sfilza di nomi noti nel settore musicale. Oltre ai vari Franco Battiato, Carmen Consoli, Mario Biondi, Roy Paci, Mario Venuti e chi più ne ha più ne metta, però, ovviamente c’è anche dell’altro. Eccome se c’è.

La Sicilia è stata terra fertile anche per generi ben diversi da quelli portati in spalla – con grandissimo merito, ça va sans dire – da personalità ormai note ad un pubblico sostanzialmente vasto. Al di là degli esperimenti elettroacustici del Battiato dei primi ’70, si prenda ad esempio l’attitudine contaminatrice di una band come quella dei Tinturia, perfettamente capace di unire un certo gusto melodia e ritmo alla produzione di brani godibilissimi anche da un punto di vista tematico. Ma anche il circondario del metal più estremo non è da meno, se tra le sue orbite lascia gravitare band di tutto rispetto come, tra le altre, anche quella degli Inchiuvatu, agglomerato capace addirittura di cucire all’oscura attitudine brutal e black una serie sterminata di testi in dialetto siciliano stretto. Al di là del fattore territoriale, insomma, si percepisce una cospicua dose di urgenza espressiva con propensione a una sperimentazione che intende farsi linguaggio universale. Proprio una simile predisposizione aleggia incontrastabile anche – se non soprattutto – tra le nuove generazioni, per le quali una non indifferente dose di rispetto e attenzione deve esser riservata se regala al mondo un complesso come quello che porta il nome di Siranda.

Originari della provincia di Siracusa, William Voi (voce), Salvo Zappulla (chitarra), Davide Calderone (chitarra), Sergio Tarascio (basso) e Fabiano Arisco (batteria) uniscono le forze dal 2006 in favore della conformazione di un sound che può essere tranquillamente definito come rock ma richiama l’attenzione su una costante progressive assolutamente imprescindibile se si vuole comprendere quello che arriva ad essere un discorso filologico ben chiaro e preciso. Partendo da due ep autoprodotti, La scatola(2012) e Dorma il male(2015), i Siranda sono approdati da pochi giorni nel limbo delle proposte long playing con il loro primo album completo (e coerente con un’idea di coscienzioso percorso) La scatola del maledisponibile su tutti i maggiori canali di distribuzione online – distinguendosi, però, dal marasma di nomi e titoli sotterranei grazie a una predisposizione culturale e tecnica capace di governare perfettamente scelte compositive e strutturazioni liriche solo apparentemente di facile assimilazione.

Prendendo come perno di orientamento un concetto di genuinità, giustezza e sincerità delle proposte sonore offerte, i Siranda optano per delle architetture sonore che partono da evidenti riferimenti passionali di stampo anche ben noto e commercialmente riscontrabile (su tutti i Litfiba dei primi ’90 e, per certi versi, una fascinazione metallica di stampo simil-barocco come quella dei primi Dream Theater) per costruire una certa compattezza e originalità nel percorrere territori coltivati a suon di consapevolezza e chiarezza di idee, due caratteristiche non da poco e fondamentali per non disperdere a vuoto un indiscutibile talento strumentale.

