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11 Febbraio Feb 2016 2204 11 febbraio 2016

Italia underground: La Sindrome Di Kessler

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Navigando le viscere dell’underground più sotterraneo ma splendidamente roseo in termini di proposte qualitative, il nostro viaggio ci porta, finalmente, nella capitale italiana. Roma, infatti, è una città che pullula di grande musica d’oltretomba ad ogni angolo e ad ogni anfratto di locale più o meno sgangherato da interi decenni. Infinite – tanto da perdersi irrimediabilmente – sono le dichiarazioni d’amore di un imprecisato numero di band più o meno emergenti verso generi come l’hard rock, lo stoner, il rock alternativo, la psichedelia, ma anche le varie stratificazioni del metal e, non ultime, le elevazioni sensoriali di tanta – ma davvero tanta – elettronica sperimentale. Proprio questa constatazione rappresenta una ragione in più per sentirsi piacevolmente spiazzati, se non proprio sconvolti, dall’interessantissima proposta sonica agevolata da una band come quella che porta il sostanzioso e imponente nome di La Sindrome Di Kessler, già di per sé biglietto da visita tutt’altro che di poco conto in quanto utilissimo a piantare importanti paletti sul difficile – e non sempre fertile – terreno di scelte stilistiche e compositive solo all’apparenza sconnesse e frammentarie. Anzi, è proprio il concetto di frammentarietà a farla da padrone in un agglomerato, come quello di Antonio Buomprisco (voce e chitarra), Canio Giordano (chitarra, voce, effetti), Roberto Cola (basso) e Luca Mucciolo (batteria), perfettamente capace di fare proprio di questa derivazione ispirativa multiforme un minuzioso e assolutamente sensato campo d’azione. Ma procediamo con ordine e, fin dove possibile, con criterio.

Per “sindrome di Kessler” si intende – sintetizzando di molto il concetto – un grave rischio planetario provocato dall’accumulo dei cosiddetti detriti spaziali, vale a dire tutto ciò che orbita attorno al globo terrestre ed è di provenienza prettamente umana, sostanzialmente derivante da scarti meccanici abbandonati di missione in missione dalle varie spedizioni aerospaziali. Questo rischio riguarda la non lontana possibilità che vede questa massa più o meno informe di detriti formare blocchi capaci di trasformarsi in una sorta di momentanei asteroidi in grado di precipitare sulla Terra o, ad andar bene, provocare danni a satelliti e congegni riguardanti un po’ tutto quello che riguarda la vita contemporanea, se ci consideriamo perennemente mantenuti in respiro dal concetto di interconnessione continua. Trasportando di peso questo concetto al di fuori del suo luogo di appartenenza naturale, si capirà come lo scegliere di chiamarsi La Sindrome Di Kessler possa rappresentare una dichiarazione di intenti di assoluta consistenza: una serie anche infinita di detriti vale ben poco al cospetto della concreta possibilità di tramutare questi frammenti in qualcosa di non più singolo e solitario ma compatto in quanto unitario, determinando così un’essenza di imponente rischio e allerta che, in questo caso, assume il cospicuo valore di sinonimo di richiamo all’attenzione o, quantomeno, a una non minimale preparazione di fondo in funzione della comprensione definitiva e, ovviamente, soltanto successiva.

È solo grazie a questa richiesta di preparazione e cultura basilare che, dunque, si arriva a comprendere determinate scelte apportate dalla band romana (per quanto sulla scia di quella apportate da colleghi contemporanei anche noti) in sede di scrittura e produzione del loro eponimo esordio discografico datato maggio 2015, con naturale riserva per l’attesa del fatidico secondo album in via di elaborazione proprio in questo periodo, un fervore, nel caso di Buomprisco e soci, a dire il vero non così inferiore a quello vissuto in Italia a metà ’90 per il post Catartica a nome Marlene Kuntz (che fu quel capolavoro che ancora è Il vile, ça va sans dire). Ed è proprio grazie al fascino che tutta questa serie di elementi desta al palato degli appassionati più interessati – e votati alla sospensione di ogni attività in favore di una imprescindibile dedizione alla curiosità insita in un prodotto di simile stampo – che l’ascoltatore più attento, non a caso, noterà una certa somiglianza tra il progetto de La Sindrome Di Kessler e quello – certo, più noto ai maggiori cultori del periodo e similarmente affascinante, se parliamo di frammentazione sonora e, perché no, esistenzialista – e quella di una band statunitense ingiustamente sottovalutata sia all’epoca che – figuriamoci – ai giorni nostri (malgrado ci si affanni, in musica come al cinema, a recuperare questo o quel prodotto precedentemente di scarso interesse se non proprio incompreso o volutamente tralasciato). Stiamo parlando degli Slint e, nello specifico, del loro primo criptico, oscuro e affascinantissimo album intitolato Spiderland. Perché questo paragone? È presto detto.