La proposta musicale offerta dai Siranda, in sostanza, offre validi spunti di riflessione su cosa possa voler dire approcciare il fatto compositivo cercando di non puntare unicamente su un fattore melodico da network. Ma c’è di più? Cosa può voler dire, nel 2016, proporre musica “progressiva”? In tempi forse meno sospetti di quelli odierni – si prendano ad esempio i primi ’70 – artisti divenuti, poi, di fama internazionale ebbero la forza, il coraggio e l’intuito – ma anche il supporto di diverse etichette discografiche – di prendere quanto di meglio inventato nel corso dei due decenni precedenti (il rock, per la precisione), estrapolarne il versante più complesso, duro e maggiormente incline ad esperimenti di vario genere (vedi alla voce Led Zeppelin) per sviluppare elementi ritmici e strutturali in favore della creazione di una musica che possa essere, in qualche modo, “nuova”. Ma dal momento che, in natura, nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma, un album come In the court of the crimson king dei King Crimson, Aqualung dei Jethro Tull, Arbeit macht frei degli Area o Ys del Balletto Di Bronzo (perché in Italia, in quel periodo, non si è stati inferiori a nessuno) splendeva di una novità che, in realtà, rivelava essere un coraggiosissimo, saggio e intuitivo concatenarsi di strutture rock e fluttuazioni jazz e classicheggianti. Cosa avevano fatto questi signori, ponendo le basi anche per futuri esperimenti non meno oggettivamente interessanti (vedi alla voce Porcupine Tree)? Si erano armati di grande forza e coraggio per sfruttare una predisposizione industriale propensa al cambiamento, in perfetta scia coi tempi sociali e politici, disseminando ogni orizzonte, finalmente, di tutto un oceano di talento e furia compositiva rasente al pur delicatissimo – e fin troppo abusato – concetto di genio; ma per fare tutto ciò, quei veri e propri artisti avevano necessariamente messo mano a un considerevole bagaglio culturale, mantenendo lo sguardo sul tempo presente ma rivolgendo un occhio al passato, a periodi del pensiero umano, cioè, dai quali era possibile ripescare quanto di più eccellente proposto in termini artistici, tanto in luoghi relativamente limitrofi (il blues e il jazz dei ’30 e ’40) quanto in regioni più remote (le composizioni classiche più interessanti e, per l’epoca, più innovative riscontrabili tra metà ‘700 e fine ‘800).

Ascoltando un album così ben riuscito e interessante come La scatola del male, allora, al di là di evidenti orientamenti tematici di stampo sociale e culturale comunque non di minore importanza, in quale territorio risiede l’idea di rock “progressivo”? Una plausibile risposta emerge proprio dalla fruibilità dell’ascolto che i Siranda propongono all’orecchio umano più comune, un ascolto che, però, viene ripetutamente messo alla prova da sbalzi ritmici e giustapposizioni melodiche anche non convenzionali. Si tratta di elementi indiscutibilmente capaci di cogliere di sorpresa l’udito meno allenato nel bel mezzo di un brano solo apparentemente conforme a certe regole mediatiche.

L’antidoto all’appiattimento produttivo attuale, dunque, è per i Siranda un ritorno ad un passato tutto nostro – potenzialmente quello situato a metà strada tra le conformazioni melodiche dei ’60 e la canzone d’autore successiva – al fine di estrapolarne gli elementi sonori più succulenti e digeribili da un orecchio comune ma, al contempo, predisposti a una manipolazione derivante da una sostanziale preparazione individuale che ne faccia oggetto principale per l’innalzamento dell’asticella del comune intendere il dato musicale. Ecco delinearsi, allora, il motivo per cui brani come Il tuo veleno, L’orchestra delle idee o Apparentemente detengono, sì, una conformazione prettamente rock di stampo hard, ma puntano verso orizzonti di sperimentazione ritmica che tocca vertici maggiormente delineati in tasselli come Ombreo la strumentale Silenzio blu, dove una compresenza organistica ricorda, a tratti, alcune impostazioni alla Deep Purple dei primi ’70, prima di lasciare sfogo a intuizioni ben più zeppeliniane. Una scia litfibiana si manifesta in La scatola, ma nuove influenze blueseggianti d’oltreoceano emergono in Calle California così come una maggiore predisposizione poetica – tanto in versi quanto in successioni sonore – prende dimora tra Il lamento di Danaee (Di) Amanti. Quanto ai contenuti, si procede consapevolmente per argomentazioni parallele: laddove un senso di abbandono sembra prevalere nella considerazione complessiva della realtà analizzata (sia interiore che complessiva), emerge un desiderio risolutivo a scalfirne l’impronta deterministica; laddove perdizione e intima schiavitù da controllo opprimente fanno dell’individuo un essere non più senziente, arriva in soccorso la capacità di evasione spirituale. Regolarità ed esperimento, delimitazione dei confini di azione umana e interiorizzazione non onanistica, desiderio di arrivare a tutti ma di sedimentare solo nei meritevoli predisposti: tutte facce di una medaglia da conservare molto gelosamente.