Spiderland uscì nel 1991 e sei mesi prima di Nevermind, il disco più famoso degli altrettanto celeberrimi Nirvana, nonché di un’intera generazione (manco a dirlo) psicologicamente e anagraficamente dispersa e frammentata, scissa in un primo e drammatico approccio con l’assenza di identità (la cosiddetta “Generazione X”) non senza predecessori colpevoli. Mentre, però, ovunque avanzava la devastazione sonica di Mudhoney, Pearl Jam, gli stessi Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains, Screaming Trees e compagnia bella (oltrepassando anche l’oceano per diventare seminali nell’animo di band inglesi di prima fascia come Bush e Peach, quest’ultima la band di provenienza dell’attuale bassista dei Tool Justin Chancellor), tra i solchi di Spiderland avanzava la perfetta capacità di una band a mala pena ventenne di scavare a fondo nell’animo delle più intime percezioni esistenziali, sfoggiando, sotto questa luce, un mastodontico insieme di sensazioni – sia sonore che intimamente evocativeben diverse ma non del tutto lontane dalla devastante corrente in corso, perché anch’esse provenienti da tutta una serie di riferimenti frammentati (in quel caso maggiormente orientati verso un underground newyorkese di metà ’80 vestito da psichedelia dispersiva).

Non è un caso né un semplice refuso, dunque, il veder dichiarare, tra le derivazioni principali de La Sindrome Di Kessler, anche la dicitura “grunge” se però, ovviamente, la si considera per quello che è realmente: in primis uno stile di vita (quello della west coast statunitense di fine ’80 e primi ’90), poi, sì, un genere musicale, ma da intendere principalmente come, appunto, miscela di tasselli presi in prestito dal passato per una conformazione attuale. I maggiori – ma anche i minori – gruppi grunge statunitensi non fecero altro che prendere generi musicali e relativi lifestyle appartenenti alle generazioni precedenti (prevalentemente hard rock, wave, punk, post punk e, in certi anfratti, qualche spunto metal) per riassemblare il tutto in favore della creazione di qualcosa che potesse risultare evocativo ma, al contempo, in grado di regalare uno spunto di identità contemporanea.

È esattamente in questo che i La Sindrome Di Kessler, e il loro esordio discografico eponimo, possono definirsi “grunge”. Lungo tutta la spina dorsale dell’album e del sound complessivo della band capitolina si avverte a dismisura proprio un’essenza derivativa continua che non riesce o, meglio, non vuole scegliere definitivamente una busta numerata contenente il nome di un genere o la datazione di un’epoca. L’ordine dall’alto – sarebbe meglio dire dal di dentro – è chiarissimo e detiene tutto il senso attribuibile a una simile scelta: avere molti punti di riferimento e il continuo sperimentare su se stessi – sia in quanto musicisti che sottoforma di semplici esseri umani – come base portante per la costruzione di qualcosa che, certo, parte dalla matrice più alternativa del concetto di rock per poi amalgamare nel suo pentolone un insieme corposo e granitico di proposte sonore e contenutistiche.

Sotto il segno dell’alternative psichedelico, di un’impostazione punk-hardcore e dell’attitudine, si diceva, grunge ascrivibile al caso in questione, ritmiche e fraseggi a sei corde avanzano quasi in punta di piedi per poi farsi largamente spazio su un territorio ben divergente dall’attuale predisposizione comune. Fanfarlo e Litania costruiscono un binomio d’apertura che lascia evincere proprio la precedentemente descritta matrice frammentaria utile a fare del post rock e dell’underground noise, proveniente anche da predisposizioni nostrane (i Verdena dei primi due dischi, i Marlene Kuntz del dopo Vile), un importante pilastro portante. Le successive Spiraglio, Le direzioni e Condizione immune denotano, sì, un’attitudine grunge ma più orientata verso, appunto, Slint e, per dirne un’altra, Mad Season, specie nella costruzione di armonie avvolgenti e liriche perfettamente degne di perseguire un certo obiettivo intimista. Alla strumentale La detonazione delle nuvole è affidato l’arduo compito, invece, di spianare il terreno in favore delle aperture sonore di Sinuose alterazioni, brano talmente carico di attenzione metrica da riportare la mente e il gusto ai migliori Massimo Volume grazie alla proposta di recitati preferiti ad articolazioni melodiche, giungendo, infine, alla genuina elettricità velata di gusto melodico e atmosferico espressa dal travolgente trittico finale proposto da In attesa, Pensieri cercati e New day, con tanto di gradimento per il concetto di ghost track finale.

Morale della favola: quando un album così articolato e apparentemente contorto – proprio come il suo agglomerato artefice – appare stranamente spossante e disorientante, specie se proveniente da una band emergente ma non per questo meno colta e preparata rispetto ad altre anche ben più importanti, c’è solo da munirsi di informazioni (se volete, prendete pure queste poche che il sottoscritto spera di essere riuscito a darvi), spegnere lo smartphone e fermarsi ad ascoltare. Non sentire: ascoltare.